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Siria, il grido di dolore dell’arcivescovo maronita di Aleppo

“Il popolo soffre, più dell’80 % vive sotto la soglia di povertà. Ci sentiamo abbandonati dalla comunità internazionale, ora la nostra speranza è solo nel Signore”. Le parole colme di dolore sono di monsignor Joseph Tobji a dieci anni dall'inizio di un conflitto che pare non avere fine, in un Paese che come ha detto il Papa e ha ribadito il nunzio apostolico, il cardinale Zenari, ha bisogno di un aiuto deciso

Federico Piana- Città del Vaticano

“Non abbiamo più speranza negli esseri umani ma solo nel Signore”. Il grido di dolore di monsignor Joseph Tobji, arcivescovo di Aleppo dei Maroniti, arriva da una Siria ridotta allo stremo dopo dieci anni di guerra ed interminabili crisi sociali ed economiche. Centinaia di migliaia di vittime e un numero infinito di sfollati, ha fiaccato l’animo perfino di chi è rimasto in patria per cercare di invertire una tendenza di morte e devastazione. “Ora ci sentiamo abbandonati dalla comunità internazionale” denuncia il presule, che ringrazia Papa Francesco per l’appello alla pace lanciato domenica scorsa nel post Angelus e, con voce emozionata, chiede a tutti i cristiani del mondo di “pregare e digiunare. Vi prego, offrite tutto questo per la pacificazione del nostro Paese. E non vi dimenticate di noi”.

Ascolta l'intervista a monsignor Joseph Tobji

Con il suo appello di domenica scorsa, il Papa ha riacceso i riflettori sulla situazione in Siria. Come avete preso questa carezza del pontefice?

R. - Sentire l’appello del Papa è stato un grande sollievo perché ci sentiamo dimenticati. Le sanzioni hanno gettato il Paese ancora di più nella disperazione: l’83% della popolazione è sotto la soglia di povertà. Non ce la facciamo più. Basta! Il popolo non c’entra eppure paga sempre. Sentire il Papa vicino per noi è gioia e consolazione.

Che situazione stanno vivendo i cristiani?

R. - La Chiesa ha subito un colpo micidiale. Oggi i cristiani sono meno di un quarto rispetto a quando è iniziato il conflitto. Dalla Siria fuggono soprattutto i giovani, le persone qualificate mentre rimangono i più poveri, i vulnerabili. In questa situazione la Chiesa non può andare avanti, la pastorale non può proseguire. Per fare un esempio, quest’anno ci sono solo otto bambini per il corso della prima comunione: come si può fare una pastorale in questo modo? Però, nonostante tutto, facciamo il possibile per essere attivi. Ma il nostro umore è nero, non vediamo speranza, non solo noi cristiani ma tutto il popolo.

Un piccolo segno di ottimismo, però, è stata la ristrutturazione di alcuni luoghi di culto…

R. - Sì. Abbiamo ristrutturato alcune chiese ed altre saranno presto ristrutturate: questo è il segno che, malgrado tante difficoltà, siamo ancora qui.

Ma i cristiani che sono fuggiti, secondo lei, ritorneranno?

R. - Purtroppo no. Quelli che sono fuggiti, non sono contenti del nuovo posto che li ha accolti ma non sono disposti a tornare in questo terribile inferno.

17 marzo 2021, 07:00