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Padre Trani: Francesco non ha mai dimenticato i carcerati

Ad un anno dall'inizio, per volere del Papa, delle trasmissioni televisive della Messa da Casa Santa Marta, ripercorriamo alcune delle intenzioni espresse in quelle occasioni per essere vicino a ciascuno in un tempo di sofferenza. Tra i primi ad essere nel pensiero e nelle preghiere del Papa, sono i carcerati già provati dall’ isolamento quotidiano. Il cappellano di Regina Coeli: tutti i suoi messaggi sono stati motivo di speranza e consolazione, oggi non siamo usciti da questo incubo ma speriamo che arrivi presto il vaccino

Cecilia Seppia – Città del Vaticano

Penso ad un problema grave che c’è in parecchie parti del mondo. Io vorrei che oggi pregassimo per il problema del sovraffollamento nelle carceri. Dove c’è un sovraffollamento – tanta gente lì – c’è il pericolo, in questa pandemia, che finisca in una calamità grave. Preghiamo per i responsabili, per coloro che devono prendere le decisioni in questo, perché trovino una strada giusta e creativa per risolvere il problema.

Così il 6 aprile del 2020 Papa Francesco, offriva nella Messa a Santa Marta, trasmessa per la prima volta in diretta TV, i detenuti, esprimendo preoccupazione per uno dei problemi, il sovraffollamento appunto, che da sempre affligge gli istituti di pena italiani e non solo. Padre Vittorio Trani, cappellano del carcere romano di Regina Coeli, ad un anno di distanza dallo scoppio della pandemia, manifesta gratitudine per quelle parole e soprattutto per le preghiere che Francesco ha rivolto alle realtà del carcere, ai detenuti e alle loro famiglie, sottolineando la straordinaria sensibilità e attenzione del Pontefice verso questo mondo.

Incertezza e dolore

Preghiamo oggi per i fratelli e le sorelle che sono in carcere: loro soffrono tanto, per l’incertezza di quello che accadrà dentro il carcere, e anche pensando alle loro famiglie, come stanno, se qualcuno è malato, se manca qualcosa. Siamo vicini ai carcerati, oggi, che soffrono tanto in questo momento di incertezza e di dolore.

Aveva detto ancora il Papa durante l’omelia del 19 marzo 2020, nella Solennità di San Giuseppe. Padre Vittorio Trani, racconta a Vatican News come le parole di Francesco sono state accolte e come insieme agli operatori e ai diaconi  si è riusciti a superare questo momento di paura che non ha fatto altro che esacerbare le gravi difficoltà che interessano già il mondo del carcere.  

Ascolta l'intervista a padre Vittorio Trani

R.- Diciamo subito che il Papa ha un atteggiamento di vicinanza straordinaria con il mondo dell’emarginazione carceraria, questo i detenuti lo sanno benissimo, non li ha mai dimenticati! In questo anno noi abbiamo non solo sentito le intenzioni di preghiera del Papa e il suo appoggio per noi, ma abbiamo fatto esperienza di quella linea che lui più volte aveva toccato. Cioè il detenuto si trova con il timore della pandemia ma anche con tutte quelle difficoltà che portano alla separazione coi parenti, nei rapporti familiari. Quindi abbiamo vissuto con loro questo “doppio isolamento”. Ovviamente dopo lo scoppio della pandemia abbiamo dovuto sospendere la Messa, ma in ogni modo abbiamo cercato di non far sentire isolati i detenuti anche sotto l’aspetto religioso, creando magari momenti di preghiera a piccoli gruppi.

Offrendo i carcerati durante la Messa, Francesco non poteva non ribadire la preoccupazione per il problema del sovraffollamento, paventando anche che il sovraffollamento potesse sfociare in una “calamità grave” dal punto di vista dell’esplosione dei contagi. Avete avuto questo pericolo?

R. - Grazie a Dio nella prima ondata non abbiamo avuto quasi nulla, nella seconda ondata c’è stato invece più di qualche caso che ha destato preoccupazione. Però si è fatto un lavoro organizzativo e di sicurezza sanitaria molto rigido. Anche adesso c’è un controllo molto attento e questo è un po’ garanzia sia per chi lavora che per i detenuti stessi.

Ovviamente il Papa pregava per i carcerati ma pregava anche per le loro famiglie perché in quella fase sono stati interrotti anche i colloqui. Quindi il vostro compito è stato proprio portare vicinanza in un momento in cui ancor di più non si poteva stare vicini?

R. - Noi cappellani qui non siamo mai mancati, mai. Siamo rimasti sempre creando un rapporto di collaborazione con  i responsabili dei vari settori e abbiamo in qualche modo fronteggiato l’emergenza.

I detenuti riuscivano a seguire le Messe del Papa di Santa Marta e ovviamente a trarre forza e consolazione…

R. - Sì ovviamente per loro era un messaggio importante in un momento ancora più difficile. Il messaggio che arriva da un Pontefice trova sempre accoglienza massima, soprattutto in chi crede ma anche negli altri che hanno del Papa una grandissima stima. Quindi la sua voce anche per chi non era credente o era lontano dalla pratica religiosa arrivava ed era una voce importante e di incoraggiamento.

A distanza di un anno, com’è cambiata la situazione nel carcere?

La situazione qui oggi è sotto controllo anche se non siamo usciti da questo incubo e c’è all’orizzonte la possibilità che si faccia presto questo vaccino per tutti e quindi si apra una pagina nuova, quindi si lavora più tranquilli con la possibilità di riaprire tante iniziative che erano state interrotte ma che erano fondamentali. Ancora tutte le attività sociali, culturali, sono sospese quindi è ancora una situazione delicata, col vaccino si dovrebbe tornare non dico alla normalità ma quasi. Inoltre la domenica non abbiamo ricominciato le Messe ma facciamo momenti di preghiera nei nove settori, con la collaborazione dei diaconi: si legge il Vangelo, si fa un’omelia, si fa la comunione e un quarto d’ora di preghiera per non rimanere troppo insieme. Quindi in questo modo stiamo portando avanti il richiamo alla festa. Speriamo di poter tornare presto a celebrare l’Eucarestia nella Rotonda che è un po’ il simbolo dell’aspetto religioso del carcere.

 

11 marzo 2021, 09:00