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Rapporto Fides, sono venti i missionari uccisi quest'anno

Nella panoramica che fotografa l'Agenzia vaticana, è l'America il continente in cui si è versato più sangue nel 2020. Ricordate anche le centinaia di sacerdoti e di religiose, cappellani ospedalieri, operatori pastorali del mondo sanitario, come anche Vescovi, vittime della pandemia

di Paolo Affatato

Rufinus Tigau, catechista cattolico della diocesi di Timika, nella provincia indonesiana di Papua, voleva solo parlare ai militari per fermare la violenza. Nel corso di un’operazione dell’esercito indonesiano, vedeva la gente del villaggio impaurita e in pericolo. Si è fatto avanti pacificamente, allora, perché mettessero fine alla sparatoria. È stato ucciso a sangue freddo. Tigau è uno dei laici e dei catechisti che sono i nuovi protagonisti della missione della Chiesa nel terzo millennio. È quanto dimostra l’elenco degli operatori pastorali uccisi nel 2020, pubblicato annualmente dall’Agenzia Fides, delle Pontificie opere missionarie. Un rapporto diffuso proprio mentre si vivono ore di drammatica preoccupazione per la sorte  di monsignor Moses Chikwe, vescovo ausiliare di Owerri, in Nigeria, rapito la sera del 27 dicembre. Le notizie, riportate da alcuni organi di stampa, sul ritrovamento del corpo del presule sono state smentite da una nota  ufficiale dell’arcidiocesi nigeriana.

La lista dell'agenzia Fides presenta in totale venti missionari uccisi, e tra essi sei sono i laici, impegnati nel servizio pastorale: una percentuale salita notevolmente negli ultimi anni. Accanto a loro, otto sono i sacerdoti che hanno perso la vita in modo violento, tre le suore, due i seminaristi, un religioso. Rispetto alle aree geografiche, il “primato” del martirio va, sia pur di poco, alle Americhe, con otto presenti nell’elenco. Segue l’Africa con sette vittime, l’Asia con tre, l’Europa con due preti uccisi, entrambi — anche questo è un dato rilevante — in Italia.

Nel tempo della pandemia di coronavirus, inoltre, rileva la Fides, «vanno ricordate centinaia di sacerdoti e di religiose, cappellani ospedalieri, infermieri venuti a mancare durante il loro servizio, prodigandosi per aiutare coloro che erano colpiti da questa malattia nei luoghi di cura». A testimonianza di ciò, infatti, sacerdoti e religiosi sono la seconda categoria, dopo i medici, che più ha pagato in Europa il suo tributo di vita al covid-19. Secondo un rapporto parziale del Consiglio delle conferenze episcopali d’Europa, nel 2020 sono morti a causa del covid oltre quattrocento preti, impegnati nelle cure mediche o pastorali dei fedeli. La situazione non è dissimile in altre parti del mondo: nei cinque continenti un tratto caratterizzante la missione della Chiesa è la cura dei sofferenti e l’impegno nella sanità, specialmente nei paesi in via di sviluppo. Questa presenza consolatrice ha comportato un alto costo di vite umane.

Come nota l’Agenzia Fides, all’elenco delle vittime se ne deve aggiungere un altro, molto più lungo, che include operatori pastorali o semplici cattolici aggrediti, malmenati, derubati, minacciati, sequestrati, uccisi, come anche quello delle strutture cattoliche assalite, vandalizzate o saccheggiate. «È certo che in ogni angolo del pianeta tanti ancora oggi soffrono e pagano con la vita la loro fede in Gesù Cristo», si afferma nel testo. «I martiri di oggi sono più dei martiri dei primi secoli. Esprimiamo a questi fratelli e sorelle la nostra vicinanza: siamo un unico corpo, e questi cristiani sono le membra sanguinanti del corpo di Cristo che è la Chiesa», ha sottolineato Papa Francesco all’udienza generale del 29 aprile scorso.

Anche nel 2020 molti operatori pastorali sono stati uccisi durante tentativi di rapina o di furto, compiuti con ferocia. Alcuni sono stati sequestrati o si sono trovati coinvolti in sparatorie o atti di violenza nei contesti in cui operavano, contraddistinti da povertà economica e culturale, degrado morale e ambientale. Spesso, spiega la Fides, si tratta di aree dove la violenza e la sopraffazione sono regole di comportamento, nella totale mancanza di rispetto per la vita e per ogni diritto umano. In quelle zone i missionari e gli operatori pastorali non hanno paura di restare, nel nome di Gesù Cristo. Nessuno di loro, in questa scelta di “abitare” le situazioni e i luoghi dove erano chiamati a vivere, ha compiuto imprese o azioni eclatanti: hanno semplicemente condiviso la vita quotidiana della popolazione, portando una testimonianza evangelica di misericordia, prossimità e fraternità, come segno di speranza cristiana. È una dinamica che Papa Francesco ha spiegato all’udienza generale del 2 dicembre, nel quarantesimo anniversario della morte di quattro missionarie del Nord America, rapite, violentate e assassinate in El Salvador da un gruppo di paramilitari. Il Pontefice ha detto: «Prestavano il loro servizio a El Salvador nel contesto della guerra civile. Con impegno evangelico e correndo grandi rischi portavano cibo e medicinali agli sfollati e aiutavano le famiglie più povere. Queste donne vissero la loro fede con grande generosità. Sono un esempio per tutti a diventare fedeli discepoli missionari».

È questa la chiave di lettura per considerare le vicende terrene dei missionari uccisi: parroci che condividevano la vita con la gente affidata alle loro cure, colpiti da malviventi alla ricerca di chissà quale tesoro nascosto in chiesa, come padre Jorge Vaudagna in Argentina o don Adriano da Silva Barros in Brasile; altri preti e religiosi vittime delle persone emarginate cui dedicavano ogni giorno ascolto e assistenza, come don Roberto Malgesini o fra Leonardo Grasso in Italia. Accanto a loro, vi sono religiose impegnate nell’educazione delle giovani generazioni, aggredite mentre erano intente a svolgere il loro ufficio o sacrificatesi per salvare i ragazzi loro affidati, come suor Henrietta Alokha in Nigeria. O, ancora, giovani, e perfino bambini (come Lilliam Yunielka e Blanca Marlene González, due sorelline di 12 e 10 anni, in Nicaragua), che condividevano l’impegno cristiano con entusiasmo e convinzione, in situazioni di cieca violenza. Si contano sempre più spesso, poi, catechisti e laici impegnati come operatori di pace e testimoni della fede, in comunità disperse nelle zone più impervie: è il caso di Philippe Yarga, in Burkina Faso, o di Rufinus Tigau, in Indonesia.

Un cenno speciale Fides lo dedica alla luminosa testimonianza del seminarista diciottenne Michael Nnadi, rapito in Nigeria, dove i sequestri sono all’ordine del giorno. Il giovane è stato ucciso perché, secondo il suo assassino, «continuava a predicare il Vangelo di Gesù Cristo» ai suoi rapitori. Tutti questi testimoni di Cristo  hanno vissuto con generosità e dedizione, silenziosamente, senza guardare ai rischi e tantomeno agli “orari di lavoro” dell’opera apostolica. Così — fin dai tempi dei primi martiri — molti hanno agito prima di loro: nell’opera di monitoraggio curata dall’Agenzia Fides, nell’ultimo ventennio risultano uccisi nel mondo 536 operatori pastorali, tra i quali cinque vescovi. Nel complesso, a partire dal 1980, le vittime sono 1224, includendo le morti violente del genocidio in Rwanda, nel 1994. Una scia di testimoni che, in ogni luogo e in ogni tempo, lascia ai posteri una traccia limpida e splendente di Vangelo.

30 dicembre 2020, 11:07