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Memoria e futuro: il Festival della dottrina sociale per cambiare le città

Con il videomessaggio di Papa Francesco e il saluto del presidente della Repubblica Mattarella, si aprono il 26 novembre online e in Tv, gli incontri veronesi del decimo Festival della dottrina sociale, iniziato lunedì in 29 città con la piantumazione di un melograno. Adriano Tomba, uno degli organizzatori: “In tutta Italia i cattolici riprendono la capacità di orientare le scelte politiche”

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Recuperare la nostra memoria, la nostra storia, per non temere il presente e costruire il futuro che ancora non c'è ma che intuiamo, nel tempo che stiamo vivendo. Così gli organizzatori spiegano il tema “Memoria del futuro” scelto per il decimo Festival della dottrina sociale, che si è aperto lunedì con la piantumazione di un melograno, albero simbolo della dottrina sociale, in 29 città e che dalle 21.30 del 26 novembre, vede iniziare gli incontri a Verona, la sua sede tradizionale. E’ infatti la prima volta che il Festival, creato nel 2011 da monsignor Adriano Vincenzi, scomparso questo febbraio, diventa diffuso, con eventi e convegni che già hanno animato in questi giorni 24 città da nord a sud dell’Italia.

Il videomessaggio del Papa e il messaggio di Mattarella

Lavori che dal 26 novembre e fino alla chiusura domenica 29, avranno un nuovo impulso dal videomessaggio di Papa Francesco e dal saluto del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che aprono questa sera, al Palazzo del Gran Guardia di piazza Bra, a Verona, in diretta Tv su Telepace e in streaming su www.dottrinasociale.it , gli appuntamenti nella città veneta. Sulle rive dell’Adige, la giornalista Safiria Leccese intervista il direttore di Avvenire Marco Tarquinio e suor Helen Alford della Pontificia Accademia delle Scienze sociali.

Siamo parte di una storia. Il tema del Festival: Memoria del futuro"

Valorizzare la ricchezza dei territori

Nelle città dove il Festival è già iniziato, con incontri che si possono seguire sulle pagine del sito web dell’evento, si è cercato di mettere in primo piano la valorizzazione della ricchezza dei territori. Fare memoria di questa ricchezza, come chiede il tema di quest’anno, porta a riflettere sulla concreta prospettiva di uno sviluppo sostenibile. Ieri, nei diversi appuntamenti, si è spesso parlato di come costruire comunità accoglienti, essere sempre più presenti come comunità cristiane nel territorio, e mettere in primo piano il dialogo e un rinnovato impegno nel sociale e nella politica.

Incontri e dibattiti in 24 città

A Bologna, per esempio, il tema del confronto è stato come creare “una rete che si prenda cura di chi vive drammatiche esperienze famigliari per motivi di salute”. Tra i partecipanti Gian Luca Galletti, presidente nazionale Ucid, e Stefano Zamagni, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali. E martedì si era parlato “di chi ha meno opportunità in ambito lavorativo”, perché operare per il bene comune significa non lasciare nessuno indietro. Potenza ha riflettuto, tutta la mattinata, su vari temi, tra cui: “Non solo credenti ma credibili”; “Rosario Livatino, un faro per tutti i giovani”; “Padre David Maria Turoldo, solo la meraviglia ci potrà salvare”.

Un'altra immagine della benedizione del melograno piantato lunedì nel parco del Centro "iCappuccini" di Pisa
Un'altra immagine della benedizione del melograno piantato lunedì nel parco del Centro "iCappuccini" di Pisa

Domenica la conclusione con la Messa celebrata da Galantino

Anche i lavori nel Palazzo della Gran Guardia a Verona proseguiranno con incontri su temi di grande attualità, per concludersi, domenica, con una intervista a Luciano Fontana, direttore del Corriere della sera, e monsignor Nunzio Galantino, presidente dell’Apsa. L' ex segretario della Cei presiederà anche la Messa conclusiva, alle 12.30, nel Duomo di Verona. Le serate di giovedì, venerdì e sabato, e la celebrazione di domenica, saranno visibili in Tv su Telepace.

Tomba: giornate-lievito che in silenzio trasformano la realtà

In dieci delle città coinvolte nel Festival, i rappresentanti delle istituzioni hanno già sottoscritto o sottoscriveranno entro stasera una “Carta dei valori per un impegno condiviso”, che contiene progetti concreti di sviluppo della città orientati al bene comune, che i firmatari si impegnano a realizzare. Anche di questo parliamo con uno degli organizzatori del Festival, Adriano Tomba, presidente dell’associazione di fedeli “Il Lievito” fondata da don Vincenzi e segretario generale della Fondazione Cattolica Assicurazioni, che così spiega il tema scelto per questa edizione “Memoria del futuro”:

Ascolta l'intervista ad Adriano Tomba (Festival dottrina sociale)

R. - Noi abbiamo bisogno di recuperare la nostra memoria, la nostra storia, il come siamo arrivati qui, come popolo, come comunità, come persona e come cristiani e abbiamo bisogno di fare “memoria del futuro”, cioè aver chiaro dove siamo diretti. Mi fa pensare questo strano sinonimo: presente sinonimo di dono. Noi abbiamo alle volte paura della realtà, perché in effetti la vita si snoda con ritmi propri non programmabili e ci interpella spesso con un carico di dolori, di delusioni, di errori, di fatiche. Come si fa a stare dentro la vita, dentro il presente, senza averne paura, ma cogliendolo come dono? E’ possibile farlo quando abbiamo chiara l’idea delle nostre origini e del nostro destino. Questo ci consente di guardare oltre il presente, non per evaderlo, ma per poterci stare dentro e viverlo con pienezza. Abbiamo bisogno di fare “memoria del futuro” proprio per questo: per non temere il presente ma per costruire il futuro che ancora non c'è ma che intuiamo, nel presente.

Sguardo al futuro: proseguire il cammino di don Adriano

Come è stato organizzare un Festival senza don Adriano Vincenzi e che Festival sarà senza di lui?

R. – E’ stato difficile, ma anche bello. Difficile perché evidentemente mancava lui, il suo supporto, l’affetto, la persona. Bello perché il Festival non è semplicemente un evento: è molto di più del luogo libero in cui si incontrano le persone libere. Per noi il festival è un'esperienza di fede. E’ come un fiume carsico che ci accompagna durante tutto l'anno e che poi ha uno zampillo in novembre, a Verona, e quest'anno anche in altre città. Don Adriano per noi è stato come una lampada, che ti fa capire la bellezza della luce e tu segui la luce, non la lampada. Per cui la lampada ti consente di vedere, di capire, di essere sempre orientato. Io credo che dopo don Adriano il festival potrà cambiare forma, luoghi, ed è stato necessario, quest’anno, perché ce l’ha chiesto la pandemia. Ma ciò che conta, a mio avviso, è la luce, che la luce continui ad illuminare. Allora il vero tema è davvero conservare la fiamma, quella che serve non tanto per fare cose nuove, ma per far nuove tutte le cose. Ed è lì, secondo me, che ci giochiamo la partita. Per noi questo festival è qualche cosa di straordinario, perché è il decimo, che è una data storica, è il primo senza don Adriano, ed è in un momento storico davvero difficile, quello della pandemia. Siamo stati costretti a cambiare tutto, ma non abbiamo perso l'ispirazione e l'orientamento.

Il logo del X Festival della dottrina sociale
Il logo del X Festival della dottrina sociale

Che cosa sta emergendo dai primi incontri e tavole rotonde del Festival nelle altre città e com’è la partecipazione?

R. -  Sta emergendo la bellezza della polifonia sociale, che era il tema del Festival dell'anno scorso… con l'entusiasmo e desiderio di tante persone di mettersi in gioco. Vedo che come popolo, come comunità, riprendiamo la capacità di orientare che è tipica dei cattolici, che è tipica dei cristiani, che è tipica di chi oltre ad essere credente accetta la sfida di diventare credibile. La partecipazione è interessante: siamo in digitale, quindi i numeri cambiano completamente. L'anno scorso, al Festival, abbiamo registrato circa 30 mila presenze. Quest'anno, nei tweet lanciati lunedì, abbiamo avuto 45 mila visualizzazioni. Ed è stato il primo giorno del festival, quello in cui sono partite le varie città. Vediamo che succederà oggi con l’inaugurazione a Verona (dalle 21.30, n.d.r.) in diretta su Telepace. Anche se il risultato del Festival, secondo me, non dobbiamo misurarlo con i tweet, come l'anno scorso non lo misuravamo con le iscrizioni. Il vero tema del Festival è quante luci si accendono, quante persone si attivano. Perché il Festival può essere inteso solo come lievito e il lievito, in silenzio, trasforma

Entro stasera verranno firmate le Carte dei valori di dieci città. Ci può anticipare alcuni progetti concreti che gli amministratori si impegneranno a realizzare?

R. – A Mazara del Vallo, per esempio, è stata siglata una delle Carte con i valori che contraddistinguono anche le altre città del festival. Mazara è la città nella quale hanno sempre convissuto le tre grandi religioni monoteistiche, e la Carta dei Valori della città siciliana è interessante perché ha come tema proprio il futuro come bene comune, per passare dall' accoglienza alla pacifica convivenza. Quindi si danno l'impegno di recuperare le loro origini di accoglienza e di convivenza, in una città difficile, che soffre una crisi pesante come Mazara è davvero interessante che la comunità si riattivi. A Lugano la città si sta attivando per un'economia responsabile. E’ una piazza finanziaria molto importante, dove hanno sede molte multinazionali e quindi il tema dell’economia responsabile, da parte delle istituzioni locali, in modo da ancorare anche la finanza, il territorio, è una questione importante. Torino la grande città dei Santi sociali che hanno come tema quello di coniugare scuola, formazione e impresa. E in molte delle Carte dei valori vedo che c’è questa connessione tra giovani, scuola e impresa. A Sondrio hanno firmato la Carta dei valori montani, in un territorio, la Valtellina, che rischia di perdere i giovani, e che si da’ degli obiettivi per lo sviluppo “green”, per lo sviluppo del territorio e per trattenere i giovani favorendo la nascita di nuove imprese. A Pesaro il tema che si danno è il recupero dei beni e delle persone, a Frosinone quello dell'ecologia integrale e lo sviluppo di un territorio in cui c'è una industrializzazione incipiente e un grande inquinamento. A Lamezia, il tema è la legalità nel lavoro e nell'impresa, e stanno facendo delle attività all'interno di un bene sequestrato alla mafia. A Ragusa c’è il grande tema dei giovani che abbandonano la Sicilia, e punteranno sulla formazione e la digitalizzazione. E poi a Bologna, territorio di relazioni, e poi Palermo, che sviluppa ancora il tema dei giovani e di come costruire una comunità che generi futuro attraverso la valorizzazione del lavoro, dell'educazione, la difesa dalle povertà e la rigenerazione urbana.

Scorrendo il programma, vedo che lei venerdì 27, al pomeriggio, modererà una tavola rotonda su volontariato e Covid-19. Come è stato cambiato il volontariato dalla pandemia? E cosa potrà imparare da essa?

R. - Il volontariato è la grande peculiarità dell'Italia, che ci distingue anche nell'ambito degli altri Paesi europei. Quest'anno Padova viene celebrata come capitale europea del volontariato. Il Covid ha toccato il volontariato, nel senso che lo ha risvegliato. Abbiamo visto degli esempi di abnegazione davvero interessanti, e il numero di volontari è aumentato. Ma è la cosa che io ho notato con maggior interesse è che stiamo passando da un volontariato vissuto come impegno ad un volontariato vissuto come vocazione. Il volontario che si assume un impegno, di fronte alla difficoltà o alle delusioni, lascia, perché ha bisogno di una continua gratificazione. Mentre il volontario per vocazione non abbandona l'impegno dei momenti di difficoltà. Noi abbiamo visto un’esplosione di volontariato a Pesaro, per esempio, perché volontariato viene vissuto come una missione: è la tua risposta ad una chiamata. E come cattolici è la risposta ad una chiamata che viene da Dio, che ci rende molto più uomini. Questa è veramente la differenza di cui siamo portatori come cattolici. Quindi questo è il tempo del discernimento: resterà chi ha le giuste motivazioni. Altri inevitabilmente sentiranno troppo la fatica.

E in conclusione, il premio “Imprenditore per il bene comune”, che viene assegnato venerdì sera.  I nomi dei premiati ci sono già: ce li può presentare?

R. – Di solito dividevamo gli imprenditori in tre categorie, profit e non profit. Comune è l'impegno sociale, diversa l'ultima riga del conto economico: positiva per i profit, in pareggio per i non profit. Quest'anno vogliamo fare un passo avanti: ci sono anche quelli che stanno a metà strada, che potremmo chiamare gli imprenditori “ibridi”. Allora abbiamo Enrico Loccioni che è il fondatore della Loccioni, in provincia di Ancona, un’azienda meravigliosa, con tantissimi giovani, un'età media di 32 anni e più di 500 dipendenti, 6000 studenti universitari in visita ogni anno. E Giampaolo Dallara, il fondatore della Dallara, quella delle auto da corsa, quella del carbonio. Anche lui con tantissimi dipendenti, tantissimi giovani e una fortissima collaborazione anche lui, come Loccioni, con l'università locale. Addirittura Giampaolo Dallara ha avviato, all'interno della propria impresa, un’ academy dove ci sono 6 corsi di specializzazione universitaria.  Poi abbiamo pure gli imprenditori non profit come Michele Resina di Vicenza, l'imprenditore che aggiusta le cose che non funzionano, cioè che rimette in sesto, fa ripartire, le imprese sociali che si trovano in difficoltà perché magari sono mal gestite o perché cambiano i tempi e quindi devono essere ripensate. E poi Giorgio Magnanelli, di Fano, che ha fatto un sacco di cose bellissime, nonostante i suoi impegni lavorativi, lui era dirigente di un’azienda della grande distribuzione, ma ha fatto delle cose meravigliose, che sentirete. E poi abbiamo gli imprenditori “ibridi”  come Nicola Salvi ed Elisabetta Sola, che hanno inventato L'Officina della comunicazione e la piattaforma per la distribuzione di contenuti, documentari e film, che abbiano contenuti valoriali molto importanti, Vatican vision. Ma accanto all’ Officina della comunicazione hanno anche un'associazione per diffondere la cultura della bellezza. Poi abbiamo Luca Tagliapietra, un imprenditore che è un po' di Verona e un po' di Vicenza, con un'attività profit e una collaborazione molto interessante con una cooperativa sociale che da’ lavoro a ragazzi disabili e che francamente non ho ancora capito se è profit o non profit. Secondo me, lui è più non profit che profit, ma lo premiamo proprio perché, attraverso la sua attività profit, sta lavorando per inserire i concetti profit di efficienza ed efficacia nelle cooperative sociali che possono trovare una continuità attraverso la creazione di prodotti che hanno la dignità di poter stare sul mercato, facendo inclusione sociale. Attraverso questo connubio di profit e non profit, crea delle sinergie meravigliose. Perché il profit ha bisogno di valori per poter avere continuità, e l'abbiamo capito in queste crisi. Mentre il non profit, che invece questi valori li contiene in sé, ha bisogno di quei concetti di efficienza ed efficacia che gli consentano una sostenibilità nel futuro. 

26 novembre 2020, 15:21