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Il Perdono di Assisi nel cuore di fra Andrea, medico volontario nella pandemia

Ultime ore per poter ricevere l’Indulgenza plenaria alla Porziuncola e nelle altre chiese francescane nel mondo. Stamani la Messa nella Solennità del Perdono celebrata dal vescovo di Tortona. Proprio nella città piemontese fra Andrea Dovio è tornato a vestire i panni di medico, in piena emergenza coronavirus

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Un Perdono vissuto in pienezza nonostante la mancanza della Marcia francescana, giunta al 40.mo anno, e dei tanti ragazzi che da tutta Italia arrivavano ad Assisi. La pandemia ha avuto l’effetto di limitare gli eventi ma di non cambiarne il senso. Ieri, dopo l’apertura del Perdono alla Porziuncola, i giovani stasera potranno partecipare via web, attraverso i canali dei frati di Assisi, alla veglia di preghiera a loro dedicata. Stamani la Messa presieduta da monsignor Vittorio Viola, vescovo di Tortona, la città piemontese nella quale fra Andrea Dovio ha compiuto la sua missione speciale.

Fra Andrea Dovio
Fra Andrea Dovio

Dal camice al saio

A 32 anni, Andrea è medico, lavora all’ospedale “San Luigi” di Orbassano, non lontano da Torino, la città dove ha studiato e vissuto da sempre. Nel 2008 scopre su di sé che la vita per essere vera va persa, consegnata e affidata al Vangelo. La rivoluzione, agli occhi degli altri, è quella di farsi francescano, di camminare sui passi del fraticello di Assisi che alla Porziuncola ha chiesto il Paradiso per tutti. Quella diventa la sua casa, la sua missione. Continua ad occuparsi degli altri indossando un nuovo abito ma il camice resta comunque lì, attaccato alla sua pelle. L’occasione per indossarlo di nuovo arriva quando la pandemia di coronavirus spazza via vite e lo fa con violenza, costringendo alla solitudine chi è malato, a morire senza l’amore di uno sposo o di un figlio che ti accarezza il viso. 

Fra Andrea, medico volontario all'ospedale di Tortona
Fra Andrea, medico volontario all'ospedale di Tortona

Perdere la vita per il Vangelo

Fra Andrea Dovio, segretario del ministro provinciale dell’Umbria, rilegge così il suo mese e mezzo passato nell’ospedale di Tortona, in provincia di Alessandria, alla luce del Perdono di Assisi:

Ascolta l'intervista a fra Andrea Dovio

R. - Mi piace ripensare al fatto che Papa Francesco nel Giubileo della misericordia ci ha rimesso dinanzi agli occhi il tema delle opere di misericordia. Quando parliamo di misericordia pensiamo alla misericordia di Dio nei nostri confronti e poi pensiamo al perdono che, a nostra volta, dovremmo offrire ai fratelli. Mentre l'equivalente della misericordia di Dio nei nostri confronti è anche il prendersi cura dell’altro dal punto di vista materiale e spirituale. Tra le opere di misericordia corporale c'è infatti quella del visitare gli ammalati e quindi la misericordia, nella sua forma concreta, dovrebbe essere uno dei frutti del perdono di Dio, di cui il perdono di Assisi, l’indulgenza della Porziuncola, vuole essere un annuncio e una proposta particolarmente incisiva. Tutti fanno esperienza che c’è più gioia nel dare che nel ricevere e così ci può accorgere che, quando la vita è spesa, quando la vita è data, la ritrovi in pienezza e Gesù radicalizza questo. E’ proprio così: la vita la trovi, la perdi per amore, non la butti via. E allora il mio augurio è che i giovani possano nella vita quotidiana fare quest'esperienza germinale, che c'è più gioia nel dare che nel ricevere, e intuire che con Gesù questa è la logica di tutta la vita e che veramente quando la perdi donandola, la ritrovi accresciuta. Nel caso del Covid c’era proprio la paura di perderla morendo. Di fatto quando sono partito i colleghi morti erano già erano più di un centinaio. C'era questo timore all'orizzonte, però insieme c'era la consapevolezza che vivere guidato dalla paura era un non vivere, invece vivere con il coraggio di donare la propria vita per qualcosa di più che è l'amore per Dio e per gli altri, ne valeva la pena anche se rischioso.

 

Ci sono stati dei momenti di paura prima di esprimere la tua volontà, momenti nei quali non sapevi di saper fare concretamente quello che eri chiamato a fare. Cosa è scattato?  Cosa ti ha dato coraggio di andare dal tuo superiore e dire: voglio fare quest'esperienza?

R. – Un insieme di cose, anzi tutto per me essendo frate c'è la scuola dell'Eucaristia, perché tutti i giorni io pronuncio sul pane e sul vino le parole di Gesù: questo è il mio corpo, questo è il mio sangue. Queste sue parole so che devono diventare anche le mie. Non c'è stato un gran discernimento, mi era chiaro che in quel momento il modo di donare il mio corpo e il mio sangue, il donare la mia vita era e doveva essere questo, avendo la possibilità di offrire un contributo di tipo professionale, in un momento in cui altre forme di carità erano molto limitate dal contagio. Poi c'è stata la testimonianza di tanti, anche tutti i miei amici di Torino e i colleghi e che erano impegnati in prima linea nei pronto soccorso, nei reparti di medicina, di pneumologia, vedere la loro professionalità e la dedizione con cui, senza alcuna retorica, si stavano dedicando alla cura esponendosi personalmente con il coinvolgimento poi delle famiglie a casa, con i problemi connessi, il mettere a rischio i genitori, i figli… Mi ha aiutato anche la testimonianza di due sacerdoti che erano tornati a esercitare. La testimonianza di altri mi ha aiutato a fare questo passo.

Oggi a distanza di tempo che bilancio puoi fare di questa esperienza?

R. – E’ stata un’esperienza bellissima di cui ringrazio il Signore. La lettura giusta viene da un messaggio di auguri che ho ricevuto il giorno del mio compleanno, il 10 maggio. Io ero a Tortona in ospedale, avevo fatto il turno dalle 8 alle 20 e ho festeggiato poi a casa da solo verso le 9 con un piatto di agnolotti. Tra i messaggi di auguri ricevuti quel giorno, una persona mi ha riportato una frase del cardinal Martini che diceva che davanti ad una catastrofe sperimentiamo un senso di impotenza, in quel frangente aiutare qualcuno ti permette di fare esperienza della tua forza e insieme soprattutto di lasciarti sorprendere da Dio, dall'aiuto che Dio ci dà, dal sostegno che Dio ti dà. Per me è stato così. A pensarci tanto è stato travagliato marzo davanti alle notizie che ci arrivavano da tutta Italia, quanto è stato bello aprile, poi maggio poter essere lì accanto ai colleghi, lì accanto ai malati e poter dare il mio contributo, vedere che progressivamente il virus stava tornando sotto controllo e sperimentare la provvidenza di Dio. Ecco poter dare una mano, poter dare il mio contributo come medico. Come frate veramente è stata un'esperienza molto molto bella di cui ringrazio il Signore.

 

Molti ti hanno chiesto del tuo doppio ruolo: medico e frate. Tu hai sottolineato più volte che eri lì per svolgere il tuo lavoro di dottore. Poi attraverso il fare, la tua testimonianza, poteva arrivare altro …

R. – Essendo un frate sembra a volte che l’essere medico non sia sufficiente e che ci debba essere un di più, nella testimonianza, rispetto al lavoro. Nell’ospedale di Tortona, c'era già un cappellano, un sacerdote orionino, Don Pietro che è in gambissima, bravissimo, e che ho avuto la grazia di conoscere e di vedere all'opera sia con i pazienti sia con il personale. Una persona straordinaria che ha fatto un grandissimo servizio. In questo contesto, io sono andato per offrire le mie competenze mediche professionale e vorrei dire che questo per me era sufficiente. Mi bastava aver vissuto quella Parola di Gesù: ero malato e mi avete visitato. Per quanto riguarda il fatto di essere frate i colleghi e il personale sanitario lo sapevano, i malati non lo sapevano. Ma è facile immaginare che non è così semplice gestire un rapporto su due piani molto diversi, nel senso che quando io entro in una stanza, la persona deve sapere che sto entrando come medico, che mi deve parlare dei suoi sintomi e che devo prendermi cura di questo.  In una corsia che è stata piena per un mese e mezzo, in un contesto di emergenza che era per me nuovo, tutto questo ha occupato materialmente le mie giornate, il mio tempo, le energie. Io celebravo al mattino presto o alla sera tardi perché il resto della giornata ero in ospedale, naturalmente poteva capitare che con alcuni pazienti il rapporto di conoscenza fosse un po' più approfondito e mi chiedevano dove lavoravo, cosa facevo. Allora spiegavo di essere frate, però i piani vanno distinti perché la persona deve sapere chiaramente che io sono lì per l'esercizio della professione medica e lo faccio per amore di Gesù Cristo. Poi se avessero avuto bisogno dei Sacramenti io avrei chiamato don Piero, se non ci fosse stato sarei intervenuto io. Io ero lì, in generale, per offrire una consulenza medica.

Fra Andrea ed un collega all'ospedale di Tortona
Fra Andrea ed un collega all'ospedale di Tortona

Ci sono stati momenti di vicinanza particolare con qualche malato che le chiedeva invece un supporto a livello religioso, a livello spirituale?

R. – Relativamente pochi. Il mio tempo era occupato principalmente dalle molte questioni medico-sanitarie e le persone con cui c'è stato anche un dialogo un po' più approfondito non sono state moltissime, poi mediamente c'era la curiosità di sapere perché ero andato lì, come era nata la mia vocazione.  Mi è sembrato di capire che le persone che già avevano chiaro l'aspetto della relazione medico-paziente non trovassero così semplice passare a un altro piano di relazione.

02 agosto 2020, 08:00