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Nel 2020, oltre 350 i migranti morti nel Mediterrano centrale Nel 2020, oltre 350 i migranti morti nel Mediterrano centrale

Centro Astalli, i migranti scartati e dimenticati perché non sono consumatori

Ennesimo naufragio davanti alle coste della Libia, mentre l’Italia è attraversata dalle polemiche politiche dettate dall’emergenza Covid-19 in relazione alla presenza di migranti. Intervista con il gesuita padre Camillo Ripamonti

Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano

Un altro naufragio, un altro triste bilancio. Sono stati 22 i corpi recuperati ieri dalla Mezzaluna Rossa al largo delle coste libiche. È l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ad assumere, ormai quasi quotidianamente, l’onere di annunciare queste “morti dolorose”, come indicate dal capo missione Oim in Libia Federico Soda, che le definisce anche “il risultato di una politica sempre più dura contro le persone in fuga da conflitti e povertà estrema, e il fallimento di una gestione umana dei flussi migratori".

Oim, assente una missione di soccorso dell’Ue

Si contano oltre 350 morti nel Mediterraneo centrale dall’inizio dell’anno ad oggi, il peggior naufragio degli ultimi otto mesi si è registrato la settimana scorsa con 45 morti. Tutto questo, spiega ancora l’Oim, “nell'assenza di una missione Ue di search and rescue e con crescenti restrizioni al lavoro dell'Ong". Oggi, a Trapani, dalla nave quarantena Azzurra, sono stati fatti sbarcare i 603 ospiti imbarcati, risultati tutti negativi al test Covid. Ma le polemiche avviate dalla presidenza della regione Sicilia contro Roma non si placano, alimentate dalla convinzione che siano proprio gli arrivi dei migranti a far alzare drammaticamente il numero di contagi da coronavirus che si registrano negli ultimi giorni. Di qui la richiesta del governatore dell’isola, Musumeci, di chiudere hotspot e centri di accoglienza migranti, una posizione criticata dal Viminale, che precisa come tali decisioni siano di competenza statale e come la sicurezza sanitaria resti una priorità dello Stato.

La cultura dello scarto è entrata nel quotidiano

Soltanto ieri Papa Francesco era tornato ad avvertire che “il Signore ci renderà conto di tutti i migranti caduti nei viaggi della speranza” e che “sono stati vittime della cultura dello scarto”. “Il Papa grazie a Dio ce lo ricorda costantemente – sottolinea padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli di Roma, il servizio dei gesuiti in aiuto ai richiedenti asilo e rifugiati – ma questa cultura dello scarto è entrata a far parte del nostro vivere quotidiano, noi veniamo considerati come dei consumatori e chi non rientra nella categoria del consumatore è nella categoria dello scartato, del dimenticato. Purtroppo i migranti, da questo punto, di vista lo sono pienamente, rientrano in questa cultura dello scarto che li porta a non essere considerati dai vari governi dei vari Paesi. La cultura dello scarto è questa espressione della globalizzazione e dell'indifferenza verso quelle persone che non sono consumatori, ma che hanno bisogno invece di umanità”.

Ascolta l'intervista con padre Camillo Ripamonti

La mobilità umana diverrà tema sempre più centrale

L’importante questione della mobilità umana, secondo il gesuita, è un fenomeno globale che andrebbe “affrontato in modo unitario da parte di tutti gli Stati, con delle politiche non di chiusura, quanto di regolamentazione e gestione in modo più solidale”. Ciò che accade dunque è che oggi, anziché “guardare in faccia il problema nella sua complessità, si preferiscono le semplificazioni, che hanno poi anche dei risvolti politici molto immediati”.  Organizzare e strutturare programmi di soccorso e di ricerca, quindi, sembra l’ultima delle preoccupazioni di una Unione europea che presto, purtroppo, si troverà a fare i contri con ulteriori gravissime tragedie, e questo perché, prosegue Ripamonti, “l’Ue è lo specchio di ciò che pensano i singoli Stati, che badano ai propri interessi nazionali, agli assetti politici interni e che, quindi, non riescono ad avere uno sguardo sull'orizzonte dei prossimi anni, che sarà uno sguardo in cui la mobilità umana sarà un tema sempre più centrale”. Di qui la drammatica consapevolezza che “le persone continueranno a morire e ad affidarsi nei loro viaggi a trafficanti senza scrupoli”.

Strumentale l’equazione migranti-Covid 19

Di fronte dichiarazioni sempre più insistenti che vedono i migranti come una sorta di ‘untori’ che fanno alzare il livello di contagi da Covid nella penisola, Ripamonti risponde che circoscriverla a queste persone è sicuramente “una strumentalizzazione”, poiché non si può non ragionare su tutte le persone partite e rientrate dalle vacanze. Dunque, “concentrarsi e accanirsi su persone che scappano o si mettono in viaggio per cercare condizioni di vita migliori per sé e per la propria famiglia – conclude Ripamonti – è non fare i conti con quella coscienza a cui il Papa ci ha richiama nella gestione di un fenomeno che chiede conto a ciascuno di noi nella presa di posizione, nella presa di responsabilità”.

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24 agosto 2020, 15:48