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Oder: da Giovanni Paolo II e dalla sua famiglia un tesoro di spiritualità per la Chiesa

Alla vigilia del centenario della nascita di San Giovanni Paolo II, il postulatore della causa di Beatificazione e Canonizzazione del Papa polacco, monsignor Slawomir Oder, è intervenuto ad un incontro via web organizzato dall’associazione Iscom. Dopo l’apertura della fase diocesana del processo per i genitori Emilia e Karol, torna in primo piano l’esperienza di vita e di fede di tutta la famiglia Wojtyła. Ripercorsi anche alcuni dei momenti più importanti di un pontificato lungo 27 anni

Giada Aquilino – Città del Vaticano

Quello della famiglia di Karol Wojtyła è stato davvero un esempio di “santità della porta accanto”. Prende a prestito le parole di Papa Francesco monsignor Slawomir Oder, il postulatore della causa di Beatificazione e Canonizzazione di Giovanni Paolo II e ora anche di quella dei suoi genitori, Emilia e Karol, la cui fase diocesana si è aperta il 7 maggio scorso a Wadowice. Un evento che s’intreccia con le celebrazioni per i cento anni dalla nascita di Papa Wojtyła, avvenuta il 18 maggio 1920 proprio nel piccolo centro all’estremo sud della Polonia, e di cui si è parlato oggi nel corso di un incontro via web organizzato dall’associazione Iscom.

Una successione di santità

“Sono convinto di una ‘successione di santità’, una ‘catena di santità’ che avviene e che è espressione più genuina della vita della Chiesa: essa trova il suo primo e fondamentale luogo di esistenza proprio nelle famiglie, in cui si vive la prima esperienza religiosa che - se autentica e vera - viene poi trasmessa, diventa contagiosa perché incuriosisce, stuzzica, influenza la vita delle persone. Quella della famiglia Wojtyła era una santità, per usare le parole di Papa Francesco, ‘della porta accanto’, dell’amore nella vita quotidiana. Prendendo in esame le vicende di questa famiglia, attraverso la vita di san Giovanni Paolo II, ho conosciuto anche l’esperienza del primo figlio, Edmund, il medico che appena due anni dopo la sua laurea, lavorando con dedizione tra i malati con infezioni polmonari, morì giovanissimo. Vedendo questa figura, mi viene da pensare che oltre ai genitori e a Karol, abbiamo un altro potenziale candidato agli onori degli altari. Tutta la famiglia poi affrontava con dignità le difficoltà economiche del primo ventennio del Novecento, con spirito di rinuncia per dare un’educazione ai figli, anche dopo la morte della mamma Emilia. I tratti erano il volersi bene nel senso cristiano, il sacrificio, l’onestà, la tolleranza, un grande senso della provvidenza, di fiducia nei confronti di Dio. La spiritualità che si respirava nella famiglia Wojtyła era molto semplice, popolare, ma sicuramente è rimasta come impronta e matrice su cui poi Giovanni Paolo II è riuscito a costruire un ‘castello’ di finezza intellettuale e di profonda spiritualità che è tesoro per la Chiesa”. Nella Giornata internazionale delle famiglie promossa dall’Onu, monsignor Oder ha riferito della natura del processo di Beatificazione dei coniugi Wojtyla, chiarendo come dal punto di vista “tecnico” esso si inscriva tra quelli “di natura storica”: “viene aperto dopo 40 anni dalla morte e non esistono più testimoni diretti, anche se sono ancora in vita due anziani amici di Giovanni Paolo II. Le altre testimonianze saranno quelle di persone che hanno sentito parlare della loro fama di santità”, oltre a “diversi scritti, omelie e testimonianze” del Papa polacco.

La famiglia Wojtyła

L’attentato del 1981

La profonda spiritualità maturata in famiglia ha accompagnato Karol Wojtyla in ogni momento dei 27 anni di pontificato, manifestata anche - ha detto il postulatore - nella “sopportazione del dolore” e nella “capacità di perdono” dopo l’attentato del 13 maggio 1981 in Piazza San Pietro. Alla domanda dei giornalisti sui mandanti di quell’azione di quasi quarant’anni fa, monsignor Oder ha precisato che tali informazioni non interessavano il processo di Beatificazione e Canonizzazione di Giovanni Paolo II. “Quello che abbiamo saputo dalle autorità italiane, secondo i risultati delle indagini, è che dietro ci sono stati i servizi segreti dei regimi dell’Europa dell’est, un fatto che poi si è concretizzato con la partecipazione dei servizi bulgari e della Germania dell’est. Queste conclusioni dei giudici italiani, come persona, non mi sorprendono né mi scandalizzano, ma - ha spiegato - ciò che a noi ha interessato è stato però l’atteggiamento di Giovanni Paolo II al riguardo: da una parte la sopportazione del dolore, in una lettura dell’evento in chiave di fede collegandolo a Fatima, dall’altra la capacità di perdono e di misericordia, con la visita ad Ali Ağca, l’accoglienza verso sua madre, il viaggio in Bulgaria per dimostrare affetto e amore verso quel popolo”.

La capacità di perdono

Nessuna copertura di abusi

Sollecitato inoltre dai cronisti sull’ipotesi di eventuali coperture riguardanti fatti di abusi sessuali commessi da esponenti della Chiesa, monsignor Oder ha ricordato che “durante il processo sono state approfondite tutte le questioni, sono state fatte delle apposite ricerche negli Archivi Vaticani, secondo le modalità dell’epoca, e - ha aggiunto - posso assicurare che non è risultato alcun elemento che potesse attribuire un’ombra di colpevolezza nei confronti di Giovanni Paolo II. Papa Wojtyła non ha coperto alcun pedofilo e, nel caso si fosse trovato ad affrontare la questione, non avrebbe assunto alcun atteggiamento di copertura”.

Nessuna ombra di colpevolezza

Il dialogo interreligioso

Infine, quando è stata appena celebrata la giornata di preghiera e digiuno di tutta l’umanità per salvare il mondo dalla pandemia, il postulatore ha richiamato l’impegno interreligioso di Karol Wojtyla e l’incontro di Assisi del 27 ottobre 1986. “Ricordiamo bene le iniziative di Giovanni Paolo II durante il suo pontificato: nel contesto culturale ed ecclesiale di allora, suscitarono sicuramente interesse e entusiasmo, ma anche qualche riserva. Karol Wojtyła era cresciuto in un contesto di dialogo e tolleranza, Wadowice era terra di incontro di culture, lingue e religioni, dove la diversità non costituiva un problema ma la possibilità di guardare con una prospettiva diversa. Questa visione del dialogo interreligioso e dell’impegno ecumenico l’ha accompagnato sempre, perciò quando propose l’incontro di Assisi si trattò di un punto di arrivo di un percorso di tutta una vita. Fu molto chiaro sul fatto che dovesse essere un incontro tra persone che pregavano una accanto all’altra. E se oggi esiste la possibilità di trovare un punto di incontro tra varie religioni, anche questo costituisce il frutto di un percorso in cui Giovanni Paolo II ha segnato tappe molto importanti”.

Lo spirito di Assisi
15 maggio 2020, 15:34