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L’Aquila prega senza fiaccole per i suoi morti e per quelli della pandemia

L’arcivescovo del capoluogo abruzzese, cardinale Giuseppe Petrocchi, racconta la Messa in suffragio delle 309 vittime del terremoto del 6 aprile 2009, dedicata quest’anno anche a tutte quelle del coronavirus. “Stanotte il cuore degli aquilani ha ospitato il mondo”

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

A L’Aquila quest’anno, ai tempi del coronavirus, nessuna fiaccola in processione silenziosa per le vie del centro storico, ricorda le 309 vite spezzate dal terremoto iniziato alle 3.32 della notte tra il 5 e il 6 aprile 2009. Ma le campane, ancora una volta, battono per 309 volte e alle 23.30 un vigile del fuoco, in rappresentanza dei tanti che hanno scavato nel buio di 11 anni fa per estrarre dalle macerie sopravvissuti e vittime, accende un braciere in Piazza Duomo, a pochi passi dalla Chiesa di santa Maria del Suffragio.

Una Messa nella notte e un fascio di luce in piazza

Nel tempio costruito dagli Aquilani per ricordare le vittime del terremoto del 1703, che la gente chiama "Chiesa delle anime sante", e diventato, con la sua cupola sventrata e ricostruita, il simbolo della rinascita della città, entrano dopo la breve cerimonia le poche autorità presenti, mentre molti, dalle finestre delle case dove sono confinati dalla pandemia, accendono un lume. Sono il prefetto Cinzia Torraco, il sindaco Pierluigi Biondi e il collega di Barisciano Francesco Di Paolo, in rappresentanza di tutti i comuni del cratere sismico, che seguono l’arcivescovo del capoluogo abruzzese, il cardinale Giuseppe Petrocchi. Dopo l’omaggio alle lapidi commemorative delle vittime del terremoto, nella Cappella della Memoria, il cardinale celebra la Messa. Al centro della piazza, intanto, viene acceso un fascio di luce blu che sale fino al cielo.

Petrocchi: questa notte L' Aquila capitale della preghiera

Abbiamo chiesto all’arcivescovo de L’ Aquila, che per l’occasione ha scritto un commuovente messaggio alla sua comunità diocesana, di parlarcene e di raccontarci il valore di una celebrazione davvero particolare.

Ascolta l'intervista al cardinale Giuseppe Petrocchi

R. - La diocesi e la città hanno avvertito fortemente la condizione di grave calamità a livello planetario. La celebrazione dell' undicesimo anniversario del terremoto, di conseguenza, si è raccordata su questa partecipazione ad un dramma che ormai è universale. Qui a L'Aquila si è deciso di offrire la preghiera della notte della commemorazione, non soltanto in suffragio delle vittime del terremoto, ma per implorare da Dio la misericordia e la pace per tutti coloro che hanno perso la vita a causa del coronavirus, per sostenere i familiari affranti e anche per appoggiare l'opera eroica svolta da tutti coloro che si sono spesi sul campo per soccorrere chi aveva bisogno. Ecco perché nella omelia della Messa di stanotte ho detto che per una notte L'Aquila è diventata capitale della preghiera fatta per tutti coloro che soffrono a causa di questi eventi calamitosi, in particolare tutti i colpiti dal coronavirus e ho detto pure che oggi il cuore degli Aquilani, proprio per questo, ospita il mondo. Si tratta di un vissuto forte, perché l’aver sofferto abilita a capire più da vicino chi sta soffrendo.

E quindi il vostro messaggio è rivolto anche alle altre città e diocesi terremotate del Centro Italia, che stanno vivendo un doppio emergenza simile alla vostra e forse anche più forte, visto che la loro ferita è più fresca?

R. - Avevo già parlato, riferendomi all’esperienza vissuta dagli Aquilani con il terremoto, di un'emergenza dell'anima, che richiedeva una mobilitazione della preghiera, ma anche una capacità di allertare tutte le forze positive in grado di dare risposte. A noi sembra chiaro che in queste condizioni, non basta un soccorso, sempre importante ma tecnico, logistico, una mano fraterna a chi si trova in difficoltà ma non bisogna mettere in secondo piano l’affiancamento spirituale e psicologico delle persone che sono colpite perché l'anima, come dimensione personale e comunitaria, gioca un ruolo essenziale nella capacità delle persone di affrontare le situazioni e di renderle possibilità di crescita cioè di non essere sopraffatte dalle avversità. L'importante è dare significato, cioè scoprire che dentro tutte le condizioni di sofferenza il Signore Gesù è entrato già, e quindi le può rendere occasioni di grazia, opportunità di crescita. Non si deve rimanere soltanto all'involucro esterno degli eventi bisogna, con l'aiuto della fede, oltrepassare questa frontiera per capire cosa Dio ci chiede e cosa Dio ci dona anche attraverso queste situazioni di dolore.

Nel suo messaggio alla comunità diocesana, lei chiede a tutti di mobilitarsi per vincere la nuova sfida di onde non più “sismiche ma  virali”. Qual è la situazione in diocesi e come sta reagendo la popolazione?

R. – Ci sono situazioni che per essere affrontati superate richiedono che non soltanto una parte, per quanto attiva, scenda in campo. Non basta neppure che siano tanti ad offrirsi come collaboratori. Occorre davvero che tutti si sentano partecipi di questa impresa. A me sembra che L’Aquila, sia nella sua dimensione ecclesiale che sociale, abbia avuto questa capacità di essere compatta nel rispondere a queste sfide che la storia pone. L'esperienza del terremoto ha dato le categorie mentali e affettive per poter essere un popolo che è stato temprato dalla storia e che quindi ha anche questa nuova guerra che in questo caso la pandemia sta muovendo non soltanto a noi ma all'intera umanità.

“Molti danni li vedremo alla fine” scrive ancora. Cosa teme, in particolare?

R. -  Molti analisti prevedono dei collassi di tipo economico, dei riverberi sociali che non sono positivi. A me sembra che si debba stare molto attenti a mantenere alti i valori cristiani e umani, perché queste sfide non si vincono soltanto sul piano delle tecnologie, certamente importanti, di tipo ingegneristico, finanziario, nè con le metodologie sociali e istituzionali. Occorre che ci sia una spiritualità di popolo, in grado di leggere gli eventi e di dare senso. Se la situazione dovesse in qualche modo mettere in crisi questa capacità, il danno sarebbe potentissimo perché verrebbe a mancare la spinta necessaria a non soltanto ripartire ma a rendere questa condizione una lezione di vita per migliorarsi e per migliorare le proprie relazioni con il mondo che ci circonda.

Infine, nel suo messaggio, lei fa appello alle risorse nascoste che devono attivarsi se si prende coscienza del disastro. Ma si stanno già attivando?

R. – Sicuramente! Vede, in ciascuno di noi, ma anche a livello collettivo, ci sono dei giacimenti di buone potenzialità nascosti, di coraggio, di pazienza, di laboriosità, di proiezione perseverante nella direzione della speranza. Quando ci sono situazioni come questa, che chiedono, nell'emergenza, che tutto ciò che è patrimonio venga messo in circuito la gente si accorge, con l'aiuto di Dio, di disporre di forze che non pensava neppure di avere e quindi da questi “scantinati dell'anima” vengono recuperate energie che consentono di fronteggiare queste ostilità che ci vengono dagli eventi. Quindi è necessario scoprire che Dio ci attrezza sempre ad affrontare le situazioni. C’è una frase della lettera ai Corinti, che per me è stata sempre una grande luce di conforto, in cui l'apostolo Paolo dice che “insieme alle prove Dio ci dà sempre la via d'uscita e la forza per affrontarle”. Quindi la via d'uscita c’è, bisogna scoprirla. Così come le forze ci sono date, ma bisogna saperle valorizzare.

06 aprile 2020, 16:48