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la lavanda dei piedi di Papa Francesco del Giovedì Santo 2013 la lavanda dei piedi di Papa Francesco del Giovedì Santo 2013

Il Covid-19 spiegato ai ragazzi "dentro"

Lo straordinario lavoro dei cappellani delle carceri minorili per garantire assistenza e conforto ai detenuti più piccoli

Davide Dionisi - Città del Vaticano

Una volta li chiamavano riformatori, poi sono diventate case di correzioni, carceri minorili, istituti di rieducazione per minorenni. Oggi anche queste realistiche espressioni hanno lasciato il posto a “Istituti Penali per Minorenni” e per la verità gli ospiti di queste strutture, l’aria del carcerato non ce l’hanno. Tanto più che, collaborando con le figure istituzionali che condividono il loro percorso di detenzione, a partire dai direttori, si è riusciti nel tempo a mutare l’aspetto di un carcere minorile in quello di un collegio neanche troppo rigoroso. Certo, non c’è la libertà, ci sono le pesanti porte di ferro, le serrature robuste e il campanello alla fine delle lezioni non ti invita a uscire per tornare a casa. Andiamo ai numeri.

Cosa sta succedendo?

Secondo il quinto rapporto di Antigone, “Guarire i ciliegi”, presentato nei giorni scorsi a Borgo Amigò, la struttura romana alternativa al carcere fondata da Padre Gaetano Greco, al 15 gennaio scorso i minori e giovani adulti detenuti nei 17 IPM italiani erano 375. Raramente le presenze sono scese sotto le 400 unità (dunque il dato attuale è quasi eccezionale) ma, altrettanto raramente, sono salite sopra le 500. Cifre che rivelano un'Italia che ricorre alla detenzione dei più piccoli in maniera residuale. “Numeri bassi che sono certamente una buona notizia e che si accompagnano ad una diminuzione anche dei numeri della criminalità minorile” sostiene il Presidente di Antigone, Patrizio Gonnella. Ma sono comunque 375 e in questo momento anche loro stanno vivendo un disagio nel disagio. Come spiegare il contagio da COVID-19, questo evento nefasto epocale, a minorenni che vivono già da ristretti e che difficilmente riescono a comprendere ciò che sta accadendo fuori? Un ruolo centrale lo stanno svolgendo al loro fianco i cappellani.

La vita che cambia

Don Nicolò Ceccolini, che presta servizio nell’IPM di Casal del Marmo a Roma, racconta che: “E’ stata la stessa direttrice a chiedermi di incontrare i ragazzi per illustrare questo insolito scenario, perché si è detta convinta che quando i ragazzi vedono il sacerdote si tranquillizzano. Per certi versi ha ragione” aggiunge.  “Non possiamo fare miracoli, ma aiutiamo a stemperare tante situazioni di difficoltà”. Quale è stata la loro reazione, gli chiediamo: “Ho cercato di fargli capire che quello che sta succedendo fuori, cambierà anche le loro vite. E’ un momento speciale che chiede a tutti di fare un sacrificio in più”. Quanto al coinvolgimento personale, Don Ceccolini precisa: “A me hanno chiesto da dove viene questo virus e perché ha colpito proprio la nostra nazione. Ho riposto che il COVID-19 viene dal cuore della Cina, ma non dal cuore di Dio, perché il Signore non vuole il male dei suoi figli. Inoltre” continua il cappellano di Casal del Marmo “li ho invitati a cogliere questa occasione che, se pur drammatica, offre la possibilità per riprendere in mano le questioni più importanti della loro vita. Tanto più che siamo in tempo di Quaresima”.

"Tempo favorevole"

Dalla capitale al Beccaria di Milano, storicamente uno degli Istituti Penali Minorili più importanti d’Italia, grazie al grande impegno (anche in termini di risorse economiche) delle istituzioni pubbliche e private milanesi. Qui Don Claudio Burgio nel 2000 ha dato vita all’associazione “Kayrós”, a Lambrate, e a Vimodrone, alla prima comunità di accoglienza per minori in difficoltà segnalati dal Tribunale per i Minorenni, dai Servizi Sociali di riferimento e dalle forze dell’Ordine. “Il nostro nome, Kayrós, è in questo momento più che mai importante perché in greco significa tempo favorevole, l'occasione di saper vivere un momento così difficile anche in questa chiusura blindata come se ci fosse un carcere nel carcere” rileva Don Burgio. “Vivere aiutandosi, riscoprendo il valore dei rapporti umani, andando avanti senza usare sostanze stupefacenti. Non possono vedere nessuno e questa lontananza dai loro familiari e, perché no, anche dalla scuola, li deprime. Sta a noi inventare le loro giornate attraverso attività formative, ludiche e ricreative che possono stimolare pensieri nuovi per un futuro diverso. Anche se oggi ci appare quanto mai incerto”.

Affetti via chat

Da Milano a Catania dove il cappellano dell’IPM Bicocca è don Francesco Bontà: “Per fortuna i ragazzi qui non sono molti. L’Amministrazione ha dato la possibilità di continuare ad avere i colloqui attraverso Skype per non perdere il contatto con i loro cari. Sono molto tranquilli e mi rivolgono tante domande, anche se ovunque sono state sistemate istruzioni su come comportarsi per evitare il contagio. Su tutte, lavarsi bene le mani ogni volta che si rientra in cella ed evitare qualsiasi contatto. Quanto alle attività” continua Don Bontà “cerchiamo di proporre soprattutto momenti di svago e ci aiutiamo con i giochi da tavolo. Non è facile, ma al cappellano oggi viene chiesto soprattutto questo, perché per loro siamo un padre. Anzi, non solo per loro, ma anche per gli agenti di Polizia Penitenziaria e per quanti ruotano attorno alla struttura che, costantemente, ci chiedono di pregare”. I ragazzi finiti dentro sono quasi sempre portatori di disagi personali enormi. Disagi che si ingigantiscono ulteriormente quando subentra la coscienza di essere ghettizzati, reclusi tutti insieme, come scarto della società.

La mobilitazione del cuore

Al tempo del Coronavirus le istituzioni sono chiamate ad un surplus di progettualità per cercare di eliminare le condizioni di disagio, di emarginazione che hanno portato i ragazzi a commettere reati. Prima della diffusione del COVID-19 il difficile veniva quando uscivano da queste strutture, per mancanza di strutture e di reti di servizi in grado di continuare ad occuparsi di loro. Ma oggi? Secondo il Card. Giuseppe Petrocchi, Arcivescovo de L’Aquila, da sempre attivo nel servizio di pastorale carceraria non solo nella sua diocesi: “Così come il navigante deve porre in atto manovre particolari se il mare è in tempesta, anche la comunità cristiana in questi frangenti deve fare appello a tutte le risorse di mente e di cuore di cui dispone per essere una Comunità Samaritana, cioè una comunità che si fa carico della sofferenza e dei sofferenti”. Il porporato parla dell’esempio di Papa Francesco: “Attraverso la mobilitazione del cuore, animato dalla carità cristiana, il Santo padre pone dei gesti importanti che non hanno solo un valore esemplare nel suo ministero, ma tracciano anche dei percorsi che l'intera comunità ecclesiale è chiamata a vivere in modo corale”. Il Card. Petrocchi spiega inoltre che: “La carità non è soltanto fare qualcosa per gli altri, non è soltanto dare, ma è stare con gli altri. Non significa soltanto mettere in campo gesti di beneficenza, anch’essi importanti, ma fare spazio a chi porta nella propria esistenza i segni di una sofferenza in cui riconosciamo la croce del Signore. In questo tempo di difficoltà occorre un amore speciale. Specialmente nei confronti di questi ragazzi”.

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18 marzo 2020, 17:20