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Nuova Zelanda, aborto. Vescovi: tutelare i diritti dei bambini non nati

I bambini, le donne e le famiglie al centro della preoccupazione della Conferenza episcopale della Nuova Zelanda nell'ambito del dibattito che è in corso nel Paese sulla depenalizzazione dell'aborto

Isabella Piro- Città del Vaticano

Continua il dibattito sulla depenalizzazione dell’aborto in Nuova Zelanda dove, nei mesi scorsi, è stato presentato un disegno di legge che mira ad autorizzare l’interruzione volontaria di gravidanza (Ivg) su richiesta fino a 20 settimane di gestazione. Dopo di allora, una donna potrà ottenere l’Ivg se il medico, tenendo conto della sua salute fisica e mentale e del suo benessere, “crede ragionevolmente che l’aborto sia appropriato alle circostanze”. Con la normativa vigente, invece, dopo le 20 settimane l’Ivg è possibile solo in caso di incesto, malformazione del feto o seri rischi per la salute mentale e fisica della donna.

La posizione della Chiesa cattolica

Contraria, naturalmente, la Chiesa cattolica: in una nota riportata sul sito web della Conferenza episcopale locale, si esprime forte preoccupazione per il fatto che i bambini non ancora nati perdano i loro diritti. “Ogni minore non ancora nato – affermano i presuli attraverso Cynthia Piper, membro della Commissione per la Giustizia sociale della diocesi di Hamilton – ha diritto ad un posto nella famiglia umana, insieme a tutti gli altri diritti che ne derivano”. ”Nel grembo materno infatti – continua la Piper - il bambino ha già la sua identità genetica e la legge deve riflettere questa realtà”. È “totalmente inaccettabile, dunque”, che la normativa proposta sull’aborto “non ponga più alcun obbligo legale a considerare i diritti dei nascituri”.

L'aborto "a richiesta"

Non solo: mentre la normativa vigente fa riferimento alle anomalie fetali per autorizzare l’aborto fino e non oltre le 20 settimane, la proposta di legge non fa alcun cenno del genere, aprendo così all’aborto “a richiesta”, ovvero in qualsiasi momento. I presuli neozelandesi lanciano dunque l’allarme per i nascituri con disabilità fetale che, con la nuova normativa, non avrebbero alcuna tutela. Inoltre, non solo i criteri suggeriti agli operatori sanitari per valutare se l’aborto è appropriato o meno sono “indefiniti e soggettivi” – dice la Piper - ma la nuova normativa non rende necessario l’obbligo legale di “effettuare esami fino alla 20.ma settimana di gestazione”.

Le difficoltà delle famiglie

Infine, Cynthia Piper riporta il cruccio della Chiesa cattolica per “le pressioni sociali, familiari ed economiche che sorgono quando una donna si trova improvvisamente ad avere una gravidanza non prevista”: pressioni provate e documentate con le quali si dimostra che “se le donne ricevessero un maggior sostegno, non sceglierebbero di abortire”. Ma la nuova legge, se approvata, non andrà affatto in questa direzione, anzi: avrà “effetti negativi a lungo termine” su tutte coloro che si “sentiranno spinte” ad interrompere la gravidanza.

26 febbraio 2020, 11:51