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Sudafrica, il nunzio ai vescovi: “siate esempi autentici”

All’Assemblea plenaria dei vescovi del Sudafrica, intervento del nunzio apostolico mons. Peter Welles, che si è concentrato su come la “missione straordinaria” tanto cara a Papa Francesco, possa e debba diventare per i vescovi un vero e proprio “progetto di vita”

Roberta Barbi - Città del Vaticano

Il nunzio esorta i presuli a tornare “alla conversione del Battesimo” per raggiungere una più intima partecipazione alla missione apostolica che li caratterizza: “Se Gesù è la radice – ha affermato – allora ritornando alla radice, ritorniamo a Gesù”. “Il richiamo profondo al ministero sacramentale dell’episcopato non è solo la consacrazione tre volte da parte dello Spirito Santo nei momenti dell’ordinazione diaconale, presbiteriale ed episcopale – aggiunge – ma un’esperienza quotidiana e continua di conversione”.

Raggiungere le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo

Ricordando il Vangelo di Luca, mons. Welles ha spiegato all’Assemblea in corso a Pretoria, che “il più grande tra voi deve diventare come il più giovane e il leader come colui che serve. Perché chi è più grande, colui che è a tavola o colui che serve?”. Essere esempi autentici, allora, significa tornare alla verità del Vangelo, dal momento che la missione fondamentale della Chiesa è evangelizzare. Una missione, però, che pur essendo immutabile nel tempo e nello spazio, non così sono i suoi strumenti: inevitabile, dunque, anche per i vescovi, adattarsi ai tempi per raggiungere “tutte quelle periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo”.

I vescovi chiamati a diventare ‘preghiere vive’

Monsignor Welles, citando Paolo VI, ha poi indicato il grande compito apostolico cui sono chiamati i vescovi: insegnare, governare e santificare. “Attraverso la celebrazione dell’Eucaristia, l’adozione della Lectio divina, l’Ufficio – ha detto – dobbiamo diventare preghiere vive attraverso le quali la Buona Novella s’inserisce nella vita del mondo”.

Crisi spirituali e sacerdotali

Il presule ha poi affrontato l’argomento della crisi spirituale e sacerdotale, sottolineando che “il ministero non è un contratto di lavoro, ma un dono che si riceve e di cui bisogna prendersi cura”. “La crisi vocazionale di chi lascia – ha evidenziato – ci sprona a entrare nel nostro senso di crisi: cosa avremmo potuto fare di più per rendere appagante la scelta del servizio al popolo di Dio?”. Infine qualche parola sulla gioia: “Se vogliamo conoscere la gioia di Gesù e portarla agli altri, dobbiamo essere consapevoli che ci sconvolgerà, ci spingerà oltre il nostro conforto, la certezza del passato, verso la libertà dello Spirito Santo che si muove dove vuole”, ha concluso.   

23 gennaio 2020, 12:04