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Vatican News

Siria, la presenza francescana come segno di speranza

La guerra in Siria dura, ormai, da oltre 8 anni. È grande l’impegno dei frati della Custodia di Terra Santa, nonostante la situazione di incertezza, per ricostruire la “casa” Siria. Un impegno fatto di preghiera e di contemplazione, ma anche di apostolato fra la gente

Eugenio Serra - Città del Vaticano

“Incoraggiamo la gente a vivere questo momento come una testimonianza e una missione. Stiamo vicino a chi non riesce ad arrivare a fine mese. Quindi, sicuramente, la nostra presenza è un segno di speranza per la gente che vive in Siria. Così Padre Bahjat Elia Karakach apre l’intervista a Vatican News. Frate minore della custodia di Terra Santa, parroco della chiesa latina di Damasco e custode dell’annesso convento

La situazione a Damasco

Attualmente la situazione a Damasco è migliorata. “Si vive - racconta p. Karakach - senza paura di attacchi e di atti terroristici, però c’è una situazione economica molto difficile, c’è la recessione economica. La gente non ha molta speranza nel futuro. È una situazione che genera un po’ di disperazione, e spinge la gente a emigrare per cercare fuori una vita migliore”.

Ascolta l'intervista a Bahjat Elia Karakach

I cristiani presenti e attivi nella società

“I cristiani – afferma p. Karakach - continuano ad essere molto presenti e attivi nella società, attraverso la carità e il dialogo. Direi che si tratta di una presenza molto qualitativa. Anche se rappresentiamo una minoranza, siamo molto presenti e attivi.

Con la fede si possono vivere le sofferenze come una testimonianza cristiana

“Con gli occhi della fede – dichiara p. Karakach- tutto può acquistare un senso diverso. Anche una situazione difficile, quando si ha la fede, si può vivere come una testimonianza e una missione. E’ questo il senso della nostra presenza qui come cristiani, ed è quello che cerchiamo di trasmettere alle nostre comunità. Non bisogna vedere solo la sofferenza da un punto di vista terreno, ma bisogna trovare un senso nella sofferenza, che è quello di partecipare alla croce di Cristo per la redenzione del mondo.

Un dialogo interreligioso praticato ogni giorno

Il dialogo con i musulmani – conclude p. Karakach - non è un dialogo fatto di teorie. Raramente si fa ufficialmente un incontro di dialogo. Questo, forse, si fa più in Occidente. Noi viviamo insieme ogni giorno. Abbiamo le stesse sfide e le stesse difficoltà. Anche i rapporti di amicizia e di lavoro sono tutti intessuti di dialogo. Non si può vivere senza dialogo. Qui il cristiano è conosciuto per questa apertura verso l’altro, quindi anche di dare una testimonianza per l’amore di Cristo.
 

15 luglio 2019, 14:52