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In Sicilia riflessione sulla lettera dei vescovi contro la mafia

Ad un anno dalla presentazione di "Convertitevi!", la lettera dei vescovi siciliani nel 25mo del grido lanciato da Giovanni Paolo II da Agrigento, si è svolto a Palermo un incontro cui hanno partecipato mons. Stefano Russo, Segretario generale della Conferenza episcopale italiana, l’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, e Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio

Alessandra Zaffiro - Palermo 

“Rispetto a quel grido che il Papa ha lanciato c'è stato un cammino che anche la Chiesa ha fatto, non soltanto la Chiesa, anche la nostra società. Credo che sia stato un grido importantissimo quello di Giovanni Paolo II perché ha inciso profondamente nella nostra società, nella società italiana e ancora oggi il fatto che ci troviamo qui a riflettere su quel grido e che i vescovi siciliani hanno fatto un documento apposito ne è una prova”. Così il Segretario generale della Conferenza episcopale italiana, mons. Stefano Russo, che ha guidato la riflessione di ieri pomeriggio nell’Aula Magna della Facoltà Teologica di Palermo.

Il preside della Facoltà teologica, Francesco Lo Manto, ha introdotto il tema dell’incontro insieme al Centro studi “A. Cammarata” sulla cooperazione, i cui lavori sono stati moderati da Anna Pia Viola. “Penso che sia opportuno essere fedele a questo appuntamento e ritrovarsi ogni anno il 9 di maggio – ha aggiunto mons. Russo - quasi per fare un po' un punto della situazione, a che punto stiamo. Sappiamo benissimo che è necessario vigilare, che non bisogna mai dare per scontato su queste cose, su queste situazioni, la capacità nostra, di saper contrastare al meglio. Noi certamente come annunciatori di Cristo ricerchiamo la pace, cerchiamo la pace ma questo ci richiede di essere anche scaltri e attenti anche a quello che succede per far sì che questo annuncio di pace sia efficace”. “Non ci può essere conciliazione fra l’essere mafioso e il credere in Dio: sono due cose che – ha dichiarato il Segretario generale della Conferenza episcopale italiana - non possono essere accostate e quindi chi opera nell'ambito della mafia con atteggiamenti mafiosi è lontano da Dio”.

Mons. Russo: farsi portatori di valori contro la mafia

A distanza di 26 anni la cronaca riporta la presenza della mafia in tutta Italia, non solo in territori circoscritti. “Questo - sostiene Mons. Russo - è un ulteriore elemento che attesta quanto sia importante da parte nostra vigilare perché l'atteggiamento mafioso non può essere circoscritto alla sola Sicilia, tanto più che sappiamo che poi la mafia si è diffusa anche nel mondo, è diffusa nel mondo, quindi è molto importante che come Chiesa ci poniamo di fronte alla mafia riflettendo, cercando anche di capire come incidere positivamente sulla società portando l'annuncio di Gesù Cristo”. 

Intervista a mons. Stefano Russo

“Ognuno di noi intanto può essere portatore di valori che sono contrari alla mafia, non è che dobbiamo lavorare contro la mafia, noi lavoriamo a favore della persona, a favore dell’uomo, a favore delle famiglie perché - conclude il Segretario generale della Conferenza episcopale italiana - se non c'è Gesù Cristo, questo è naturale, non puoi annunciare Gesù Cristo e appartenere alla mafia perché è una contraddizione, quindi l'annuncio di Gesù Cristo di per sé dovrebbe favorire che anche diminuiscano sempre più quegli atteggiamenti mafiosi, già questo è qualche cosa”.

Mons. Lorefice: “Il Vangelo deve creare logica, mentalità"

Il commento al testo dei presuli anche nelle parole dell'arcivescovo di Palermo mons. Corrado Lorefice  dei vescovi viene anche commentata da mons Lorefice che così ne spiega origine e contenuto:

Ascolta l'intervista a mons. Corrado Lorefice

“Il documento che come episcopato siciliano ha voluto quasi essere onda lunga di quel grido di Giovanni Paolo II che parla al cuore dei mafiosi ma con la parola evangelica per eccellenza che è quella della Conversione. Parola che riprenderà venticinque anni dopo Papa Francesco venendo qui a Palermo in occasione del venticinquesimo dell'uccisione di Padre Pino Puglisi. La stessa parola che però Papa Francesco poi amplifica dicendo ai mafiosi ‘voi siete fratelli, sorelle ma vi dovete convertire, sapendo che se rimanete uomini di onore, non di amore, la vostra vita sarà una terribile sconfitta’. Penso che la bellezza di questo documento sia il linguaggio evangelico: cioè parlare ai mafiosi con la potenza del Vangelo, anche per loro c'è conversione ma il Vangelo stesso annunzia loro questa conversione. Vuol dire che c'è un cambiamento di vita rispetto a scelte logiche di vita che sono intrinsecamente anti evangeliche”.

Cosa rimane nella memoria dei siciliani, che percezione ha di quell'appello di Giovanni Paolo II?

“E’ chiaro che oggi il 1993 significa realmente un cambiamento di consapevolezza da parte delle chiese della Sicilia, perché non dimentichiamo che il monito di Papa Giovanni Paolo II è a maggio e a settembre addirittura viene ucciso Pino Puglisi, dinnanzi ad una mafia che vuole imporre il suo potere, perché di questo si tratta: un potere carsico, subdolo, che schiavizza, che rende schiavi, dinnanzi a una mafia che vuole dimostrare il potere sia nei confronti dello Stato che addirittura ormai anche nei confronti della Chiesa che con quel grido chiaramente, come dire, segna un trapasso definitivo di consapevolezza della Chiesa rispetto alla antievangelicità della mafia. Allora è chiaro che tutto questo ha creato una grande consapevolezza. Ora da vescovo di Palermo – aggiunge mons. Lorefice - chiaramente quella Palermo che ha subito un fiume di sangue di martiri di giustizia e della fede, è una Palermo che ha un'altra consapevolezza è una Chiesa che oggi ha una consapevolezza soprattutto nell'ordine della sfida educativa. Il Vangelo - conclude l’arcivescovo di Palermo - deve creare logica, mentalità, non è possibile che la mafia invece determini la logica della nostra gente, e qui è tutta una questione appunto di evangelizzazione e in questo seguiamo proprio anche quello che è l'indirizzo che Papa Francesco sta dando oggi alla Chiesa, una chiesa che riparte dal Vangelo che evangelizza e dunque forma e performa la mentalità con i valori del Vangelo in particolare delle Beatitudini”.

Riccardi:  quel ‘Convertitevi!’ gridato nel cuore della Sicilia

Per il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, “la Chiesa fa memoria, memoria storica di un evento che è stato molto importante. Direi che quell'evento è stato un punto di svolta nella consapevolezza della missione della Chiesa per portare la pace, per lottare contro la cultura mafiosa, per liberare dai legami che la cultura mafiosa pone sulle spalle del popolo siciliano e di altri. E’ stato un momento di consapevolezza non perché si sia cominciati nella Chiesa ad avere coscienza del dramma della mafia, della piovra della mafia 25 anni fa, ma perché da quel momento con più chiarezza si è risposto alla mafia con parole nostre. Naturalmente un linguaggio nostro impastato di parole tratte anche dalla coscienza civile, ma con le parole del Vangelo. E tanti anatemi contro la mafia non hanno pesato come quel ‘Convertitevi!’ gridato nel cuore della Sicilia, tanto che noi abbiamo le prove che i mafiosi hanno giudicato malissimo il gesto di Giovanni Paolo II e hanno reagito pesantemente, perché li colpiva a fondo, con l'attentato a San Giovanni, a San Giorgio al Velabro e anche con l'assassinio di Padre Puglisi. Cioè quel ‘Convertitevi!’ ha toccato la mafia pesantemente”.

Ascolta l'intervista ad Andrea Riccardi

Oggi la lotta alla mafia secondo lei è cambiata nel tempo, da 26 anni ad oggi, è cambiato qualcosa nella lotta alla mafia?

“Bisogna distinguere, innanzitutto io penso che la mafia non è solo in Sicilia e noi vediamo come nel resto dell'Italia si fa fatica per esempio a Roma o nel nord ad avere coscienza che la cultura i sistemi i mafiosi sono anche lì. La mafia non è solo in Italia, la mafia è un fenomeno globale, pensiamo al Messico, all'America Latina, ma anche alla Russia. Le mafie si sviluppano nel mondo globale e spesso sono una realtà che soffocano la società e lo sviluppo economico. Da un punto di vista civile – ha aggiunto Riccardi - l'Italia ha fatto molti passi in avanti nella lotta alla mafia anche con il sacrificio di tanti uomini della legge e di tanta povera gente che ha pagato con la vita la lotta alla mafia. In quanto Chiesa, a me sembra che il percorso della Chiesa siciliana, tratteggiato dalla lettera 25 anni dopo, a partire dal grido di Agrigento sia un percorso molto significativo. E’ stata una lettura dei segni dei tempi che si è trasmessa alla vita pastorale, alla vita ecclesiale e che in una qualche misura ha usato le parole e gli strumenti propri del Vangelo e della vita ecclesiale per estirpare il carattere mafioso, la Piovra mafiosa della vita della società. Esempio più forte di tutti – ha dichiarato il fondatore della comunità di Sant’Egidio - è stato don Puglisi, il quale non gridava, ma minacciava la mafia da vicino con l'educazione dei giovani, con l'educazione dei bambini e via dicendo. La cosa che mi ha più colpito anni fa, visitando San Gaetano, la parrocchia di Puglisi, è che mi hanno fatto vedere i bambini che giocavano nell'oratorio e mi hanno detto: ‘Guardi questi due sono due ragazzi del clan Graviano, che ora vengono all’oratorio’. Questa mi sembra una delle vittorie di Puglisi, per cui la vita di ogni ragazzo, di ognuno, era un grande valore”.

10 maggio 2019, 13:34