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Mimose in fiore simbolo delle donne Mimose in fiore simbolo delle donne  (ANSA)

"Donna e Chiesa": nuovo corso al Pontificio Ateneo Regina Apostolorum

Il diploma è offerto dall’Istituto di Studi Superiori sulla Donna, a partire dal prossimo Anno accademico 2019/2020. Intervista con la prof.ssa Marta Rodriguez, direttrice dell'Issd

Roberta Gisotti – Città del Vaticano

Comprendere, rispettare, valorizzare e promuovere il genio femminile nella vita della Chiesa, così come raccomandato da Papa Francesco. Da qui l’idea di offrire un percorso accademico ad hoc nell’ambito della Pontificia Università Regina Apostolorum (Upra), che porti a conseguire un Diploma di specializzazione su “Donne e Chiesa”. Il Corso prevede due settimane intensive di insegnamenti multidisciplinari, in programma dal 23 al 28 settembre 2019 e dal 10 al 15 febbraio 2020, presso l’Istituto di Studi Superiori sulla Donna (Issd), fondato nel 2003 con l’intento di promuovere la prospettiva femminile, in ambiti ecclesiale e civile  incoraggiando un proficuo rapporto di collaborazione tra uomini e donne, che porti a valorizzare la ricchezza delle loro specificità.

Manca una cultura che valorizzi i talenti femminili

Che cosa impedisce ancora oggi alle donne di essere pienamente apprezzate e valorizzate nella Chiesa, nei propri talenti femminili? L’ostacolo è anzitutto culturale, spiega Marta Rodriguez, direttrice dell’Issd.

Ascolta l'intervista a Marta Rodriguez

R. – Io credo vi sia una mancanza di formazione di cultura, perché negli ultimi 40 anni abbiamo parlato molto dell’importanza del contributo delle donne. Ci sono principi molto chiari che poi fanno fatica ad essere concretizzati nella vita.

Il cammino di emancipazione delle donne è stato costellato di grandi successi nel secolo scorso, che in parte però oggi vediamo vanificati dal venire meno di alcune tutele sociali, ad esempio della famiglia tradizionale o della maternità, sempre più osteggiata nel mondo del lavoro o dei tempi di conciliazione del lavoro fuori e dentro casa.  Come ancorare i risultati ottenuti ad un progresso civile che valorizzi davvero il ruolo delle donne?

R. – Per me il cammino è guardare avanti e non indietro, perché le conquiste che sono state fatte sono importanti e le celebriamo, però non hanno colmato, non hanno risposto a tutte le domande. Oggi le donne fanno fatica anche a capire cosa significa essere donna, quando la società e i modelli organizzativi non favoriscono la maternità, ma tutto il contrario. Noi crediamo che il cammino sia quello di promuovere un’alleanza tra uomo e donna come quella di cui parlava il Santo Padre nel suo Messaggio ai membri dell’Accademia Pontificia per la Vita: quell’alleanza tra uomo e donna che porterà a prendere in mano la regia della società, e anche i modelli organizzativi del mondo del lavoro, perché non siano così improntati sul tempo e lo spazio ma siano più flessibili ed improntati sui risultati.

Effettivamente, troppo spesso vediamo il ruolo delle donne schiacciato su quello maschile.

R. –Sì, oggi invece ci vogliono le soft skill ovvero le caratteristiche personali che le donne portano in un modo preminente, e di cui anche il mondo del lavoro ha bisogno per uscire dalla crisi che stiamo affrontando.

Forse manca una profonda presa di coscienza delle donne stesse, del proprio valore, della propria unicità?

R. – Io sono convinta di questo. Credo che oggi abbiamo perso anche il contatto con il significato del corpo, facciamo fatica a capire cosa significa essere donna. Sappiamo che è difficile ma non sappiamo cosa significhi. E quello porta anche una crisi della virilità, che oggi è un fenomeno in crescita.

Quindi questa contrapposizione uomo donna ha portato piuttosto degli aspetti negativi?

R. – La contrapposizione sempre porta aspetti negativi. Noi proponiamo un’alleanza che parte dal riconoscimento dell’identità di ciascuno, del rispetto dell’identità dell’altro e poi è nell’incontro che ognuno trova anche la propria identità. E’ una sinergia…e sono risultati che da soli non si possono raggiungere.

A chi è rivolto il Corso?

R. – E’ aperto a vescovi, presbiteri, religiose, religiosi, laici, uomini e donne che siano impegnati in ruoli formativi o di leadership in ambito ecclesiastico, sia a livello curiale e diocesano che accademico. Loro sono in primis i drivers i guidatori del cambiamento che ci auguriamo di poter raggiungere insieme a loro.

Sono previsti tre moduli incentrati sugli aspetti socioculturali, teologico-pastorali ed ecclesiali, antropologico e psicopedagogico. Un percorso a 360 gradi?

R. – Sì, molto ambizioso. Il primo modulo tenterà di evidenziare a livello socioculturale quali sono le luci e le ombre della situazione della donna all’interno della Chiesa e non solo. Il modulo teologico-pastorale che ha una buna parte ecclesiologica tenterà di approfondire le prospettive ecclesiologiche che sono state aperte dal Concilio Vaticano II per i laici e anche con le sue implicazioni di tipo canonico. C’è poi una parte di mariologia ed un approfondimento nell’antropologia teologica. Mentre nella parte più applicativa, più psicopedagogica si affrontano temi di teologia pastorale che a volte i sacerdoti fanno fatica ad affrontare e che riguardano le donne in modo particolare, per esempio la violenza sulle donne, la pornografia, l’abuso sessuale… Vogliamo dare strumenti in questo campo che si concretizzeranno in workshop molto pratici: come gestire la comunicazione tra uomo e donna nel mondo del lavoro, come gestire il pregiudizio e l’empatia, l’ascolto... Quindi si va da lezioni di tipo scientifico abbastanza esigenti a workshop di tipo molto pratico e applicativo.

 

 

28 maggio 2019, 14:10