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Suor Bonetti: alla Via Crucis racconterò il calvario delle vittime della tratta

La missionaria della Consolata, presidente dell’Associazione “Slaves no more”, racconta ai microfoni di Vatican News come ha accolto la richiesta di curare i testi per il Venerdì Santo al Colosseo

Barbara Castelli – Città del Vaticano

Dopo un iniziale momento di “imbarazzo”, mi sono resa conto che poteva essere “una grande opportunità”, “non per me, ma per le tante persone che in tanti anni abbiamo conosciuto, abbiamo aiutato, stiamo aiutando”, persone con le quali abbiamo condiviso un “calvario”. Sarà un’opportunità per far emergere il problema della tratta, per far comprendere “quanto dolore causiamo per la nostra indifferenza”: “non ci tocca più niente”, “non riusciamo più a vedere le persone dietro ai problemi”. Con queste parole suor Eugenia Bonetti, missionaria della Consolata e presidente dell’Associazione “Slaves no more”, racconta ai microfoni di Vatican News le prime emozioni dopo aver appreso che Papa Francesco ha scelto la sua decennale esperienza tra gli ultimi per le stazioni della Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo.

Cristo continua a soffrire sulle nostre strade

Suor Eugenia Bonetti ha vissuto 24 anni in Africa, ma riconosce che la “missione più dura, più umiliante e più scottante” l’ha vissuta nel suo Paese, in Italia, che si definisce “un Paese cristiano, cattolico” ma ha grandi “carenze umane” e persegue il “benessere e carriera” senza rendersi conto che queste cose “svuotano il cuore”. “Un cuore”, rimarca, “dovrebbe essere pieno di misericordia”, dovrebbe essere “capace di vedere la sofferenza altrui”, non di causarne di più. “Cristo soffre ancora oggi”, prosegue la missionaria della Consolata, “sulle strade delle nostre città”: “Lui è morto per noi, ma per darci il dono della Resurrezione”. Nelle meditazioni per la Via Crucis suor Eugenia Bonetti metterà i sogni spezzati di quanti hanno lasciato il proprio Paese in cerca di una vita migliore, per aiutare la famiglia, e invece hanno trovato criminali che li sfruttano. “La loro croce è pesante”, conclude, “noi vogliamo unirci a loro per sostenerli, ma soprattutto per spezzare gli anelli di questa catena di sfruttamento”.

Ascolta l'intervista a suor Eugenia Bonetti

R. – E’ un’opportunità per fare emergere il problema, per far capire a tanta gente quanta sofferenza noi abbiamo causato e stiamo causando, a volte anche proprio per la nostra indifferenza. Quello di cui Papa Francesco sovente parla, della nostra indifferenza: non ci fa più niente, non ci tocca più niente, non riusciamo più a vedere le persone dietro a questi problemi, le persone dietro a queste situazioni.

Attraverso le sue stazioni, cosa vuole che emerga, cosa vorrebbe che rimanesse nel cuore delle persone?

R. – Io ho vissuto 24 anni in Africa, e quindi sono una missionaria di lunga data, però la mia missione più dura, più terribile, più umiliante, più scottante, l’ho vissuta nel mio Paese. Un Paese cosiddetto cristiano, cattolico, un Paese che finanziariamente sta bene, in cui però umanamente ci sono delle grandi carenze, dei vuoti dentro: noi pensiamo che solo il benessere, solo la carriera, solo essere persone importanti riempiano il nostro cuore. Lo svuotano questo cuore, se non è pieno di misericordia, di bontà, di accoglienza, di capacità di vedere la sofferenza altrui e non di aumentare la sofferenza degli altri, perché io posso avere tutto quello che voglio. Questo è veramente, come il Papa dice, un crimine contro l’umanità.

In un mondo come il nostro, cosa vuol dire celebrare la Via Crucis, ricordare quel dolore?

R. – Per noi è un richiamo fortissimo, che ci aiuta a capire e a scoprire se veramente vogliamo andare a fondo di questo, ci aiuta a scoprire che cosa vuol dire vivere la salita al Calvario dove Cristo è morto per noi, ma Lui è morto per noi per darci poi il dono della Risurrezione. Quindi, dice a noi oggi che la via Crucis sta ancora continuando il suo cammino perché troppe persone sono ancora in cammino in questo viaggio di Via Crucis, perché qualcuno ha degli interessi nel far ripercorrere a queste persone le stazioni della Via Crucis, per poi farle veramente morire, far morire i sogni, le speranze, la vita di queste giovani che sperano in una vita migliore, in una vita più dignitosa: un lavoro che possa aiutare le loro famiglie a togliersi dalla povertà endemica di cui vivono e poter mandare a scuola i fratellini e le sorelline. Loro hanno accettato di venire in Italia non sapendo che cosa veramente sarebbe successo a loro venendo in Europa e venendo in Italia: credevano veramente di aiutare le loro famiglie, poi si sono trovate vittime di sfruttamento, vittime di tratta e non soltanto di chi ha dei guadagni materiali, ma anche di chi la notte le cerca, le usa e poi le ributta sulla strada. Ecco sono proprio loro che chiedono aiuto, perché la loro croce è pesante.

Lei è la sesta donna a redigere i testi per il Venerdì Santo, quale ritiene possa essere il contributo femminile nel rispondere al Calvario di tanti uomini e donne del nostro tempo?

R. – Proprio la nostra femminilità, che è maternità: il bisogno di essere madre. Una madre non potrà mai rassegnarsi nel vedere una figlia in quelle condizioni. Questo ci richiede davvero di metterci in discussione e di capire fino a che punto il nostro egoismo umano può arrivare a distruggere la vita di una giovane, perché oggigiorno con i soldi tutto si può comprare, anche il corpo di una minorenne.

06 aprile 2019, 19:53