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60 anni fa moriva Don Primo Mazzolari, il parroco dei lontani

"L’amore non conosce staccionata: varca ogni siepe, valica ogni montagna (…). Le mura s’arretrano davanti l’amore del Padre": così scriveva don Primo Mazzolari testimone prezioso di umanità e fedeltà al messaggio cristiano e alla Chiesa del Novecento

Gabriella Ceraso - Città del Vaticano 

Il 12 aprile di sessanta anni fa moriva don Primo Mazzolari parroco di Bozzolo, piccolo comune lombardo visitato da Papa Francesco nel giugno del 2017, quando, come lui stesso disse, si mise sulle orme di chi ha lasciato una “traccia luminosa, per quanto scomoda nel suo servizio al Signore e al popolo di Dio”. Il “parroco d’Italia” infatti come, don Primo Mazzolari è stato definito, nel cattolicesimo della prima metà del Novecento ha portato avanti istanze profetiche, relative ai poveri e agli ultimi, alla libertà religiosa e al dialogo con tutti, specie i lontani e chi rifiutava la fede, e sul fronte politico ha rappresentato una ferma opposizione all’ideologia fascista e ad ogni tipo di ingiustizia e sopraffazione in nome di una società solidale e pacifica. Un’emorragia cerebrale lo colpì mentre predicava la domenica in Albis del 1959, ma la sua fede libera e coraggiosa continua a interpellare i credenti di oggi. Il 2 aprile 2015 la Congregazione per le Cause dei Santi ha concesso il nulla osta per avviare la causa di beatificazione.

Una vita per la parrocchia

Nato al Boschetto piccola frazione di Cremona da lavoratori della terra Primo Mazzolari entrò in seminario a Cremona nel 1902, e lì trascorse anni di dura disciplina. Tra i primi incarichi la parrocchia natale e poi, durante la prima guerra mondiale anche al seguito delle truppe italiane oltre confine. Ma la sua passione fu da sempre la gente, i suoi parrocchiani innanzitutto quelli di Bozzolo dove fu trasferito nel 1932. Ricca in tutta la sua vita, l’attività letteraria dedicata alla Chiesa nei suoi aspetti anche problematici, all’accoglienza e al dialogo con i lontani, all’esigenza di una società giusta e solidale. Tra i suoi titoli più significativi e contestati dal regime fascista come dal Sant’Uffizio - che più di una volta mise in dubbio l’opportunità delle sue riflessioni sociali e pastorali- ricordiamo: La più bella avventura - basata sulla parabola del figliuol prodigo uno dei temi più sentiti da don Mazzolari - Il samaritano, I lontani, Tra l'argine e il bosco, La via crucis del povero, La parrocchia, Tu non uccidere, Cattolici e comunisti. Dopo la guerra e la parentesi della Resistenza che lo vide sospettato e clandestino per un certo periodo di tempo, la sua attività fu dedicata all’evangelizzazione specie di chi ritornava dal fronte o dalla prigionia e alla ricostruzione del tessuto sociale in libertà e giustizia con un chiaro invito alla politica alla coerenza e all’impegno, idee che in parte confluirono nel progetto del quindicinale «Adesso» talmente innovativo che provocò uno stop dal Vaticano. Indicativo a questo proposito quanto scriveva ne La più bella avventura: «Il mondo di oggi ha bisogno di vedere Gesù Cristo in un tipo di santità che viva e operi nel suo cuore stesso. Occorre che qualcuno esca e pianti la tenda dell’amore accanto a quella dell’odio, dichiarandosi contro, apertamente, a tutte le ferocità dell’ora, ovunque si trovino, sotto qualunque nome si celino; in uno sforzo di santità sociale che restituisca un’anima a questo nostro povero mondo che l’ha perduta» .

Il rapporto con i Papi

Solo alla fine della sua vita i rapporti con Roma si distesero, prima con Giovanni XXIII che nel 1959 lo ricevette in udienza e lo definì la "Tromba dello Spirito Santo della Bassa Padana", poi con Paolo VI – che ne riconobbe “il passo lungo” del profeta, a cui si stenta a stare dietro. Nell'udienza generale del 1 aprile 2009 cinquantesimo anniversario della morte di don Mazzolari fu invece Papa Benedetto XVI a rilanciare l'attualità del pensiero di un “così significativo protagonista del cattolicesimo italiano del Novecento", auspicando inoltre "che il suo profilo sacerdotale limpido di alta umanità e di filiale fedeltà al messaggio cristiano e alla Chiesa, possa contribuire a una fervorosa celebrazione dell'Anno Sacerdotale".
Di profezia legata al parroco di Bozzolo parlò anche Papa Francesco nel discorso alla Chiesa parrocchiale di San Pietro Apostolo a Bozzolo durante la visita nel 2017. Essa - disse - “si realizzava nell’amare il proprio tempo, nel legarsi alla vita delle persone che incontrava, nel cogliere ogni possibilità di annunciare la misericordia di Dio. Don Mazzolari non è stato uno che ha rimpianto la Chiesa del passato, ma ha cercato di cambiare la Chiesa e il mondo attraverso l’amore appassionato e la dedizione incondizionata”.

Profeta di una Chiesa in uscita

E in lui - sono ancora le parole di Papa Francesco - viveva un’idea di Chiesa in uscita, che cammina e si occupa e preoccupa “anche di quei bisogni che, pur non essendo spirituali, sono bisogni umani e, come possono perdere l’uomo, lo possono anche salvare”. Non proselitismo, ma testimonianza ha segnato la vita di don Primo nel mondo: il Servo di Dio – sono state le parole di Papa Francesco – “ha vissuto da prete povero, non da povero prete”. Nel suo testamento spirituale scriveva: «Intorno al mio Altare come intorno alla mia casa e al mio lavoro non ci fu mai “suon di denaro”. Il poco che è passato nelle mie mani […] è andato dove doveva andare. Se potessi avere un rammarico su questo punto, riguarderebbe i miei poveri e le opere della parrocchia che avrei potuto aiutare largamente».

Sull'attualità profetica del messaggio di don Mazzolari, sulle difficoltà che ebbe nei rapporti con l'autorità ecclesiastica e sulle affinità del suo insegnamento con il magistero di Papa Francesco, sentiamo la riflessioni di don Bruno Bignami, presidente della Fondazione “Don Primo Mazzolari” di Bozzolo. L'intervista è di Fabio Colagrande

Ascolta l'intervista a don Bruno Bignami
12 aprile 2019, 18:25