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Vescovi siciliani: il Natale sia nel segno dell’accoglienza

Un importante critica al decreto sicurezza del governo arriva dal messaggio di Natale dei vescovi siciliani. I presuli parlano di “norme gravemente restrittive dei diritti dei migranti” e invitano a lavorare per l’accoglienza dei poveri, delle persone sole e di chi è in cerca di un futuro migliore

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

“L’accoglienza dei poveri, delle persone sole e dei migranti sarà il nostro presepe vivente 2018! Sarà un atto di fede in Dio e un presepe di carità”. E’ uno dei passaggi del messaggio di Natale dei vescovi della Sicilia che ricordano il quotidiano “lavorio della carità” della Chiesa cattolica in Italia e in Sicilia, rivolto da sempre verso tutti i poveri italiani e stranieri. L’invito è di vivere un Natale vero nel segno dell’accoglienza.

Nel fratello sofferente c’è Dio

Intervenendo sul recente decreto sicurezza del governo, i vescovi definiscono “gravemente restrittive” le norme sui diritti dei migranti che mettono “in grave insicurezza, sulla strada, tanti figli di Dio, nostri fratelli per la fede cristiana, a iniziare dai più deboli, dalle donne e dai bambini, senza alcuna pietà”. “Un animale - scrivono - in questo momento arriva a valere di più, in protezione, di un fratello nel quale il credente sa che c’è la visita stessa di Dio!”. I vescovi ricordano che è impossibile fermare le migrazioni, che “problemi complessi vengono semplificati, creando contrapposizioni e climi emotivi che non costruiscono coesione”, che l’economia e il futuro del Paese passano per l’integrazione.

Il vescovo di Caltagirone, mons. Peri:difendere l'umanità

A Vatican News, mons. Calogero Peri, vescovo di Caltagirone, rilancia il messaggio dei presuli anche in riferimento alla vicenda della nave spagnola “Open Arms”, a largo di Malta e con più di 300 persone a bordo, che non può attraccare in alcun porto. L’invito del vescovo è di guardare all’essere umano e alla sua dignità:

Ascolta l'intervista al vescovo di Caltagirone, mons. Peri

R. - Partirei dal fatto che è un momento in cui non bisogna spostare l’attenzione dall’uomo, dal suo bisogno, dalle sue necessità, alla polemica perché questo passaggio è brevissimo. Non serve dire le cose che portano all’applauso, al consenso. Qui bisogna evitare di parlare soltanto alla pancia delle persone e riuscire invece a parlare alla loro intelligenza e al loro cuore. Questo per me è drammatico. Ripeto sempre che l’uomo è un fine non un mezzo; non è il mezzo per raggiunger fini economici, fini elettorali, fini politici. Finiamola con la distinzione tra i poveri stranieri e italiani; i poveri sono poveri, i bisognosi sono bisognosi. Questi cinque milioni di poveri poi ce li ritroviamo nelle Caritas, ma non c’è bisogno di sbandierarlo. Dobbiamo semplicemente aprire un po’ di più il cuore perché altrimenti che Natale sarebbe se non siamo capaci di aprirci al finito, al contingente, alle situazioni concrete. Come possiamo avere la presunzione di aprirci all’infinito, a Dio, all’assoluto? Ma questo lo possiamo dire ai credenti. Invece agli altri dobbiamo dire che se non ci apriamo all’uomo, rischiano tutti gli uomini. Noi dobbiamo riaffermare prima l’uomo, qualunque esso sia, comunque esso si presenti. Quindi, vorrei che per il momento il Natale ci invitasse, ci aiutasse a fermarci, a capire che cosa stiamo perdendo. Stiamo perdendo l’attenzione, l’intelligenza sugli uomini e i loro bisogni.

Nel messaggio dei vescovi siciliani c’è un passaggio molto forte che riguarda anche il decreto sicurezza del governo. Si legge: “Un animale in questo momento arriva a valere di più in protezione di un fratello nel quale il credente sa che c’è la visita stessa di Dio” …

R. – Ho fatto l’amara constatazione che prima delle vacanze ci sono le pubblicità che dicono di non lasciare, di non abbandonare gli animali, i cani per strada perché se lo facciamo siamo anche puniti. Il decreto sicurezza ha tolto il permesso umanitario: questo significa praticamente che se lo applichiamo alla lettera si rischia molto. Vuol dire ad esempio che un padre - e quando dico questo lo faccio a ragion veduta perché c’è un genitore che ha perso la moglie con quattro figli, di cui tre minorenni e una di 18 anni - domani viene accompagnata fuori dal Paese, lo lasciano per strada, senza lavoro, senza casa, cosa fa? Dove va? In questo momento non dobbiamo pensare che questo provvedimento è sicurezza. Bisogna considerare che lì dietro c’è un uomo! Unico e irripetibile! E non ci possiamo permettere, come coscienza collettiva, di accettare passivamente questo stato di fatto. Allora non è 'gli uomini o gli animali', ma è 'gli animali e gli uomini'. C’è la responsabilità, l’attenzione, la cura, il prendersi a cuore la realtà di chi veramente non ha nulla, di chi ha rischiato la vita; che poi siano italiani o meno, noi dobbiamo difendere dappertutto e sempre l’uomo, perché altrimenti rischia l’umanità in quanto tale. Questo purtroppo è un messaggio che oggi non si riesce a far passare, perché oggi c’è il particolarismo, ma dobbiamo tenere duro perché qui ci giochiamo la nostra civiltà e la nostra cultura. Questo è il pensiero che veramente ci fa soffrire. Quindi, non ce l’abbiamo con nessuno; vorremmo che tutti riscoprissero questa capacità e volontà di difendere l’uomo a tutti i costi.

22 dicembre 2018, 15:59