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I soccorsi per l'attentato di Strasburgo I soccorsi per l'attentato di Strasburgo  (ANSA)

Attentato in Francia: arcivescovo di Strasburgo, dopo violenza nasca speranza

Intervistato da Vatican News, l’arcivescovo di Strasburgo, mons. Luc Ravel, racconta i momenti concitati dopo l’attentato al mercato di Natale della città e spiega il bisogno di salvezza che viene da Gesù

Giada Aquilino - Città del Vaticano

La Chiesa di tutta Europa si stringe attorno alla Francia, dopo l’attentato di ieri sera al mercato di Natale di Strasburgo, quando un 29.enne francese di origini nordafricane ha aperto il fuoco sulla folla, ingaggiando poi una sparatoria con le forze dell’ordine: tre le vittime, oltre una decina i feriti, di cui alcuni gravi. Un “atto orribile” lo ha definito il portavoce dei vescovi francesi, mons. Olivier Ribadeau Dumas. Il pensiero dei presuli, ha scritto in un tweet, “va alle famiglie delle vittime così duramente provate e a coloro che lottano tra la vita e la morte”. I vescovi affidano quindi “a Dio tutti coloro che soffrono”, confidando “nelle forze di sicurezza”.

La testimonianza dell’arcivescovo di Strasburgo

Rimarrà “un segno a vita” di ciò che è accaduto, afferma a Vatican News mons. Luc Ravel, arcivescovo di Strasburgo. Intervistato dal collega della redazione francese Olivier Bonnel, racconta i momenti subito dopo l’attentato, quando alla popolazione è stato chiesto di rimanere in casa per motivi di sicurezza:

R. – Je connais par cœur évidemment cette vieille ville de Strasbourg...
Conosco benissimo ovviamente la città vecchia di Strasburgo: mi trovo a 150 metri dal luogo nel quale si sono svolti i fatti. Eravamo chiusi in casa [ieri sera] e così non ho potuto partecipare all’angoscia di quanto avvenuto in strada, ma abbiamo sentito tutto: le sirene, l’arrivo degli elicotteri, poi le strade deserte… Il primo moto è stato di angoscia: cosa sarà successo? Mi è tornato in mente una volta ancora quello che avevo vissuto da vescovo nell’esercito, quello che è successo nel 2015 con gli attentati a Charlie Hebdo, al Bataclan, nelle strade di Parigi… Ancora una volta, un profondo sentimento di angoscia e poi di ansia per le persone coinvolte: inizi a pensare anche ai tuoi cari, non sappiamo ancora il nome delle vittime, poi il pensiero alle famiglie degli scomparsi… Ti rimane un segno a vita…

Strasburgo è una città simbolo: è una città europea, con una cattedrale magnifica, con un mercatino di Natale, il più importante d’Europa… La città era già stata considerata bersaglio di possibili attentati. Oggi quali considerazioni si trova a fare?

R. – Gli ultimi attentati, e comunque quelli compiuti su suolo francese, ci hanno mostrato che tutti i bersagli avevano anche un grande valore simbolico. Certo, le vittime sono reali… Per Strasburgo, il simbolo è doppio: è Strasburgo capitale del Natale e Strasburgo capitale europea.

Volevamo pensare che la minaccia terroristica si fosse allontanata… La tendenza mediatica è di dare a questo evento un significato di crisi sociale. Oggi, però, questo dimostra che c’è ancora bisogno che la vigilanza rimanga alta. Cosa può dire la Chiesa a questo proposito?

R. – La Chiesa ha nel suo patrimonio la “Bibbia della violenza”, cioè testi in cui c’è violenza. Dio non ignora la violenza, nemmeno quella sociale, come ad esempio con quello che sta accadendo ora in Francia, con le dimostrazioni dei ‘gilet gialli’ e soprattutto con quelle frange dei gilet gialli che portano distruzione. Però, al di là dei “distruttori”, c’è questa rabbia sociale che percepiamo ad ogni angolo, in Alsazia come ovunque. Poi succede che questa violenza prende la forma del terrorismo, probabilmente poi di un terrorismo che vorrebbe darsi una connotazione religiosa. Penso che sia molto importante ripetere che il messaggio della Bibbia tiene in conto questa violenza – sia essa sociale, personale, di rabbia, assassina e via dicendo – non per giustificarla e ancor meno per avallarla, ma per introdurre al cuore di questa violenza una speranza veramente straordinaria. Mi permetto di dire che il tempo dell’Avvento è la preparazione al Natale: spesso conserviamo nel nostro cuore questa consapevolezza di tenerezza infantile, un sentimento in realtà molto gioioso e molto semplice. Allo stesso tempo, ricordiamo il canto di Natale “Un Salvatore ci è nato”: noi abbiamo bisogno di salvezza, soprattutto perché questa violenza è nel cuore di ciascun essere umano. E, per questo, abbiamo bisogno di essere salvati.

12 dicembre 2018, 12:39