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Esodo dei venezuelani, il vescovo di Cúcuta: è un dramma spaventoso

Intervista con il vescovo di Cúcuta, città colombiana al confine con il Venezuela, dove mancano cibo, generi di prima necessità e medicine

Antonella Palermo e Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

Cúcuta è un segno di speranza per chi fugge dalla disperazione, per chi crede nella pace e per quanti combattono la piaga della droga.

Un esodo quotidiano

Per migliaia di venezuelani questa città, capoluogo del dipartimento di Norte de Santander, è una meta da raggiungere per cercare cibo, medicine e cure. Molti hanno fame, alcuni sono malati, altri sono denutriti e non hanno più nulla. La grave crisi che colpisce il Venezuela li spinge a percorrere anche migliaia di chilometri. A questo popolo sofferente la diocesi di Cúcuta offre aiuti concreti, pasti caldi, e assistenza spirituale.

Vie di pace

La ricerca della pace è un altro fondamentale orizzonte per la diocesi di Cúcuta. Il dipartimento  di Norte de Santander è infatti scosso dalla presenza di due movimenti guerriglieri, l’Esercito di liberazione nazionale (Eln) e l'Esercito popolare di liberazione (Epl). In questo preoccupante scenario, la voce della Chiesa è un prezioso contributo per alimentare le vie del dialogo e della riconciliazione.

Argini contro la droga

Cúcuta, una delle città con il più alto tasso di disoccupazione della Colombia, è anche uno dei simboli della lotta contro il narcotraffico, uno dei più grandi flagelli che affligge la Colombia. La Chiesa locale è accanto ai contadini incentivando la coltivazione di cacao per arginare quella, molto diffusa nel Paese, del papavero da oppio.

Il vescovo di Cúcuta: siamo vicini alle persone che soffrono

Cúcuta è dunque un intreccio di disperazione e speranza. Un crocevia disteso tra ampie periferie sociali, in cui la Chiesa è una frontiera tra consolazione e dolore, tra solidarietà e ingiustizie. Intervistato da Radio Vaticana Italia, il vescovo di Cúcuta, mons. Víctor Manuel Ochoa Cadavid, si sofferma sulla realtà di questa città, emblema di una umanità che continua a sperare nonostante i numerosi problemi:

 

R. - Cúcuta è una delle grandi città della Colombia. Si trova al confine nordorientale con il Venezuela. È una città di un milione di abitanti. La nostra diocesi condivide degli spazi con quella di San Cristóbal in Venezuela. Cúcuta è una città che sta soffrendo e che sta vivendo la tragedia dei fratelli venezuelani. Ogni giorno a Cúcuta ne arrivano 45- 50 mila per cercare cibo, medicine, cure mediche o cose che servono, come i pezzi di ricambio per le macchine. A Cúcuta rimangono ogni circa seimila persone. Molti di loro camminano per 1500 chilometri fino al confine con l’Ecuador, poi arrivano a Quito o a Lima. Percorrono anche 3000 chilometri a piedi.

Ci sono anche donne, bambini e anziani…

R. - Donne, bambini, anziani, persone molto bisognose, giovani. Forse è la più grande migrazione che ci sia mai stata in America Latina. È dovuta alla situazione che sta vivendo il Venezuela. Chi arriva dal Venezuela deve camminare fino a Cúcuta per prendere un po’ di riso, un po’ di pasta, un po’ di zucchero. Non acquistano dieci kg di pasta! Loro non hanno soldi. Stanno vivendo una crisi monetaria spaventosa. Riescono a racimolare qualche cosa vendendo una catenina d’oro, un orologio o lavorando a Cúcuta. Molti rimangono qui e molti ritornano a casa. Hanno bambini, mogli e la famiglia in Venezuela e devono tornarci.

La sua Chiesa come si adopera, concretamente, per venire incontro alle loro necessità?

R. - Circa un anno fa, il 5 giugno 2017, è iniziato ad arrivare questo grande fiume di venezuelani e noi abbiamo iniziato ad aiutarli. Ogni giorno distribuiamo ottomila pasti caldi a partire dalla colazione: un po’ di avena con orzo caldo con latte e zucchero, perché la maggior parte sono bambini o adolescenti. Poi un pane da 120 grammi, un po’ di formaggio e un po’ di mortadella, la meno costosa.

Come si risolve la crisi del Venezuela?

R. - Noi come Chiesa non entriamo nel problema politico. È un problema che ogni Paese libero deve risolvere con la democrazia e rispettando i diritti delle persone. Noi cerchiamo di aiutare con grande carità, con grande amore soprattutto per dare speranza. Non diamo soltanto cibo, amministriamo i sacramenti: la confessione, la Santa Messa, una parola spirituale, una parola di incoraggiamento. Abbiamo davanti un dramma spaventoso.

Una storia su tutte …

Una mamma con cinque bambini che ha un tumore al seno. L’abbiamo accolta, aiutata. Abbiamo cercato di darle le cure antitumorali. Speriamo che questa cura possa guarirla così che possa seguire i suoi bambini. Poi c’è la storia di un signore che arriva da un paesino, a quattro ore dal confine. Arriva a Cúcuta con quattro dei suoi nipotini a mangiare e ne porta altri 14! Porta 18 bambini in una camionetta. Li porta a mangiare. Sono storie di persone che soffrono.

Tra l’altro ricordiamoci che la Colombia non è un Paese di straordinarie ricchezze. Come ricordate la presenza di Papa Francesco nel vostro Paese?

R . - Il Papa ci ha accompagnato. È stato profondo il segno che Francesco ha lasciato in Colombia. Ci ha invitato a fare il primo passo per la pace. Dopo gli accordi firmati, ci ha invitato a inserirci in quel momento della riconciliazione, in quel momento di servizio di giustizia sociale.

E adesso come va?

R. - Ci sono problemi, difficoltà, ma penso che nel Paese - dai colombiani alla guerriglia che ha lasciato le armi, e ai politici – ci sia l’intenzione di risolvere questo problema della giustizia sociale. Ci sono ancora altre guerriglie, soprattutto nella zona nord orientale. Aspettiamo, vediamo se il dialogo può procedere, se si può ancora aprire uno spazio per la pace. La figura di Francesco ci ha segnato profondamente e ci ha incoraggiato a percorrere il cammino della pace.

Proprio in questi giorni è in programma un importante convegno a livello internazionale in Vaticano sulle droghe, sui traffici di droga…

R. - La droga è uno dei grandi problemi della Colombia. Ci sono circa 200 mila ettari di coca.

Non si riesce a sradicare questo problema?

Purtroppo no, perché ci sono troppi soldi che girano attorno a questa piaga. Ci sono ingiustizie anche verso i contadini che producono altri prodotti e non vengono pagati adeguatamente. Penso che tanto sia stato fatto. La Chiesa ha fatto tanto per sostituire queste coltivazioni illegali. La mia diocesi di Cúcuta sta facendo un lavoro insieme ai contadini. Abbiamo seminato 58 ettari di cacao per evitare la produzione di questa pianta che deve essere lavorata e convertita in cocaina e in droga. Un prodotto di cui il primo mondo fa utilizzo. Bisognerebbe fare un grande sforzo a livello internazionale per evitare il consumo, il riciclaggio dei soldi, il ritorno del denaro. La Chiesa è vicina ai contadini, a coloro che non hanno opportunità.

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28 novembre 2018, 16:50