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Card. Agostino Bea: lavorò per l'unità e per nuovo rapporto Chiesa-ebrei

Ricorre oggi il 50.esimo della morte del cardinale tedesco che spinse la Chiesa a rivedere la questione ebraica. Fu merito suo e del suo Segretariato se il Concilio Vaticano II promulgò la rivoluzionaria Dichiarazione: "Nostra aetate". Forte il suo impegno anche per l'unità dei cristiani

Adriana Masotti - Città del Vaticano

50 anni fa, il 16 novembre 1968, moriva a Roma, all’età di 87 anni, Augustin (Agostino) Bea, cardinale, arcivescovo, gesuita, biblista, nato il 28 maggio 1881, a Riedböhringen in Germania, località nella cui chiesa parrocchiale si trova ora la sua tomba. E’ considerato il pioniere dell'ecumenismo e del dialogo ebraico-cristiano nella Chiesa cattolica.

Alcune note biografiche

Fu il primo presidente del Segretariato per la promozione dell'unità dei cristiani istituito nel 1960, e di cui lui stesso era stato il promotore nel quadro dei lavori preparatori del Concilio Vaticano II. Diventato sacerdote il 25 agosto 1912, Bea aveva completato gli studi alla Pontificia Università Gregoriana. Fu professore di Sacra Scrittura, rettore dal 1930 al 1949 del Pontificio Istituto Biblico e direttore della rivista "Biblica".  Creato cardinale da Papa Giovanni XXIII nel 1959, venne da lui consacrato vescovo nel '62. Per un periodo, inoltre, fu confessore di Papa Pio XII. 

La passione per l'unità dei cristiani 

"L'unità è divenuta oggi la grande nostalgia (...) su tutti i piani tra gli uomini di tutto il mondo e, per ciò stesso, anche sul piano religioso", scriveva il card. Bea in un suo articolo del maggio 1962, sottolineando come proprio sul piano religioso le divisioni dell'umanità erano più profonde e gravi. E nel ribadire quanto fosse vivo il desiderio di sanare le fratture tra i battezzati in Cristo, ribadiva l'opportunità provvidenziale dell'ormai prossimo Concilio Vaticano II. Lavorò in questo senso instancabilmente sia per la preparazione del Concilio, sia per la redazione da parte dell'Assemblea di diversi decreti, come quello sulla libertà religiosa e quello sull'ecumenismo intitolato "Unitatis Redintegratio" e promulgato il 21 novembre 1964 da Paolo VI.

Piena sintonia con Giovanni XXIII

Ai nostri microfoni Saretta Marotta, ricercatrice dell'Università Cattolica di Lovanio e prossima alla pubblicazione di un volume sul cardinale Bea, precisa il contesto in cui si colloca la particolare sensibilità ecumenica del porporato tedesco. "Negli anni Cinquanta –  dice - in piena Guerra Fredda, il cardinale Bea si sentiva vicino alla situazione della sua nazione, una Germania divisa, in cui le confessioni cristiane cercavano di lavorare insieme nel sociale e di ricostruire l’Europa portando un contributo come fronte unito. Quindi c’era anche un’urgenza della storia. Però, per il cardinale era soprattutto un’esigenza di fede che veniva dalla necessità di dare risposta alla preghiera di Gesù: che tutti siano una cosa sola". La dott.ssa Marotta sottolinea poi la piena sintonia con Giovanni XXIII, "che invece aveva fatto un’esperienza diversa: soprattutto come delegato apostolico in Oriente aveva avuto esperienza di scambi e di confronto con i cristiani ortodossi. Queste due sensibilità venute a collaborare insieme hanno riconosciuto l’urgenza di permettere anche ai cattolici, innanzitutto di riconoscere negli altri cristiani dei fratelli e non dei pagani, proprio riconoscendo che il Battesimo ci fa tutti appartenenti all’unica Chiesa di Cristo". (Ascolta l'intervista a Saretta Marotta sulla figura del card. Agostino Bea)

Il rapporto con gli ebrei 

Un'altra questione cruciale, da sempre, per la Chiesa era il rapporto con gli ebrei, accusati dai cristiani di 'deicidio'. Su questo fronte il card. Bea si impegnò personalmente con tutte le sue energie e capacità. Come riporta la stessa Marotta in un articolo sull'Osservatore Romano del 5 novembre scorso, Elio Toaff, a lungo rabbino capo di Roma, raccontava così il suo primo incontro con lui: "Quando mi trasferii a Roma da Venezia, cominciai a frequentare la biblioteca del Pontificio Istituto Biblico, diretta da Agostino Bea, persona di gentile squisitezza, che mi colmò di cortesie. La nostra conoscenza si trasformò ben presto in amicizia, e un giorno monsignor Bea mi confidò che, essendo tedesco di nascita, sentiva tutto il peso del male che il suo popolo aveva fatto agli ebrei e voleva fare qualche cosa per riparare, sia pure in minima parte”.

La Dichiarazione "Nostra aetate", un percorso ad ostacoli 

Un desiderio che il cardinale Bea ormai ottuagenario, vide realizzarsi più tardi, attraverso la Dichiarazione del Concilio Vaticano II: “Nostra aetate”. Ma l’impresa non fu affatto facile tanto che, al momento dell'approvazione finale in Aula, il 15 ottobre 1964, il documento ebbe 1763 voti favorevoli e ben 250 contrari. Per arrivare al traguardo, il documento aveva dovuto superare molti ostacoli e contrarietà all’interno della Commissione conciliare e da parte del mondo arabo che temeva dall'Assise uscisse un documento politico di appoggio al sionismo. E se alla fine il testo venne approvato, fu proprio grazie alla caparbietà personale del cardinale Bea. Contro di lui era circolata anche l’accusa di appartenere alla massoneria che, si diceva, spingeva la Chiesa all’ecumenismo e il sospetto di una qualche origine ebraica, motivo che poteva spiegare il suo grande interesse per i rapporti con gli ebrei.

Le novità, ora acquisite, contenute nella Dichiarazione

Eppure un pronunciamento della Chiesa cattolica sulla questione era più che necessario. E la “Nostra aetate” rappresentò un’assoluta novità e una svolta nelle relazioni tra la Chiesa e il popolo ebraico. "Riconoscere le radici ebraiche del cristianesimo - afferma ancora a Vatican News Saretta Marotta - oggi noi la riteniamo una acquisizione scontata, ma in realtà veniamo da una forte tradizione di anti-giudaismo cristiano: non solo si pregava il Venerdì Santo per i “perfidi” ebrei, nel senso che non hanno la stessa fede, ma li si accusava di “deicidio”, cioè di aver assassinato Gesù Cristo". Una tradizione forte di opposizione al giudaismo, dunque, a cui il Concilio Vaticano II pone fine, in particolare grazie al cardinale Bea.

La fiducia del card. Bea nella Chiesa 

La "Nostra aetate", quando venne approvata, appariva un testo piuttosto annacquato rispetto alle prime stesure: era nata come una dichiarazione solo sul rapporto tra Chiesa cattolica ed ebrei, ma poi era stata allargata anche alle altre religioni, in particolare all’islam. Inoltre mancava la parola 'deicidio', ma la sostanza rimaneva quella iniziale. Si trattava di compromessi necessari all'approvazione, ma il card. Bea non rinunciò mai a difendere la spirito innovativo con cui la Dichiarazione era stata pensata. "Il cardinale viveva tutto con passione e con partecipazione - spiega la Marotta - e sempre però con fiducia nella Chiesa e nella capacità della Chiesa di andare avanti con pazienza, con i tempi lunghi che sono quelli del vivere ecclesiale. La sua è una figura straordinaria proprio per questa sua capacità di coniugare tradizione e innovazione, capacità che fu anche la sua forza durante il Concilio assicurando alla Chiesa non una rottura rispetto al passato, ma una continuità, un progresso naturale, un aggiornamento della Chiesa nella fedeltà al Vangelo".

16 novembre 2018, 09:00