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Riunione su crisi umanitaria irachena e siriana, storie di dolore e speranza

E’ un quadro segnato dalla sofferenza ma anche dalla speranza quello delineato dalla riunione, che si conclude oggi all’Urbaniana, incentrata sulla crisi umanitaria irachena e siriana.

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

I drammi laceranti procurati dalla guerra, l'instabilità politica ma anche gli sforzi per la ricostruzione di comunità e villaggi. E' racchiuso in questa miscela di dolore e speranze l'attuale scenario in Iraq e in Siria. Papa Francesco, ricevendo oggi i partecipanti all'incontro sulla crisi umanitaria irachena e siriana, ha sottolineato che non si possono “chiudere gli occhi sulle cause che hanno costretto milioni di persone a lasciare, con dolore, la propria terra”.

L'impegno della Chiesa in Iraq

Alla riunione, promossa dal Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, ha partecipato tra gli altri padre Georges Jahola, sacerdote iracheno a capo del Comitato per la ricostruzione di Bakhdida-Qaraqosh. Il religioso sottolinea che il primo obiettivo della Chiesa locale è stato quello di dare un segno di speranza aiutando le famiglie a tornare nei loro villaggi. Dal governo - spiega padre Georges - non sono arrivati finanziamenti per sostenere la popolazione. (Ascolta l'intervista con padre Georges Jahola):

R. – Quello che, come chiesa, ci ha spinto è dare un segno di speranza, aiutare chi vuole tornare nelle proprie case, e nella propria comunità. Le chiese locali sono riuscite a fare tutto questo. È necessaria anche la solidarietà della comunità internazionale, soprattutto la fratellanza cristiana. Il nostro primo obiettivo era quello di offrire una casa degna per le famiglie. Sicuramente è anche necessario radunare la comunità dei credenti attorno alla chiesa: abbiamo lavorato per questo e continuiamo tuttora a farlo. Il nostro popolo è un popolo praticante, che non riesce a trovarsi fuori dalla chiesa.

In questo lavoro preziosissimo c’è anche la collaborazione da parte del governo, o manca l’apporto, il sostegno, da parte delle istituzioni?

R. – Il governo è stato assente fino ad oggi. Qualche mossa è stata fatta, però da parte di uffici locali, che si sono impegnati con i propri mezzi – poveri – a ripristinare, ad esempio, l’acqua, la luce, e tutto il resto. Tuttavia, finanziamenti aggiuntivi da parte del governo non ci sono stati. Le persone hanno perso tantissimo della loro vita: la casa, l’attività che svolgevano… E ora ripartono da zero. Questa tenacia è tipica del nostro popolo, cristiano e iracheno.

Ci può descrivere la situazione adesso a Bakhdida…

R. – Tante famiglie sono tornate. Ho visto la città ripartire da zero. Abbiamo iniziato l’opera di ricostruzione nel maggio 2017. Inizialmente non c’era nessun negozio; man mano invece, settimana dopo settimana, decine di negozi hanno riaperto. E questo significa anche che delle famiglie sono rientrate nelle loro case. E così la città è cresciuta.

A proposito di crescita, immagino la sua gioia nel vedere settimana dopo settimana la chiesa riempirsi…

R. – Sì, infatti. Un fatto molto toccante è successo alla fine di agosto del 2017. In quel periodo abbiamo dato un avviso in cui si diceva che la domenica successiva avremmo celebrato la Messa anche in un’altra chiesa bruciata. Siamo quindi andati, ogni giorno per una settimana, a pulirla e a metterla a posto. E alla fine abbiamo celebrato la Messa anche lì. 

In Siria la guerra ha lasciato tanti vuoti

Se in Iraq la situazione lentamente sembra indirizzata verso una stabilizzazione, lo scenario in Siria resta invece particolarmente incerto. L’arcivescovo maronita di Aleppo, mons. Joseph Tobji, sottolinea che sono tante le croci ancora da portare. Una delle ferite più laceranti è quella dell'immigrazione. I cristiani - afferma - ancora non tornano nelle loro case. (Ascolta l'intervista con mons. Joseph Tobji):

R. - Di dolori ne abbiamo visti! Cose tristissime… Stiamo meglio ma non bene. Perché ancora ci sono i dolori della gente, tante croci da portare... Soprattutto abbiamo questa ferita sanguinante, che è l’immigrazione.

Stanno tornando i cristiani nelle loro case?

Ancora non tornano e non so se torneranno soprattutto quelli che vivono ormai in occidente, in Australia, in America, in Canada.

In Siria, purtroppo, ci sono tanti vuoti…

R. – Sì, tanti vuoti. Adesso manca una fascia di età, che va dai 18 anni fino ai 45 anni: questa è una lacuna molto seria, anche per l’economia, perché non c’è più manodopera che possa lavorare, ricostruire…

Lo Stato islamico è stato sconfitto ma c’è il timore che la sua ideologia sopravviva e possa in qualche modo rinascere e prendere nuove forme?

R. -L’ideologia non muore, non si spegne di colpo. E’ un lavoro che spetta soprattutto all’imam, agli sceicchi, ai musulmani. Adesso in Siria si usa un linguaggio moderato per rivolgersi al musulmano, bombardato ideologicamente dai mezzi di informazione e da mille cose.

L'esempio dell'Ospedale italiano di Damasco

In Siria è un esemplare modello di accoglienza che assiste malati e poveri senza alcuna distinzione. Si tratta dell’Ospedale italiano a Damasco. A Vatican News suor Carol Tahhan, salesiana che svolge la propria missione in questo nosocomonio e il direttore, il dottor Joseph Fares, spiegano che l'ospedale è aperto per tutti. Da questa struttura - affermano - arriva un forte messaggio: ancora esiste il bene, nonostante la guerra. (Ascolta l'intervista con suor Carol Tahhan e il dottor Joseph Fares):

R. - L’ospedale è aperto a tutti. Vediamo Cristo in qualsiasi persona che entra da noi in ospedale. Diamo il messaggio che ancora esiste il bene, nonostante la guerra. Il risultato della guerra è sempre la morte, allora noi diamo anche vita.

Il vostro messaggio, suor Carol, ripercorre sicuramente l’esortazione che è stata più volte lanciata da Papa Francesco: che la Chiesa sia un ospedale da campo. Questo esempio di grande di accoglienza spegne o può spegnere il seme dell’odio. Il sedicente stato islamico è stato sconfitto, ma la sua ideologia purtroppo continua a covare sotto le ceneri…

R. – A chi entra nel nostro ospedale non diciamo: “Tu sei terrorista o non terrorista?”. Davanti a noi c’è un malato. Escono dal nostro ospedale, e sicuramente noi non lo seguiamo dopo, però dentro l’ospedale c’è il rispetto e il ringraziamento verso di noi e i dottori. E questo dice tanto.

Questo, dottor Fares, è un cammino importante anche per cambiare la Siria, una guarigione totale, non solo del corpo…

R. - Questo è un cammino molto importante. La dignità della persona è molto importante: quando arriva la persona in ospedale sarà ricevuta con dignità, sia per guarire sia per morire, perché ci sono anche dei malati che muoiono in ospedale… Allora il malato ha il diritto di guarire, ha il diritto di vivere e di morire con dignità. E la presenza delle suore è molto positiva in ospedale perché accompagnano questi malati. Noi non sappiamo se i malati fanno parte dello stato islamico quando entrano in ospedale; noi vediamo un essere umano che ha bisogno di essere aiutato. Poi cambia o non cambia… E’ nelle mani di Dio e non sappiamo.

14 settembre 2018, 16:52