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Il saio delle stimmate di San Pio ad Assisi per il perdono della Porziuncola

Con il rito dell’accoglienza presieduto dal custode della Porziuncola, padre Giuseppe Renda, si apre la peregrinatio dell’abito delle stimmate di San Pio ad Assisi

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

Sono migliaia i pellegrini giunti ad Assisi per venerare l’abito che San Pio da Pietrelcina indossava il giorno in cui ricevette le stimmate. Il programma della peregrinatio del saio del frate cappuccino lega il centenario dell’evento della stimmatizzazione ai giorni del Perdono della Porziuncola.

Due grandi testimoni del Signore

Come ogni anno, la città umbra diventa il 2 agosto la città della misericordia e della riconciliazione. La Porziuncola, la minuscola chiesa nella basilica di Santa Maria degli Angeli, diventa una “porta santa sempre aperta” verso il paradiso.  In questi giorni, mentre risuonano le parole di San Francesco: “Fratelli, io vi voglio mandare tutti in paradiso”, si rinnova nel segno della spiritualità il profondo legame tra il poverello di Assisi e il frate di Pietrelcina.

Una strada che porta a Dio

Padre Giuseppe Renda, custode della Porziuncola, sottolinea che San Francesco e San Pio hanno indicato una via risolutiva per vincere il peccato. Hanno aperto una strada che porta a Dio. (Ascolta l’intervista con padre Giuseppe Renda sulla peregrinatio del saio delle stimmate di San Pio)

R. – La peregrinatio è un’occasione molto bella perché ci ricorda anche la stimmatizzazione di San Francesco di Assisi e, quindi, il conformarsi di San Francesco e di San Pio alla Passione di Gesù Cristo. Sono persone che hanno fatto una fondamentale esperienza di Dio. Hanno aperto e indicano tuttora una strada che porta a Dio. Questa strada è l’offerta di sé per l’amore dell’umanità e del Signore.

I segni della passione del Signore sul corpo di padre Pio e la Porziuncola ci ricordano che la porta della riconciliazione, del perdono è sempre aperta…

R. – E’ una porta sempre aperta. San Francesco e San Pio non fanno altro che ripresentare al mondo l’amore infinito di Dio. Gesù, attraverso questi due grandi Santi, testimonia anche nei nostri giorni il Suo esserci, l’aver dato la vita per noi, questa chiamata alla conversione che passa attraverso l’offerta della propria vita per amore dell’umanità. Quindi, questi due Santi invitano le persone ad entrare nella misericordia di Dio: il cuore di Dio è un cuore immenso che attende tutti i suoi figli. E’ dunque un richiamo alla riconciliazione, a deporre nelle mani di Dio i nostri peccati che poi sono causa di morte. Una morte fisica, morale e spirituale.

Pietrelcina ed Assisi sono unite nel segno della spiritualità. Una spiritualità in cui risplendono molte delle affinità tra San Pio e San Francesco…

R. - Tra le affinità, c’è prima di tutto l’abnegazione di sé. San Francesco, nel momento in cui si converte, riceve una grande grazia. Dio lo mette davanti ai suoi limiti e Francesco li vede alla luce del Signore. Dio gli offre una strada migliore. Francesco comprende che la strada che Dio gli apre davanti è un cammino di vera realizzazione. Quindi Francesco accetta la strada che il Signore gli propone e Dio gli fa percorrere questo cammino di piena conversione. Un cammino che lo porterà poi ad essere San Francesco di Assisi. La grazia del perdono di Assisi nasce proprio da questa persona profondamente riconciliata con il Signore, che farà suoi i sentimenti di Cristo.

E poi San Pio ha fatto propri gli insegnamenti di San Francesco…

R. – La vita di San Pio è stata completamente offerta al prossimo nel Signore. Anni e anni di confessionale e anche i miracoli che il Signore gli ha permesso di operare non fanno altro che indicare la strada di Dio. Questa è una via risolutiva per i problemi dell’uomo. Fa comprendere come Dio sia accanto alla sofferenza di ciascuno di noi. Dio non dimentica i suoi figli. E’ quello che, in fondo, ha fatto padre Pio ai nostri tempi: riproporre l’amore di Dio. Un amore crocifisso e anche risorto.

Quali sono oggi le maggiori esigenze di perdono, di riconciliazione che il mondo attende?

R. – Dovremmo “combattere” cristianamente perché i popoli si riconoscano come fratelli. Quindi bisogna andare verso un’economia di comunione. Si deve lavorare per un vero bene comune che superi gli interessi di parte. E questo si può realizzare solo se si recupererà la sacralità della vita, della persona umana. Ci sono dei diritti che non possono essere lesi: il diritto ad esistere, al lavoro, ad una vita tranquilla. Anche l’apostolo Paolo chiede di pregare per i governanti, perché promuovano leggi giuste, sagge. A Dio piace che gli uomini vivano sulla terra una vita tranquilla. Quando noi riusciremo a realizzare una vera economia di comunione, già avremo fatto un bel passo avanti.

 

29 luglio 2018, 07:00