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È Beata Sr. Leonella Sgorbati, martire del perdono

Uccisa in odium fidei dagli estremisti islamici della Somalia il 17 settembre 2006, è beatificata nel giorno in cui ricevette il sacramento della Confermazione a Piacenza, la sua terra d’origine. In rappresentanza del Santo Padre, il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi

Roberta Barbi – Città del Vaticano

“Dare tutto”, “amare tanto”, “amare tutti” e “perdonare sempre”. Questi gli impegni di vita di suor Leonella Sgorbati per combattere le proprie debolezze quotidiane. Propositi in apparenza piccoli, ma in realtà difficilissimi da non tradire mai. Come quello di sorridere, in ogni circostanza, anche a chi non si conosce, per ricevere un sorriso a propria volta e rendere l’altro un pochino più felice. Sono tanti e dolcissimi i ricordi che le consorelle conservano di questa donna innamorata di Dio Padre, di Gesù Eucaristico e di Maria, donna dello Spirito; donna di fede viva dalla quale ha sempre fatto guidare i propri passi e le proprie scelte; donna di speranza, sempre gioiosa, coraggiosa, rispettosa, tanto da guadagnarsi i nomignoli di “gigante” e “terremoto”. Donna di grande carità, capace di dare se stessa per il bene degli altri fino all’estremo sacrificio; donna di obbedienza e disponibilità; donna che da Maria ha cercato di imparare l’umiltà della dedizione e del silenzio, come sottolinea il cardinale Angelo Amato: “Suor Leonella ha vissuto in pieno la passione per Cristo con cuore di discepola, in ricerca di Dio e della sua volontà, distaccata da tutto e interamente disponibile all’obbedienza”.  

La vita in Africa e la vocazione alla Consolazione

Da Piacenza all’Africa il passo sembra enorme e in effetti Dio la chiama prestissimo perché sa che su quella vocazione la futura suor Leonella dovrà lavorare: nella scuola elementare del paese, gestita dalle Orsoline di Maria Immacolata, la piccola viene educata da Madre Soteride Quadrelli, che le sarà d’ispirazione quando diventerà anche lei Madre superiora. Al momento di vestire l’abito, però, sceglie le Missionarie della Consolata, di cui incarna perfettamente il carisma: non solo studia da infermiera per svolgere il suo apostolato missionario in Kenya, ma per lei la Consolazione era qualcosa di più del semplice significato che il dizionario dà a questa parola, era portare la Parola del Signore, unico vero balsamo per i cuori feriti. La sua vita, quindi, era un dono totale, proprio come aveva indicato il fondatore: “Un missionario deve sempre essere disposto al martirio, altrimenti non è un buon missionario”.

La Somalia: una missione silenziosa e pericolosa

“Non è difficile lavorare quando si cerca di volersi bene e anche l’Islam vero è così: Dio ama tutte le sue creature”. Queste le parole di suor Leonella in un’intervista rilasciata quando si trasferì in Somalia. Lì, però, non era come in Kenya: trovò un Paese devastato da 10 anni di guerra civile e infestato dall’estremismo religioso. Iniziò a formare infermieri, ma era necessario far capire che quegli insegnamenti non erano contro il Corano: i fondamentalisti erano sospettosi e l’evangelizzazione proibita, suor Leonella seminava durante le sue lezioni, ma in maniera discreta. Era una missione vissuta nel silenzio e nel servizio: il Tabernacolo con Gesù Eucaristia nella casa delle suore era l’unico di tutto lo Stato, ma nonostante le accortezze, tutte le religiose, una dopo l’altra, vennero più volte minacciate, quando fu proposto loro il trasferimento, però, tutte e quattro le componenti della minuscola comunità accettarono il rischio di rimanere.

Una morte attesa ma che porta molto frutto

“C’è una pallottola con su scritto il mio nome, ma solo Dio sa quando arriverà”. Questo suor Leonella confidò un giorno a una consorella e purtroppo il suo presagio si compì. Era domenica il 17 settembre 2006: verso mezzogiorno la religiosa, terminate le lezioni alle allieve infermiere, stava tornando a casa accompagnata dalla guardia del corpo, un islamico armato. Una pallottola la raggiunse alla schiena e a nulla valse il tentativo del suo protettore di farle scudo col suo corpo: venne colpito e anche lui morirà. Portata in ospedale ebbe appena la forza di pronunciare tre volte la parola “Perdono” all’indirizzo dei suoi aggressori prima di spegnersi “come una candelina che aveva finito la sua cera, perché anche lei aveva donato tutto”, è la testimonianza di una delle suore che le tenne la mano fino alla fine. Però quella parola, così forte, ripetuta tre volte, fu moltiplicatore della grazia della conversione per molti che l’avevano conosciuta. “L’assassinio di suor Leonella rivela il veleno che si nasconde nel cuore di individui accecati dall’odio – aggiunge il cardinale Amato – il martire cristiano non è un fanatico distruttore, ma un difensore eroico della vita e un messaggero di fraternità, di carità e di perdono”.

Il martirio in odio alla fede: privilegio di offrire la vita al Signore

Suor Leonella era rimasta molto colpita dalla storia dei trappisti martiri in Algeria che vennero uccisi dagli estremisti islamici, tanto che consegnava la loro biografia a tutte le comunità della regione: “Il martirio fa parte della nostra vita quotidiana, qui, in comunità; il martirio di sangue solo se Dio ce lo chiederà…”, diceva. Ed era effettivamente un martirio silenzioso, quello che le suore vivevano in Somalia per rendere presente l’amore di Dio tra i poveri di quella terra. Dio a suor Leonella chiese qualcosa di più perché la sua morte potesse far fiorire i frutti di quanto aveva seminato in vita: “Il martire cristiano al rancore risponde con l’amore – chiosa il porporato – il martirio di suor Leonella diventa così seme di speranza sparso sulla terra dell’uomo, che porterà fiori e frutti di bene”. Molto fu lo sdegno della popolazione somala a quell’assassinio, perché a Dio comunque non piace che sia uccisa una donna che gli è così vicina. Il segno più forte fu forse quello evidenziato da mons. Giorgio Bertin, vescovo di Gibuti: “Per me la morte di un’italiana e di un somalo, di una cristiana e di un musulmano, di una donna e di un uomo, ci dice che se si può morire insieme, allora è possibile anche vivere insieme”. Le indagini delle autorità locali furono sbrigative e sommarie, finalizzate a far dimenticare quanto accaduto, ma solo nelle menti, non nei cuori dei somali che non la dimenticheranno mai: i suoi allievi sentirono di aver perso una madre, ma di avere una stella in più che brillava, per loro, nel cielo.

Ascolta l'intervista al cardinale Angelo Amato:
26 maggio 2018, 14:43