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La tomba di mons. Juan José Gerardi La tomba di mons. Juan José Gerardi  

Mons. Gerardi: ucciso per amore della verità e dei poveri del Guatemala

20 anni fa, veniva ucciso in Guatemala mons. Juan Gerardi, vescovo ausiliare della capitale e coordinatore del monumentale lavoro di recupero della memoria storica sugli anni dei massacri nel Paese centroamericano

Roberto Piermarini - Città del Vaticano

Era la notte tra il 26 ed il 27 aprile 1998 ed erano passate poco più di 48 ore dalla pubblicazione di quel rapporto in cui, sotto il titolo di “Nunca màs”, mons. Gerardi presentava all'opinione pubblica guatemalteca, sul Recupero della Memoria storica. Una raccolta di testimonianze sulle violazioni dei diritti umani, le stragi, i massacri, le sparizioni, le esecuzioni sommarie nel periodo del conflitto armato. I quattro tomi avevano i seguenti titoli: Conseguenza della violenza; I meccanismi del terrore; Il contesto storico; Le vittime del conflitto. Mons. Gerardi e la sua coraggiosissima equipe di lavoro non si era limitata a una scrupolosa ricostruzione di tante vicende in cui, anche in località remote, villaggi sperduti, comunità di contadini, i militari del regime avevano perpetrato violenze atroci causando sofferenze, lutti, distruzioni. Gerardi aveva raccolto un elenco dettagliato delle vittime e nello stesso tempo anche di testimonianze in cui c'erano i nomi e i cognomi dei responsabili.

La sua vita e l’incontro con gli ultimi

Mons. Juan Gerardi nasce a Città del Guatemala il 27 dicembre 1922. A dodici anni decide di diventare sacerdote ed entra nel seminario di Città del Guatemala e conclude gli studi teologici nel seminario diocesano di New Orleans, negli Stati Uniti. Ordinato sacerdote nel 1946, per 20 anni si immerge nella realtà dei poveri e della vita delle campagne, come parroco in paesini e villaggi all’interno del Paese.

La sua missione con gli indigeni vittime di esercito e guerriglia

Nel 1967 viene eletto vescovo di Verapaz, dove incontra una diocesi povera, con poche strutture, e dove decide che la priorità è quella di lavorare con gli indigeni, tanto da organizzare, fra le varie attività, la Pastorale Indigena ed elaborare la liturgia in lingua q’eqci. Nel ’74 viene eletto vescovo reggente del Quichè. Sono gli anni in cui in questa regione, cresce la violenza, la lotta tra esercito e guerriglia che raggiunge il suo apice agli inizi degli anni ’80. In questo periodo – riferisce il Centro studi Juan Gerardi - centinaia di catechisti e leader delle comunità cristiane, quasi tutti maya, vengono assassinati brutalmente.

In esilio dal suo Paese perché perseguitato dalla dittatura

Nel 1980 mons. Gerardi si reca a Roma per partecipare al Sinodo della famiglia. Al suo rientro non gli viene consentito di rientrare in Guatemala e si deve recare in Costa Rica dove continua a lavorare come presidente della Conferenza episcopale guatemalteca, nonostante l’esilio. Nel 1982 riesce a rientrare in patria e due anni dopo viene nominato vescovo ausiliare dell’arcidiocesi di Città del Guatemala e parroco di san Sebastian. Nel 1988 partecipa alla Commissione nazionale per la Riconciliazione.

Conscio dei rischi per la pubblicazione del suo rapporto

E’ sua la creazione dell’Ufficio per i diritti umani dell’arcivescovado che ancora oggi si occupa delle vittime della violenza e di qualsiasi violazione dei diritti umani.
“Il nostro cammino – afferma mons. Gerardi presentando pubblicamente nella cattedrale di Città del Guatemala i risultati delle indagini sulla storia della violenza nel Paese – è stato e continua ad essere pieno di rischi, ma la costruzione del Regno di Dio comporta dei rischi e solamente i suoi edificatori hanno la forza di affrontarli”. Due giorni dopo, il presule viene assassinato all’età di 75 anni, nella sua casa parrocchiale di san Sebastian a Città del Guatemala.

Il ricordo di mons. Ramazzini

Così lo ricorda mons. Alvaro Ramazzini, vescovo di Huehutenango che in questi anni ne ha raccolto l’eredità: “Mons. Gerardi è stato un buon pastore, convinto difensore dei diritti dei più poveri e degli indifesi. Uomini e donne che per anni non hanno potuto alzare la voce per reclamare ed esigere rispetto per la loro dignità e per la loro condizione di figli e figlie di Dio. Perché è stato crocifisso? Qual è stata la ragione della sua morte? “ si chiede mons. Ramazzini . “Se c’è qualcosa che ha caratterizzato la sua vita è stata la sua passione per la verità, la giustizia, la libertà e l’amore per i poveri e gli esclusi. Infaticabilmente, fino all’ora della morte, ha cercato di aprire spazi che offrissero alla società guatemalteca un’alternativa di vita e non di morte”.

 


 

27 aprile 2018, 12:34