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Mons. Pizzaballa la Domenica delle Palme Mons. Pizzaballa la Domenica delle Palme  (AFP or licensors)

Mons. Pizzaballa: tutta la nostra vita è toccata dalla Resurrezione di Gesù

L’amministratore apostolico, da 28 anni in Terra Santa, parla della Pasqua, della sofferenza del popolo cristiano e del rapporto con le altre chiese di Gerusalemme

Beatrice Guarrera - Gerusalemme

In occasione della Pasqua, pellegrini di tutto il mondo sono giunti in Terra Santa per partecipare alle Liturgie della Settimana Santa nei luoghi dove Gesù è nato, ha vissuto, ha compiuto la sua missione, è morto ed è risorto. In questi giorni si registra un aumento sempre più grande di pellegrini, provenienti da ogni parte del mondo che condividono il pellegrinaggio nei luoghi santi con credenti di tante nazioni e fedi cristiane. Le celebrazioni del Triduo e della Pasqua devono rispettare lo Status quo imposto prima della riforma liturgica, quindi la Veglia al Santo Sepolcro ad esempio, si celebra il sabato mattina. 

Sul significato della Pasqua in questa Terra… santa ma tormentata, il pensiero dell’Amministratore apostolico del Patriarcato latino mons. Pierbattista Pizzaballa

Ascolta l'intervista a mons. Pizzaballa

R. - La Pasqua è Gesù che si fa compagno di ogni uomo. Questo significa che anche il cristiano deve diventare compagno di ogni uomo, rileggere la propria storia e riconoscere Gesù, cioè a ‘spezzare il pane’. Credo che il messaggio di Pasqua sia questo: dire che non c’è nessun luogo dell’esperienza umana, non c’è nulla dell’esperienza umana, che non possa essere toccata dall’esperienza della Risurrezione e dalla vita di Gesù.

In uno degli ultimi istanti di Gesù sulla croce, proprio sul Calvario, ha gridato: “Elì, Elì lemà sabactàni!”. Oggi che senso ha questo grido e perché proprio qui in Terra Santa?

R. - La Terra Santa come le tante Terra Santa del mondo, anche quella attorno a noi, è l’esperienza umana di Gesù, dell’abbandono, della solitudine che credo che sia l’esperienza di ogni uomo a livello personale. Spesso è quello che proviamo anche noi quando vediamo questa terra che da decenni, da generazioni è in attesa di una sua risurrezione, di una vita diversa, non dico nuova, ma vita diversa. Dobbiamo ricordarci allora di aprire gli occhi e vedere questo Gesù che ci aiuti a rileggere la nostra vita e vedere che, nonostante tutto, anche qui ci sono i segni della risurrezione.

Lei che conosce i cristiani di qui, quali sono ‘le morti’ da cui loro aspettano la risurrezione?

R. - Le morti sono tante; ci sono le morti a livello sociale, a livello politico, a livello personale, famigliare, anche ecclesiale a volte. Morte significa non credere più nell’altro, perdere entusiasmo, che non si possa cambiare nulla, che non si possa fare più nulla. Questa è la morte peggiore, perché è poi ciò che apre lo spazio a tutti gli altri tipi di morte. La paura a volte è un po’ questo, no? La morte della nostra comunità che crede che non si possa fare più nulla. Invece no, si può fare sempre qualcosa.

Ci sono alcuni cristiani latini - per esempio di Nablus, Ramallah o anche in Giordania - che celebrano la Pasqua con gli ortodossi …

R. - La maggior parte della diocesi celebra la Pasqua con gli ortodossi. Qui a Gerusalemme pensiamo che tutto il mondo sia come noi, ma fuori da qui il mondo è diverso. La Giordania – tutta la Giordania - segue il calendario ortodosso della Pasqua, non di Natale. Israele, Palestina e Cipro seguono il calendario ortodosso; le prime due lo seguono per metà. Le parrocchie più grandi che hanno rapporti anche con il mondo internazionale più ampio seguono il calendario latino; le parrocchie nelle zone più interne seguono quello ortodosso. A Gerusalemme c’è il Santo Sepolcro, che obbliga tutti a seguirne le celebrazioni. Non è un obbligo forzoso, ma morale. Le parrocchie - che sono anche luoghi santi – lo devono seguire, perché hanno un legame con i pellegrini che vengono a passare la Pasqua qui. Purtroppo la divisione tra le chiese crea in Terra Santa delle situazioni che sono incorreggibili: idealmente vorremmo stare tutti insieme, ma tecnicamente la vita pratica ci costringe a situazioni diverse.

Parlando del Santo Sepolcro, alcuni lo considerano un po’ – se si può dire - “un luogo di scandalo”, nel senso che vedono la divisione tra le Chiese. Lei invece che conosce questo luogo, cosa può aiutare a far sentire che non è così?

R. - Le divisioni sono scandalose, non il Santo Sepolcro. Quando una persona arriva al Santo Sepolcro rimane scandalizzato, perché lì la divisone diventa visibile, concreta e tangibile: la tocchi, quindi fa male. Quando si passa dalla teoria all’esperienza è diverso. Il Santo Sepolcro ti aiuta a fare un’esperienza concreta di una realtà purtroppo dolorosa: la divisione tra le chiese. Detto questo, il pellegrino deve essere accompagnato a fare un passo indietro, a non leggere la realtà partendo dal proprio pregiudizio, dalle proprie attese, ma guardando la realtà per quella che è. Certamente è dolorosa, ma ha anche degli aspetti affascinanti, come le tradizioni diverse, modi differenti di pregare, ma uniti tutti dallo stesso amore verso Cristo. Poi naturalmente vedi anche l’accavallarsi di tradizioni culturali diverse oltre che di lingua.

28 marzo 2018, 13:08