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Padre Faltas: Gerusalemme è il nodo da risolvere nel conflitto in Medio Oriente

In una situazione di totale immobilismo sul piano diplomatico, c'era grande attesa in Medioriente riguardo al nuovo piano di pace su cui si sapeva che l'America lavorava da tempo. Lo dice ai nostri microfoni padre Ibrahim Faltas esprimendo, all'indomani dell'annuncio di Trump, il rammarico per una proposta inaccettabile perché troppo schierata. Gerusalemme, afferma, resta la questione cruciale. Per gli Ordinari di Terra Santa, il piano di pace Usa è un’iniziativa unilaterale

Adriana Masotti e Francesca Sabatinelli - Città del Vaticano

All’indomani della presentazione del piano di pace per il Medio Oriente del presidente degli Stati Unitil Trump, continua il coro di critiche per una soluzione al conflitto che rischia di portare a ulteriori violenze tra israeliani e palestinesi. Dopo il no dei palestinesi, anche il presidente turco Erdogan boccia il piano di Trump che vede la soluzione dei due Stati con Gerusalemme capitale sovrana e indivisa di Israele, e Gerusalemme Est della Palestina. "Gerusalemme non è in vendita" e i nostri diritti non si barattano, aveva detto Abu Mazen. Il premier israeliano Netanyahu è oggi a Mosca dove con il presidente russo Putin parlerà del piano di pace.

 

Per l’assemblea degli Ordinari cattolici di Terra Santa, “non dà dignità e diritti ai palestinesi e deve essere considerato una mossa unilaterale visto che fa sua la maggioranza delle richieste di una parte, quella israeliana. Il piano, è la conclusione degli Ordinari, non porta soluzione ma, al contrario, crea maggiore tensione.

Padre Faltas: indispensabile trovare una soluzione per Gerusalemme

Dello stesso parere si dice il francescano padre Ibrahim Faltas, consigliere della Custodia di Terra Santa. Ai nostri microfoni esprime amarezza per un piano tanto atteso in Medio Oriente e in cui si riponevano tante speranze, ma che non tiene conto di entrambe le parti interessate: 

Ascolta l'intervista a padre Faltas

R. – Trump è solo con gli israeliani che ha fatto questa proposta: doveva essere con i palestinesi e gli israeliani. Loro sono gli interessati: dovevano essere tutti e due.

Lei ha già potuto raccogliere anche qualche voce locale, sia palestinese che israeliana?

R. – Sì: sono amico di tutti e due e lavoro con tutti e due, ma la prima reazione, la prima parola che ha detto il presidente Abu Mazen,è stata: “Gerusalemme non è da vendere”. Allora, tutto quello che nel piano è venuto dopo la questione Gerusalemme non è stato accettato. Io ripeto: il cuore del conflitto tra palestinesi e israeliani è sempre Gerusalemme. Secondo me, dovevano trovare una soluzione per Gerusalemme. Tutto è concentrato su Gerusalemme.

Ma qual era la proposta su Gerusalemme che voi avete sempre caldeggiato?

R. – Per Gerusalemme, abbiamo sempre fatto la stessa proposta ed è la stessa sostenuta dalla Santa Sede: che Gerusalemme dev’essere città aperta a tutti e di tutti, deve avere uno status speciale. Gerusalemme non può essere la capitale di un solo Stato, né dello Stato israeliano né dello Stato palestinese. Deve essere di tutti. Gerusalemme è la mamma di tutti, Gerusalemme è la città di Dio. E anche nell’accordo proposto da Trump, non si sa chi sarà il responsabile dei luoghi santi. La Giordania? Israele? La Palestina? Nell’accordo anche questo non è chiaro per niente. L’unica soluzione è che Gerusalemme dev’essere internazionale, da anni lo si sta dicendo, ma purtroppo nessuno ascolta. Diceva molto bene, Giovanni Paolo II: “Se non ci sarà pace a Gerusalemme, non ci sarà mai pace in tutto il mondo”.

Nonostante il “no” subito pronunciato da parte palestinese, c’è comunque qualche possibilità che qualcosa si muova o che si avviino nuovi negoziati di pace, nuovi colloqui, in una situazione che da tempo è davvero immobile?

R. – E’ vero, da tempo non ci sono incontri tra palestinesi e israeliani e i negoziati sono fermi, ma adesso sarà peggio perché i palestinesi non andranno mai. Il frutto della proposta americana è che adesso i rapporti tra Hamas e Fatah sono ripresi, ora si sono messi d’accordo, tutti e due sono contro questa proposta. Adesso ci sono scontri ovunque, in tutto il territorio palestinese e speriamo che non ci sia una terza Intifadah … ma le cose si sono complicate.

Padre Faltas, oggi Netanyahu è a Mosca a parlare con Putin …

R. – Non deve essere una cosa fatta da americani e russi, ma deve essere tutta la comunità internazionale a lavorare, a trovare una via d’uscita da questo problema.

Secondo lei, c’è nelle due società – sia quella israeliana sia quella palestinese – una voglia di cambiamento tra la gente?

R. – A livello di popolo, certo che c’è; ci sono palestinesi che vogliono la pace come vogliono il cambiamento, e anche israeliani; e ci sono anche tante iniziative di pace tra palestinesi e israeliani, anche in questo momento, ma non se ne parla. Io ho sempre detto e lo ripeto: quello che sta succedendo lì è un massacro tra tante persone che non si conoscono per l’interesse di poche persone che si conoscono, ma non si massacrano tra di loro. Io conosco tanti israeliani, conosco tanti palestinesi e veramente, parlando con loro, si vede che c’è la voglia di rischiare e c’è la voglia di realizzare questa pace. Tutte e due le parti non ce la fanno più. E' la comunità internazionale che deve lavorare di più, deve impegnarsi di più. Non può farlo solo l’America: devono lavorare tutti. Tutti.

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29 gennaio 2020, 14:30