Papa: non dimentichiamo le vittime dell’Olocausto

Tweet del Papa per la Giornata della Memoria. Custodire la memoria perchè l'orrore della Shoah non si ripeta più: è l'impegno dei sopravvissuti alla barbarie dei campi di sterminio nazista. Il loro testimone va raccolto e tramandato alle future generazioni

Paolo Ondarza - Città del Vaticano

Nell’anniversario dell’apertura dei cancelli del campo di concentramento di Auschwitz, avvenuta il 27 gennaio 1945, quando le truppe dell’Armata Rossa fecero il loro ingresso nella città polacca rivelando al mondo l’orrore compiuto dai nazisti e liberando i superstiti, si celebra oggi il Giorno della Memoria. Papa Francesco ha voluto ricordare questa Giornata con il tweet: "Non dimentichiamo le vittime dell'Olocausto, la loro indicibile sofferenza continua a gridare all'umanità: siamo tutti fratelli!#GiornatadellaMemoria". La ricorrenza è stata istituita dall’Onu nel 2005 per ricordare le vittime della Shoah, tutti coloro che persero la vita in conseguenza delle misure di persecuzione razziale e politica, di pulizia etnica e di genocidio messe in atto dal regime nazista del Terzo Reich e dai loro alleati, tra il 1933 e il 1945. Secondo lo United States Holocaust Memorial Museum furono circa 15-17 milioni le persone che persero la loro vita come risultato diretto dei processi di "arianizzazione" promossi dal regime di Adolf Hitler. A pagare il prezzo più alto furono gli ebrei, circa sei milioni, vero obbiettivo della “soluzione finale” perseguita dal Reich. Ma nel novero delle vittime vanno inclusi anche disabili - sui quali venne inaugurata la sperimentazione delle più efficaci strategie per lo sterminio di massa - , rom,  non ariani, dissidenti politici e cosiddetti “indesiderabili”, come omosessuali e dissidenti religiosi. Per mantenere viva la memoria perché tali crimini non si ripetano più ogni anno gli ormai anziani superstiti della Shoah si spendono instancabilmente prendendo parte a conferenze, incontri con gli studenti, iniziative varie di sensibilizzazione.

Sami Modiano: "sopravvissuto per raccontare"

A Birkenau, a soli 13 anni, perse tutti gli affetti. Sami Modiano, ebreo di Rodi, all’epoca colonia italiana, oggi ha 88 anni e si dice sopravvissuto “per miracolo” al nazismo. “I miei occhi – racconta – hanno visto cose orrende. Siamo arrivati in 2500, ma siamo sopravvissuti solo in 151, 31 uomini e 120 donne. Presi a Rodi il 18 luglio 1944, arrivati nella rampa della morte il 16 agosto 1944: il viaggio è durato quasi un mese, in condizioni igieniche disumane che non si potrà mai e poi mai immaginare! Neanche un animale viaggia come abbiamo viaggiato noi. Se i russi avessero tardato di poco con la liberazione, di quei 2.500 non ne sarebbe rimasto più nessuno”. 

Sami Modiano nel campo di concentramento fu subito separato dall’amata sorella Lucia, presto uccisa dai nazisti: inizialmente selezionato per andare a morire nelle camere a gas, come accadde subito ai suoi cugini, si salvò grazie al padre che lo spinse tra coloro che avrebbero dovuto svolgere provvisoriamente i lavori forzati. Del campo di concentramento ricorda tutto, come la disperazione di quanti “decidevano di farla finita: si buttavano contro i fili spinati nei quali passava l’alta tensione, e morivano fulminati”. “Io ho una piaga che non si chiuderà mai più. Continuo ancora a soffrire. Specialmente quando incontro i ragazzi e devo spiegare tutto questo: per me è un dolore enorme, ma lo faccio. Lo faccio perché ho capito che il Padre Eterno mi ha scelto per trasmettere a questi ragazzi, che fanno parte di questa nuova generazione la memoria di ciò che ho vissuto, perché non si ripeta”.

Ascolta l'intervista a Sami Modiano

Alberto Sed: "per tanti anni in silenzio, ma parlare è un dovere"

Analogo il motivo che spinge ancora il novantenne ebreo romano Alberto Sed a raccontare e ripercorrere l’orrore vissuto ad Auschwitz. “Per tanti anni sono stato in un silenzio assoluto - racconta – poi ho capito che dovevo parlare: quando sono arrivato lì mi hanno diviso da mia sorella, mi hanno tagliato i capelli, mi hanno spogliato di tutto e mi hanno dato un numero al braccio: 5491”. 

Un tatuaggio indelebile come il dolore per la morte della madre e della sorella nei forni crematori o di un’altra sorella sbranata dai cani sotto gli occhi divertiti dei nazisti o di un’altra ancora: sopravvissuta ai crudeli esperimenti dei nazisti. “Ero addetto a selezionare le persone. Dovevo togliere i bambini dalle braccia delle loro madri: tutti i bambini che non sapevano camminare, e portarli sul carrettino. Tutti insieme finivano poi nei forni crematori dove venivano uccisi. Impossibile superare il trauma dell’orrore provato alla vista di neonati lanciati in aria e colpiti a morte sadicamente dagli spari dei nazisti o di un prete sopreso a celebrare messa nel lager e fatto affogare in piscina a furia di pugni e calci.  La "rivincita" su Auschwitz di Sed è la recettività riscontrata nei ragazzi incontrati in tante scuole in questi ultimi anni: “questa per me è una bellissima rivincita sul male”.

Ascolta l'intervista ad Alberto Sed

Piero Terracina: "parlare ai giovani, loro sono il futuro"

E’ la stessa motivazione che spinge Piero Terracina, 90 anni,ad affrontare lo “stress terribile” di rivivere i momenti della sua deportazione ad Auschwitz. Della sua famiglia, composta da otto persone, fu l’unico a sopravvivere. “I giovani sono il futuro – spiega - e devono sapere quello che è stato. E questo è il massimo che io possa pretendere come compensazione per la fatica che faccio”. 

E’ grande il dolore pensando a chi, ancora oggi, vorrebbe negare e cancellare una pagina di storia tanto drammatica: “Quando io parlo della deportazione del 16 ottobre 1943 da Roma, quando furono deportati 1.023 innocenti, compreso un bambino ancora senza nome - e sono tornati in 16! - che cosa possono dire? Che sono scomparsi? Certo: ad Auschwitz non risulta che siano arrivati. Ma io me li ricordo. Me li ricordo lì, sulla rampa dell’arrivo, l’abbraccio di mamma, le parole di papà… ricordo tutto! Sono tornato solo, di otto persone…”. Era solo un ragazzo di 15 anni. Quella è stata la sua forza, perché – spiega – “sapevamo che la nostra unica via d’uscita era quella del forno crematorio, ma a quell’età non si vuole morire. Si rimane aggrappati alla vita, a qualsiasi costo”.

Ascolta l'intervista a Piero Terracina

“Non ci sono parole e pensieri adeguati di fronte a simili orrori della crudeltà e del peccato; c’è la preghiera, perché Dio abbia pietà e perché tali tragedie non si ripetano”, ha detto papa Francesco ricordando la sua visita ad Auschwitz avvenuta il 29 luglio 2016. 

 

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

26 gennaio 2019, 09:54