Monsignor Paolo Martinelli (a sinistra), benedice i fedeli sul sagrato della cattedrale di St Joseph ad Abu Dhabi. Con lui anche il vicario emerito monsignor Paul Hinder Monsignor Paolo Martinelli (a sinistra), benedice i fedeli sul sagrato della cattedrale di St Joseph ad Abu Dhabi. Con lui anche il vicario emerito monsignor Paul Hinder

Emirati Arabi Uniti, Martinelli: la “polifonia” della fede fa ricca questa Chiesa

Nel quinto anniversario del viaggio di Papa Francesco nel Paese della penisola arabica e della firma del Documento sulla Fratellanza Umana con il Grande Imam di Al-Azhar, il vicario apostolico dell’Arabia del Sud, monsignor Martinelli, parla della testimonianza di fede della sua Chiesa in un Paese musulmano e del Giubileo dei martiri, del cammino sinodale in corso e della forza della Dichiarazione di Abu Dhabi, fino alla difficile situazione dello Yemen

Alessandro Di Bussolo – Abu Dhabi (Emirati Arabi Uniti)

La casa del vicario apostolico per l’Arabia del Sud, il francescano cappuccino milanese Paolo Martinelli, condivisa con il vicario emerito Paul Hinder, confratello cappuccino, e altri frati della missione, si raggiunge attraversando il grande cortile nel compound della St. Joseph Cathedral di Abu Dhabi. Ci sono centinaia di fedeli, emigrati qui dal Bangladesh, per la loro festa, e in decine e decine sono in fila per pregare e accendere un cero votivo nella grotta che riproduce quella di Massabielle a Lourdes, a destra della cattedrale. Martinelli, 65 anni, per otto vescovo ausiliare di Milano, è vicario apostolico per gli Emirati Arabi Uniti, l’Oman e lo Yemen, dal maggio 2022, ed è pastore di circa un milione di battezzati (dati 2020) su 43 milioni di abitanti.

Abu Dhabi: fedeli in fila davanti alla riproduzione della Grotta di Lourdes
Abu Dhabi: fedeli in fila davanti alla riproduzione della Grotta di Lourdes

Nel cortile della cattedrale, tante lingue e tradizioni diverse

Lo incontro prima della celebrazione delle 18 del sabato, quando la cattedrale visitata da Papa Francesco il 5 febbraio 2019, l’ultimo giorno della sua visita negli Emirati, si riempie anche di migranti filippini, la maggioranza tra i cattolici, indiani, cingalesi, africani ed europei. Le celebrazioni si svolgono, in tutto il Paese, oltre che in arabo, inglese (come quella di oggi) e francese, anche in tagalog, malayalam, singalese, urdu e tamil. Dopo l’intervista, lo accompagno verso la sacrestia, e nel tragitto viene fermato in continuazione da famiglie con bambini, ma anche da singoli fedeli, che chiedono una benedizione. Un gioioso assalto di fede che condivide con il suo predecessore, monsignor Hinder, che a quasi 82 anni continua a restargli accanto, portando l’esperienza di quasi vent’anni come pastore in questa terra.

Martinelli: uniti nel battesimo, la diversità si fa ricchezza

E’ stato il vescovo Paul, svizzero del Canton Turgovia, ad accogliere il Papa nel suo storico viaggio apostolico ad Abu Dhabi, quando ha firmato il Documento sulla Fratellanza Umana insieme al Grande Imam di Al-Azhar Al-Tayyeb. Dalle parole di Francesco in quei giorni inizia l’intervista con monsignor Paolo Martinelli.

Ascolta l'intervista a monsignor Paolo Martinelli

Nella visita di cinque anni fa Papa Francesco vi invitava, l’ha ricordato lei nella lettera ai fedeli nell’anniversario di quell’evento, “a rinnovare l'impegno per una testimonianza cristiana umile e fedele”. Come testimoniare la propria fede qui nel sud della penisola arabica?

Questo è un Paese di tradizione musulmana, e sono vietati tutti gli atteggiamenti che possono avere un carattere di proselitismo o comunque anche di annuncio e invito diretto nei confronti delle altre persone. Quindi la dimensione dell'evangelizzazione per noi è la testimonianza della vita buona del Vangelo. In tutte le situazioni che i nostri fedeli devono affrontare, la propria famiglia, il luogo di lavoro, la scuola, gli incontri e le relazioni con le altre persone, essere testimoni della vita buona che nasce dall'incontro con Cristo. Questa è la forma fondamentale con cui viviamo il Vangelo e con cui lo testimoniamo e lo comunichiamo agli altri con semplicità e umiltà. In fondo, la testimonianza è una modalità umile di comunicare la verità a cui crediamo.

Un fedele prega in ginocchio davanti alla riproduzione della Grotta di Lourdes, nel cortine della cattedrale di St. Joseph. Foto Alessandro Di Bussolo
Un fedele prega in ginocchio davanti alla riproduzione della Grotta di Lourdes, nel cortine della cattedrale di St. Joseph. Foto Alessandro Di Bussolo

 

E’ quello che avete detto sia lei che il vescovo Berardi, vicario dell’Arabia del Nord, nell'aprire la Porta Santa del vostro Giubileo dei martiri: testimoniare Gesù non con manifestazioni pubbliche ma nel nostro lavoro, famiglia, nell’onestà e nella coerenza del nostro stile di vita…

Esattamente, questa è la caratteristica dei cristiani che vivono in Paesi musulmani, quindi in tutta la penisola arabica c’è questa sensibilità. E quindi la Chiesa educa i suoi fedeli ad essere coerenti con la vita evangelica e a comunicare l'incontro con Gesù attraverso la vita quotidiana, la vita buona che nasce dal Vangelo.

Ma che occasione è per voi questo Giubileo dei 1500 anni del martirio di Sant’Areta e compagni? Cosa può dire un sacrificio così lontano nel tempo ai cristiani di queste terre, oggi?

Questo evento che stiamo celebrando, questo grande Giubileo di questi santi martiri, Areta e sei compagni, per noi ha almeno due significati fondamentali. Il primo è una testimonianza cristiana di una vita che è rimasta fedele a Cristo fino alla fine. Nonostante ci fosse la pressione per rinunciare alla propria fede cristiana, i martiri sono stati coerenti con la propria fede, e hanno preferito morire piuttosto che rinnegare Cristo. Quindi, da questo punto di vista il martire sempre è un richiamo per tutta la Chiesa ad essere testimoni nella vita quotidiana. L'altro valore grande che ha per noi è che si tratta di un santo che, con i suoi compagni, sta alle origini della presenza cristiana in questi Paesi, che ovviamente poi hanno avuto una storia molto complessa con lo sviluppo dell'Islam. Però per noi e anche per tutti i cristiani che vengono ad abitare in questa terra, è importante sapere che non si è semplicemente migranti, che si viene da fuori e si rimane come un po’ “sospesi” all'interno della Chiesa.

Monsignor Martinelli, vicario apostolico dell'Arabia del Sud, con alcuni fedeli nel cortile della cattedrale
Monsignor Martinelli, vicario apostolico dell'Arabia del Sud, con alcuni fedeli nel cortile della cattedrale

In realtà, loro arrivano in una Chiesa che ha radici molto profonde, che è stata segnata profondamente dalla testimonianza di cristiani e di martiri. Perciò noi diciamo sempre ai nostri fedeli che è vero, loro vengono da altri Paesi, vengono qui come migranti, ma noi qui formiamo una vera Chiesa locale. Quindi dobbiamo essere consapevoli che, venendo qui, ci inseriamo dentro una lunga storia che ha le sue radici nell'epoca apostolica, ma che anche poi ha avuto questa presenza di grandi testimoni e martiri. Questo ci aiuta ad avere maggiore coscienza di essere qui, un'unica Chiesa composta da fedeli che certamente vengono da tanti Paesi, quindi portano anche tradizioni diverse, spiritualità diverse, ma poi fanno parte di un'unica Chiesa, siamo un unico corpo con questo volto pluriforme.

 

E come si riesce a far funzionare la “gioiosa polifonia della fede”, come il Papa nella Messa allo Zayed Sport City, cinque anni fa, ha definito la mescolanza di tradizioni e provenienze dei fedeli della sua comunità?

Qui c'è un valore fondamentale, che possiamo riscoprire in modo unico, abitando questa terra e vivendo la nostra fede cristiana. Basta solo affacciarsi all'interno delle nostre Chiese, durante le celebrazioni, e subito ci si accorge della diversità enorme tra i fedeli. Che provengono da più di cento Paesi e che sono effettivamente portatori di lingue, di culture  e anche di tradizioni spirituali differenti. E quando ci vediamo così insieme, intorno all'altare, a celebrare l'Eucaristia, siamo come portati a domandarci: “Ma che cosa ci tiene insieme, pur essendo così diversi?” E la risposta è unica: è la stessa fede cristiana, ed è il battesimo. Qui è molto interessante riscoprire la profondità del battesimo, che ci rende una sola cosa, membri dell'unico corpo di Cristo, pur essendo così diversi. Allora, riconoscendo il battesimo come ciò che è in grado di dare la nostra identità ultima, anche le diversità diventano una ricchezza. Se invece ci si dimentica del battesimo e dell'unica fede professata, allora le diversità possono allontanarci gli uni dagli altri, perché effettivamente siamo molto diversi. Ma crescendo nella consapevolezza dell'unica fede e dell'unico battesimo, che ci ha resi membra del corpo di Cristo, allora la diversità diventa una ricchezza che possiamo condividere gli uni con gli altri. Quindi i nostri fedeli qui sono sempre incoraggiati, da una parte, a mantenere le loro tradizioni, ad approfondire le loro spiritualità, ma dall'altra hanno una possibilità unica di poter incontrare altri cristiani che hanno altre forme di spiritualità cristiana e quindi questo arricchimento vicendevole diventa un grande dono che qui avviene in un modo unico. Questo quando non solo si tiene alla propria tradizione ma la si condivide con gli altri, e si conosce la tradizione degli altri.

Fedeli di tante nazionalità e tradizioni diverse, nella celebrazione eucaristica nella cattedrale di St. Joseph ad Abu Dhabi
Fedeli di tante nazionalità e tradizioni diverse, nella celebrazione eucaristica nella cattedrale di St. Joseph ad Abu Dhabi

 

E’ proprio come vivere l'universalità della Chiesa in pochi metri quadrati…

Esattamente. Questa è la cosa impressionante per me, che sono arrivato qui un anno e mezzo fa, ma anche per tutti coloro che vivono qui. È impressionante vedere questa molteplicità di presenze che compongono un’unica Chiesa. Davvero qui c'è un po’ in sintesi l'esperienza dell'universalità della Chiesa che la fede è per tutti, che si offre a tutti, e che tutti sono chiamati a camminare insieme. Usando un’espressione che Papa Francesco ci invita ad approfondire, che è proprio il tema della sinodalità, potremmo dire che qui effettivamente siamo chiamati a camminare insieme. È quasi un fattore naturale della nostra Chiesa l'essere una realtà sinodale, cioè di persone diverse, ma che camminano insieme e che imparano a riconoscersi appartenenti all'unico corpo, condividendo le esperienze spirituali e i diversi carismi e talenti che ci sono.

Il Sinodo, allora: lei ha partecipato alla prima assemblea in ottobre, e tornerà in Vaticano il prossimo autunno. Come portare nella sua Chiesa, ma anche nel dialogo interreligioso con le altre fedi, i primi frutti di quella intensa esperienza di comunione?

Innanzitutto il mio predecessore (il vescovo svizzero Paul Hinder, vicario apostolico da dicembre 2003 a maggio 2022, n.d.r) qui ha fatto un lavoro straordinario, durante la fase diocesana del Sinodo. Qui c'è stata una partecipazione che ha sorpreso tutti, tanto che quando ho raccontato questa esperienza a Roma, nel corso dell'assemblea sinodale dell'ottobre scorso, molti partecipanti sono rimasti sorpresi, e hanno voluto saperne di più. Noi abbiamo avuto una partecipazione enorme dei fedeli ai famosi questionari, con oltre centomila risposte. E molte non erano individuali, ma esprimevano l'esperienza di gruppi di preghiera, associazioni, movimenti, gruppi di persone che si trovano a camminare insieme nelle parrocchie. Quindi abbiamo constatato che qui il “seme della sinodalità” è in qualche modo insito in questa forma di Chiesa. Ed è stata una cosa molto bella poterla condividere con tutti gli altri vescovi e i partecipanti all’assemblea sinodale dello scorso ottobre. E poi, io ho cercato subito di tenere molto informato il nostro popolo. Quando ero ancora a Roma, ho scritto una lettera a tutto il Vicariato apostolico, facendo sapere quali erano i temi che stavamo affrontando, quali le direzioni che stavamo prendendo. Poi abbiamo avuto anche la grazia che il Papa ci ha permesso di registrare un video di saluto per i nostri fedeli, nel quale ha detto queste cose molto semplici: “Venite da tanti Paesi diversi, siete un'unica Chiesa. Conservate la fede e amate le vostre famiglie”. Ha colpito molto questo invito del Papa alla nostra Chiesa, di avere questa consapevolezza di camminare insieme. E  adesso, seguendo il percorso del Sinodo, noi abbiamo già una struttura sinodale molto articolata: in ogni parrocchia abbiamo il coordinamento. Per cui ora, dopo la lettera del segretario generale, il cardinale Grech, abbiamo già fatto alcuni incontri in cui abbiamo rilanciato la domanda su come essere oggi una Chiesa sinodale in missione, e quindi che porta la testimonianza cristiana in tutti gli ambiti della vita. Abbiamo già fatto alcuni incontri interessanti anche con tutte le consacrate del nostro Vicariato, dialogando in particolare sul ruolo della donna, su come poter condividere maggiormente la corresponsabilità con le donne all'interno del nostro Vicariato, e poi sull'importanza della vita religiosa e dei carismi.

La sinagoga della Abrahamic Family House di Abu Dhabi e le indicazioni per la chiesa e la moschea
La sinagoga della Abrahamic Family House di Abu Dhabi e le indicazioni per la chiesa e la moschea

Da questo punto di vista, anche il tema del dialogo interreligioso, come approfondimento della tematica sinodale, ci permette di valorizzare soprattutto la Abrahamic Family House che è uno dei frutti del documento di Abu Dhabi firmato da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar. Un luogo che, anche fisicamente, rappresenta in un modo molto simbolico la compresenza delle diverse religioni. Una accanto all’altra ci sono una chiesa cattolica, una moschea e una sinagoga. E abbiamo sempre un grande numero di fedeli che frequentano anche quella chiesa. L'esperienza che si fa è: vado a Messa in chiesa, ma nello stesso tempo passo a fianco della sinagoga e della moschea. Quindi per andare nel mio luogo di preghiera devo riconoscere la presenza dell'altro. Questo significa che fa parte della mia dimensione di credente l'accettare persone che hanno fedi diverse. E ci porta anche al desiderio di conoscersi vicendevolmente, anche superando tanti pregiudizi e poi accorgersi che ci sono dei punti fondamentali e dei valori che possiamo portare avanti insieme. Proprio quelli segnalati dal Documento di Abu Dhabi.

 

Ho letto che lei è un appassionato di questo Documento. Dei tanti stimoli e indicazioni valoriali della Dichiarazione di Abu Dhabi, su quale vorrebbe porre l'attenzione, in questa realtà di Chiesa e di popolo?

Questo Documento è stato firmato qui, e questo ci fa sentire un po’ responsabili di fronte alla Chiesa e al mondo.  E’ un Documento che segna un cammino comune tra il capo della Chiesa cattolica e la massima autorità dell’Islam sunnita, quindi non è solo ristretto a questo Paese, ma è un forte slancio voluto e sostenuto dalle autorità di questo Paese. Certamente non sarebbe stato possibile se non ci fosse stato un intervento diretto del presidente degli Emirati Arabi Uniti. Bisogna riconoscere tutta la buona volontà di arrivare a scrivere un testo le cui affermazioni sono veramente fortissime. E’ chiaro che ci vorrà molto tempo perché tutti lo possano studiare, approfondire e recepire. Ma io penso che oltre ai singoli temi toccati, molto particolari e molto importanti, il Documento è profetico innanzitutto per le persone che lo hanno firmato. E’ profetico che si decida di fare un cammino insieme su questi temi così sensibili e delicati, e vuol dire che da qui in avanti dovremo cercare di seguire questa strada. E d'altra parte avere avuto il coraggio di porre temi scottanti in tante parti del mondo, vuol dire che tutti dobbiamo in qualche modo metterci in discussione.

La chiesa cattolica, intitolata a Papa Francesco, nella Abrahamic Family House, frutto concreto del Documento sulla Fratellanza Umana
La chiesa cattolica, intitolata a Papa Francesco, nella Abrahamic Family House, frutto concreto del Documento sulla Fratellanza Umana

Poi io credo che un testo così diventa anche un grande richiamo alla questione di Dio come questione antropologica fondamentale. Questo è l'aspetto a mio avviso straordinario e nuovo, cioè che le religioni non si soffermino innanzitutto a disquisire sulle proprie dottrine nei confronti delle altre, ma che si riconosca una responsabilità antropologica delle religioni. Cioè le religioni hanno adesso il compito di mettersi insieme e camminare per l'umano comune. E questa è una cosa straordinaria, a mio avviso… E’ un nuovo capitolo della storia del rapporto tra le religioni che insieme ci si accorga che abbiamo in comune una responsabilità antropologica. Vuol dire rimettere al centro il tema di Dio non come un tema astratto o separato dalla vita, ma come qualcosa che fonda la possibilità di una vita buona per tutti. Credo che questo sia l'elemento straordinario che poi si porta dietro anche tutti gli altri temi. E credo che questo Documento meriti di essere ripreso e studiato soprattutto negli ambiti educativi, perché noi abbiamo bisogno di preparare le nuove generazioni. A mio avviso deve trovare spazio dentro i percorsi formativi, anche dentro i nostri percorsi di catechesi, perché il dialogo con le altre fedi non è qualcosa di esterno alla nostra fede, è qualcosa di interno alla nostra fede. Oggi, per essere un credente cristiano devo accogliere la presenza anche di coloro che hanno fedi diverse, imparando a rispettarci vicendevolmente e cogliere quei punti in cui riconosciamo che Dio ci chiama a camminare insieme per il bene di ogni uomo, per il bene di ogni persona.

Il Documento sulla Fratellanza Umana e un'immagine della firma del 4 febbraio 2019 nella Abrahamic Family House
Il Documento sulla Fratellanza Umana e un'immagine della firma del 4 febbraio 2019 nella Abrahamic Family House

Infine, a mio avviso, l'altro grande punto del Documento è quello nel quale si dice, con una chiarezza insuperabile, che non si può in nessun modo giustificare con il nome di Dio la violenza. Che in un Documento lo affermino due leader di questo livello, che impegnano le loro autorità per dire che nessuno può invocare il nome di Dio volendo esercitare violenza sugli altri, questa è, secondo me, un'affermazione di non ritorno. Cioè detto così e firmato così da due autorità di questo livello, veramente è qualcosa che dovrebbe far vibrare continuamente il cuore delle persone. E costringerci continuamente a fare i conti con un'affermazione del genere, che oggi mi sembra vada assolutamente sottolineata.

Cercando di mettere sul terreno i principi del Documento, però ci sono situazioni, notava in questi giorni anche il Papa, nelle quali ancora l'uomo questo non lo capisce, come nello Yemen che dopo nove anni di guerra civile vedeva aprirsi uno spiraglio di pace. Ora anche lei ha paura che queste azioni terroristiche possano minare questo processo?

La situazione dello Yemen è veramente molto dolorosa. Una situazione segnata da una guerra civile di nove anni, anche se comunque la storia dello Yemen è una storia travagliata e questi anni di guerra civile sono stati, in fondo, l'esito di una situazione estremamente faticosa all'interno di questo Paese. Ora, certo, si erano visti i primi segni di un possibile futuro migliore per tutti, ma questo coinvolgimento che di fatto si è avuto con la situazione del Medio Oriente tra Israele e Hamas e anche la reazione che vediamo da parte dell'America e dell'Inghilterra ci rendono molto preoccupati, perché vuol dire in qualche modo dover sospendere questa speranza che c'era di poter ricominciare. Si tratta comunque di processi molto lunghi, perché sappiamo bene che nello Yemen del nord e del sud le realtà da tenere insieme sono moltissime. Quindi non sarà mai comunque una decisione immediata che permetterà di riprendere questi, che sono processi molto lunghi. Speriamo che la tensione che si sta vivendo in questo momento, per la situazione del Medio Oriente, non impedisca il lento sviluppo di questa speranza. E che permetta di fare progetti di pace, progetti per il futuro. Perché altrimenti, se la situazione rimane così instabile, chi può fare dei progetti per una ripresa? Diventa molto difficile. Per fare un progetto per una ripresa bisogna che ci sia almeno la ragionevole certezza che si possa effettivamente tornare ad investire, a costruire, a portare avanti iniziative di vita buona. La preoccupazione è che quello che sta succedendo adesso non impedisca quella fiamma di speranza che tutti stanno sentendo. Perché effettivamente una ripresa è comunque molto desiderata dalla gente: c'è molta buona gente, anche se come cristiani siamo ormai ridotti a numeri molto piccoli. Nel Nord rimane la presenza molto apprezzata e molto stimata delle due comunità delle suore di Madre Teresa di Calcutta, le Missionarie della Carità, che fanno un lavoro straordinario di accoglienza di chiunque sia nel bisogno.

La processione d'ingresso della celebrazione eucaristica per la Giornata della Vita Consacrata ad Abu Dhabi
La processione d'ingresso della celebrazione eucaristica per la Giornata della Vita Consacrata ad Abu Dhabi

E’ molto commovente che siano rimaste, nonostante che quattro di loro nel 2016 siano state uccise. Hanno voluto rimanere per continuare a fare il loro lavoro di accoglienza e di assistenza agli ammalati e agli anziani. E grazie a Dio riusciamo ad avere un sacerdote che possa prendersi cura di loro, anche perché sappiamo quanto nella spiritualità di Madre Teresa e delle Missionarie della Carità, l'Eucarestia gioca un ruolo fondamentale. Il sacerdote permette di sostenere spiritualmente questa loro dedizione straordinaria. Così penso che la presenza delle nostre suore in quei territori, e quella di tanta buona gente che ha il desiderio di ricominciare, sono segni di una speranza possibile, che speriamo il Signore possa benedire e far crescere nel tempo.

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Un pomeriggio tra i fedeli della cattedrale di St. Joseph ad Abu Dhabi
11 febbraio 2024, 10:00