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Patton: la voce di Francesco è la voce di chi soffre in Medio Oriente

Il Custode di Terra Santa invoca la ripartenza economica dell’area e sollecita i pellegrini a tornare nei luoghi della vita di Gesù, dove i cristiani sono piegati dalla crisi economica, dalla mancanza di lavoro e di turismo. "Il Papa e il nunzio Zenari raccontano il dramma della situazione"

Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano

La speranza c’è, che i luoghi santi tornino a ripopolarsi, che i pellegrini si incamminino di nuovo sulla Via Dolorosa, che il Santo Sepolcro possa di nuovo vivere la venerazione diretta dei fedeli e che la Basilica e la grotta della Natività possano tornare ad udire le loro preghiere. La speranza c’è, che i prossimi mesi possano segnare la ripresa di un dialogo costruttivo tra israeliani e palestinesi, dopo la nomina del nuovo governo guidato da Naftali Bennet e dopo che le ultime ore hanno anche visto l’intesa tra Israele e Autorità nazionale palestinese sullo scambio di vaccini anti Covid-19 Pfizer. E la speranza c’è, persino nonostante i recentissimi e, fortunatamente, isolati episodi di violenza tra Gaza e Israele che non sembrano aver messo a serio rischio la tregua in atto dal 21 maggio, seguita a 11 giorni di guerra lampo. Sperare che quella terra provi a chiudere le sue ferite, dunque, è giusto e, come spiega il Custode di Terra Santa, padre Francesco Patton, sarebbe anche opportuno che lo sforzo per premiare tale speranza arrivasse da entrambe le parti:

Ascolta l'intervista con padre Francesco Patton

Padre Patton, nonostante i recenti eventi e il tragico, seppur breve, conflitto con centinaia di morti, si può ancora sperare in un futuro di pace e convivenza?

Si può sempre sperare, e questa volta c’è anche un elemento in più: il fatto che, sin dalle prime parole sia il primo ministro (premier israeliano Naftali Bennett ndr), sia i membri della coalizione, hanno esplicitamente indicato di voler di usare un linguaggio diverso rispetto a quello utilizzato nell'ultimo periodo e, quindi, di voler abbassare i toni per evitare di suscitare scontro e odio, non solo tra Israele e Palestina, ma anche dentro lo stesso Stato israeliano. Credo che sia stata anche indicata una certa disponibilità a riprendere un dialogo in vista di un possibile processo di pace e di un percorso che porti a poter vivere insieme sulla stessa terra, ebrei e palestinesi. Quindi, la speranza certamente c'è, io spero che sia una speranza che possa poi in qualche modo venire premiata da ambo le parti, e cioè che ci sia una disponibilità da parte sia israeliana, sia dell'autorità palestinese, a tradurre dichiarazioni di intenti in passi concreti.

Israele è stato il primo Paese ad avviare una vaccinazione di massa, tanto da essere definito Covid free. Però, anche in Israele, la pandemia ha creato una situazione sociale ed economica gravissima, ha danneggiato gravemente alcuni strati della società. Qual è la situazione ad oggi, in particolare per i cristiani che vivono nei territori palestinesi?

 

Dal punto di vista sanitario, direi che la situazione adesso è abbastanza buona, il percorso di vaccinazione è stato rapido, efficace e ben organizzato. Ciò che bisogna far ripartire oggi è il lavoro. Durante la pandemia, gran parte della popolazione è rimasta in cassa integrazione, ma se in Israele si è percepita una buona parte dello stipendio, al contrario, in Palestina, la maggior parte delle persone sono rimaste senza impiego e senza reddito. È dunque assolutamente necessario far ripartire l'economia. Guardando alla situazione dei cristiani, soprattutto per quel che riguarda la Palestina, e soprattutto per quel che riguarda la zona di Betlemme, è fondamentale che ripartano i pellegrinaggi e quindi che riparta il turismo, perché la popolazione che vive nella zona di Betlemme, quindi Betlemme, Beit Sahour, il luogo del Campo dei Pastori, Beit Jala, questi luoghi, con una presenza molto significativa di cristiani, e dove anche il sindaco è cristiano, vivevano proprio sull’indotto del pellegrinaggio. Speriamo che, nel corso dell'estate, i pellegrinaggi ripartano in modo anche significativo. Speriamo che vengano coniugate le esigenze della sicurezza dal punto di vista sanitario, con protocolli che non rendano troppo complicato l’organizzare il pellegrinaggio e, poi, speriamo che i cristiani di un po' di tutto il mondo, sentano che andare in pellegrinaggio in Terra Santa, in questo momento, significa molto di più di quello che poteva significare prima del Covid. Se prima era certamente un sostegno importante per i cristiani, ed era certamente un'esperienza di fede personale, adesso diviene ancor di più un'esperienza di fede. Credo che per chi ha conosciuto il coronavirus dovrebbe essere una sorta di ex voto, una esperienza fatta per ringraziare il Signore di essere passati anche attraverso questa grave prova. Accanto a questo, ancor di più è una motivazione il farlo per un dare sostegno ai cristiani che vivono in Terra Santa, soprattutto per i cristiani che vivono nei territori dell'Autonomia palestinese, della zona di Betlemme. Questo è importante anche per noi come Custodia di Terrasanta che, in questo tempo, abbiamo continuato a tenere aperti i santuari, soprattutto per la comunità cristiana locale, e che abbiamo fatto anche dei lavori di manutenzione. È evidente che anche noi abbiamo bisogno del sostegno dei pellegrini, per poter continuare a dare lavoro alla popolazione locale. E poi, come ho detto spesso, i pellegrini sono sempre un aiuto per tutti, aiutano ad essere più dialoganti e a essere anche più tranquilli dal punto di vista delle tensioni interne.

Quali sono le urgenze che la Custodia si trova ad affrontare in questo momento?

Sono soprattutto di carattere economico. Dall’inizio della pandemia, dai santuari, non percepiamo più alcun tipo di entrata. Per quanto riguarda le ultime due collette pro Terra Sancta, quella del 2020 è stata molto bassa, attorno al 50% di quello che si raccoglieva abitualmente, mentre non abbiamo ancora i dati del 2021. L’urgenza economica per noi è significativa, abbiamo molte scuole, soprattutto quelle che si trovano in Palestina, come Betlemme o Gerico, hanno chiaramente bisogno anche di essere aiutate economicamente e così è anche per le attività sociali. Noi abbiamo avuto, nel corso dell'ultimo anno, un aumento delle richieste di aiuto per generi alimentari, per assistenza medica e cose simili. Questa è l'urgenza maggiore per poter poi anche continuare quelle opere di manutenzione dei santuari che, oltre alle scuole, sono le situazioni che creano lavoro tra la popolazione locale.

Nel parlare di Terra Santa, lo sguardo si allarga ad altri territori in forte sofferenza, soprattutto Siria e Libano, naturalmente pensando ai cristiani che lì vivono …


Dalla Siria più o meno i tre quarti dei cristiani se ne sono andati e, da una presenza, prima dell'inizio della guerra nel 2011, di circa due milioni e duecentomila cristiani, adesso siamo scesi a una presenza che forse è attorno ai 500 mila. Ricordiamo che i cristiani in Siria ci sono fin dall’inizio, perché negli Atti degli Apostoli la conversione di San Paolo avviene alle porte di Damasco, dove già c'era una comunità cristiana. È terribile questa riduzione della presenza cristiana in una delle culle del cristianesimo e, certamente, in quella che è la culla della missione cristiana, perché la missione cristiana è partita molto più dalla Siria, che non da Gerusalemme. È una situazione drammatica dal punto di vista globale, perché la maggior parte dei cristiani, anche quelli rimasti, ora sono sfollati in altri posti, si sono spostati verso la costa, verso il Mar Mediterraneo. La presenza ad Aleppo si è ridotta drammaticamente, da 300 mila circa a 30.000, ne sono quindi rimasti il 10%, così come anche la presenza a Damasco si è ridotta. E poi c’è il gravissimo problema dell'embargo, che continua ad essere significativo perché colpisce soprattutto la povera gente. A quel che mi riferiscono i confratelli, in questo periodo, la gente si trova a far la fila per poter acquistare un pezzo di pane, un pasto in cui ci sia una fetta di carne se lo sognano, se lo possono permettere forse una volta ogni due mesi, e così è per i medicinali, ai quali è molto difficile avere accesso. Ecco che anche tanti progetti di aiuto nostro sono diretti a tamponare queste situazioni, senza dimenticare che il Covid c’è stato anche in quei territori. Più o meno la stessa cosa sta accadendo in Libano, dove la situazione è certamente migliore che in Siria, ma è comunque tragica dal punto di vista economico. Il Libano si trova anche in condizioni disperate dal punto di vista politico, in una situazione di grande incertezza e anche di grande instabilità, su tutto, inoltre, pesano le conseguenze della terribile esplosione del 4 agosto scorso a a Beirut, che ha lasciato 300.000 famiglie per strada. Grazie a Dio, almeno un paio di voci sono rimaste a rappresentare questi Paesi: quella del nunzio apostolico, il cardinale Mario Zenari in Siria, che regolarmente mette a fuoco il dramma di quel Paese, e, naturalmente, la voce di Papa Francesco, che esprime alla comunità internazionale Il grido di questa situazione. Quindi, direi, che in questo momento, ripeto grazie a Dio, c’è un Papa a dar voce a chi non ha voce, anche in Medio Oriente.
 

18 giugno 2021, 13:45