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Il cappellano della Nazionale: durante la pandemia ho pregato per i calciatori

Don Massimiliano Gabricci racconta del suo ministero sacerdotale tra i beniamini del calcio, “giovani – spiega – con i problemi dei ragazzi di oggi, ma con una spiccata umanità”. L’emergenza coronavirus è un’occasione da cogliere per ripensare il mondo del calcio. “Non c’è cifra – afferma - che valga più di un briciolo di dignità”

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Che è toscano lo si sente subito dall’accento, che è tifoso della Fiorentina pure, che ama lo sport anche. Don Massimiliano Gabricci ha un passato alle spalle da portiere, ma i guanti li ha appesi al chiodo per giocare una partita più importante: quella della completa dedizione agli altri. Oggi è cappellano della Nazionale e della Fiorentina, un ruolo che gioca con partecipazione, ascolto ed ironia, accettando che tutti lo chiamino ormai “Domma”.

Sì a Papa Francesco

Don Massimiliano Gabricci racconta così a Vatican News come è nata la sua adesione a We Run Together, l’asta benefica promossa da Papa Francesco per gli ospedali di Brescia e Bergamo:

Ascolta l'intervista a don Massimiliano Gabricci

R. – E’ nata dal fatto di essere sacerdote che vive parte del suo Ministero in mezzo allo sport, non solo quello dei grandi campioni della Nazionale e della Fiorentina ma anche quello del Csi, Centro Sportivo Italiano, e anche lo sport dilettantistico dei giovani, che si vivono nella mia comunità di San Michele a Firenze. Quando ho saputo di questa iniziativa del Papa ho sentito non solo di poter contribuire, come ho fatto attraverso la Fiorentina, mandando una maglia della mia squadra del cuore e di cui sono cappellano, ma mi sono sentito parte in causa come sacerdote, come persona che ama lo sport, con il desiderio di condividere questo appello del Papa molto bello, perché riassume i valori dello sport. C’è anche la volontà di stare vicino alla sofferenza, che mi sembra una cosa molto importante, attraverso la realtà aggregante dello sport e ciò che rappresenta, riuscendo ad aiutare l'altro, soprattutto chi in questi mesi ha sofferto di più.  

Lei ha questo doppio ruolo di cappellano della Nazionale e della Fiorentina. Quali sono le ricchezze e le fatiche del suo Ministero sacerdotale che esercita in questo ambito così particolare?

R. – Sono le ricchezze e le fatiche di stare con una umanità che appare molto ricca e molto appariscente, non nascondiamolo, che però ha in questo anche delle fatiche e delle difficoltà. Le periferie di cui parla Papa Francesco non sono solo le periferie della povertà materiale, che purtroppo è scandalosamente tanta nel mondo, ma sono anche quelle di chi a volte crede di avere tutto e invece forse non è così. E quindi è importante poter anche stare vicino alle persone, per aiutare a riconoscere certe dimensioni e poi anche poter, come è stata in questa occasione, partecipare a piccole cose, che però sono gesti importanti. Ci sono poi ricchezze come quella di essere a contatto con i giovani, con le loro fatiche e difficoltà aumentate dall’essere famosi e ricchi, dal vivere sotto l'occhio delle telecamere ma che hanno comunque la bellezza dei giovani. Quindi devo dire che da questo mondo ho anche ricevuto tanto. A volte ci sono delle storture ma tante volte i ragazzi sono portatori di valori.

 

Il mondo del calcio viene visto spesso – lo diceva anche lei - come un mondo superficiale, dove ci sono i soldi, i lustrini, ma allo stesso tempo è anche un mondo nel quale si sperimenta la caduta rovinosa. Allora qual è la verità di questo mondo?

R. – Innanzitutto abbiamo a che fare con persone, con i loro successi e insuccessi, soprattutto con la loro umanità. E’ un mondo patinato, dove circolano molti soldi, dove c’è grande apparenza e questo, per chi crede in certi valori, è faticoso, perchè deve fare lo sforzo di togliere via tutto questo per far emergere ciò che è bello.  Andando oltre, guardando all’umanità, si scopre molta ricchezza. Mi auguro anche che tutto quello che è successo con la pandemia sia da sprone per il calcio, e non solo, per ridimensionarsi ed eliminare qualche esagerazione.

Don Massimiliano  è un gran tifoso della Fiorentina
Don Massimiliano è un gran tifoso della Fiorentina

I calciatori l'hanno cercata di più durante l’emergenza coronavirus?

R. – Sì in alcuni casi sì. Ricordo che la Fiorentina è una delle squadre più colpite in Italia non solo per i calciatori, ma i tecnici, le persone dello staff in alcuni casi anche con situazioni molto gravi con ospedalizzazione prolungata. Anche io sono stato in quarantena vigilata per due settimane, perché ero venuto a contatto con persone della Fiorentina poi risultati positivi. E’ stato un momento difficile per tutti, sicuramente ci siamo cercati a vicenda. Alcuni mi hanno chiesto una preghiera, un supporto spirituale e devo dire che ci siamo fatti forza a vicenda. Anche questo è stato, pur nel momento brutto e faticoso, un elemento bello che ci ha accomunato.

Papa Francesco ha più volte detto che la cosa più brutta sarebbe quella di sprecare l’occasione della pandemia, che ha permesso a molti di resettare i propri pensieri, di mettersi in discussione. Lei parlava della possibilità per il mondo del calcio di ripensarsi. Quale potrebbe essere la strada da perseguire?

R. – Per esempio la solidarietà, con l’attenzione a raccolte molto importanti, poi con un’attenzione continua da parte delle società e anche dei singoli. E’ vero che questo ogni tanto c’è, ma ci sarebbe bisogno di una cosa veramente quotidiana, che ci sia lo sforzo anche come modo di stare attenti a certe difficoltà e a certe situazioni di bisogno. E poi sicuramente, ma questo non vale solo per il mondo del calcio, ma vale per tutto il mondo dove c’è il sistema di mercato, è quello di capire veramente che l'uomo viene prima di ogni dimensione economica, vieni prima per davvero nelle scelte concrete, nel quotidiano, non c’è cifra che possa valere più di una briciola di dignità umana. Questo lo dico spesso nelle omelie e sono d'accordo con Papa Francesco, perché ritengo che sia fondamentale che alla pandemia e anche alla crisi economica che c’è, si risponda in modo giusto. Sarebbe proprio un peccato mortale pensare che quello che abbiamo vissuto non ci abbia insegnato niente, mi auguro che non sia così.

08 luglio 2020, 07:55