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Covid-19, il cardinale Woelki apre il seminario ai senzatetto

In un tweet, il cardinale arcivescovo di Colonia ha fatto sapere di voler aprire il seminario diocesano alle persone senza fissa dimora, un gesto che risponde all'esigenza di attenzione sollecitata da Papa Francesco. Accolti anche malati italiani di coronavirus negli ospedali cattolici dell'arcidiocesi tedesca: "E' un segno di fraternità cristiana ma anche di solidarietà europea"

Claudia Kaminski – Città del Vaticano

La situazione delle persone che vivono in strada peggiora in tutto il mondo in periodo di emergenza sanitaria e delle loro condizioni è tornato a preoccuparsi giusto questa mattina il Papa in apertura della Messa celebrata a S. Marta. In sintonia con il cuore di Francesco è dunque la decisione presa in Germania dal cardinale Rainer Maria Woelki, ascivescovo metropolita di Colonia. La sua testimonianza a Vatican News:

R. - Nei giorni scorsi, i miei collaboratori della Caritas mi hanno detto che la situazione delle persone senza fissa dimora è sempre più drammatica. Anche i quotidiani e la televisione ne hanno parlato. Sono molti quelli che ormai hanno semplicemente fame e da giorni non riescono più nemmeno a lavarsi, mancano proprio le opportunità di base. Anche qui, in Germania, la crisi del coronavirus ci pone ormai di fronte a grandi sfide. Hanno dovuto chiudere le mense e spesso queste organizzazioni si occupano di persone anziane che appartengono al gruppo maggiormente a rischio. Anche alcune organizzazioni assistenziali hanno dovuto sospendere le loro attività. E così mi son detto: "Beh, è il momento di intervenire in quanto Chiesa". Perché non siamo solo una comunità per il servizio della Messa, ma del nostro essere cristiani fa parte anche la Caritas, l’aspetto diaconale e da qui l’idea di offrire questo servizio ai senzatetto con l’aiuto anche dei giovani. Trovo veramente molto bello che ci siano candidati al seminario e studenti di teologia di Bonn e di Sankt Augustin che si sono resi disponibili assieme a tanti giovani del nostro centro giovanile qui, a Colonia. Mi entusiasmo nel vedere quanto bene si fa qui, anche da parte delle strutture del Comune, del servizio sociale maschile e femminile e della Caritas. Ma mancava ancora un passaggio per poter aiutare veramente, in questo momento, le persone che non hanno una casa, che non hanno un tetto sulla testa.

Quante persone pensa che verranno a chiedere aiuto? E chi preparerà i pasti per gli ospiti?

R. - In questo momento non so quanti verranno a chiedere di essere ospitati. Spero però che tutti quelli che sono nel bisogno riescano a trovare la strada per venire da noi. Penso che potremo accudire fino a 100-150 persone. La cucina del nostro Vicariato, che normalmente prepara ogni giorno per i collaboratori, preparerà più pasti, non sarà questo il problema…

Lei ha anche fatto in modo che gli ospedali cattolici della sua diocesi potessero accogliere malati di coronavirus provenienti dall’Italia. Come è nata questa iniziativa e quanti malati gravi sono stati accolti? Sono previsti altri arrivi?

R. - Ho visto in televisione le immagini dagli ospedali italiani e mi hanno commosso profondamente: i pazienti e poi naturalmente i medici, le infermiere e gli infermieri. E ho pensato: "Dobbiamo aiutarci tra noi, siamo cristiani e dobbiamo essere solidali". E' proprio in questa situazione che dobbiamo farci il dono di un segno dell’amore cristiano per il prossimo. E proprio lì, in Italia, dove l’epidemia infuria in maniera così violenta, non possiamo lasciare da soli i nostri fratelli e le nostre sorelle. E così ho detto: "Fammi un po’ vedere quanti posti possiamo mettere a disposizione" e finora ne abbiamo recuperati sei. Anche la Renania Settentrionale-Vestfalia ha accolto alcuni pazienti italiani, come hanno fatto anche altri Länder. Credo sia un segno bello della nostra solidarietà fraterna di cristiani e sicuramente anche un segno importante della nostra solidarietà in quanto Unione Europea. E' questo che dobbiamo vivere, che dobbiamo sperimentare.

Molti hanno paura di questa epidemia di coronavirus: pensano innanzitutto a sé stessi e alla sopravvivenza della famiglia. Cosa possiamo dire a queste persone?

R. - Mi sembra assolutamente comprensibile che le persone abbiano paura di ammalarsi e che pensino in prima istanza a è stessi e alla loro famiglia: sono le persone che amano. Dall’altro lato, da cristiani dobbiamo pensare che nel prossimo noi vediamo il fratello e la sorella e dobbiamo cercare di aiutarli. E questo possiamo farlo attenendoci alle disposizioni ricevute, rimanendo a casa e non contribuendo all’ulteriore diffusione del virus. E poi penso che sia bene che manteniamo un occhio sul prossimo: magari alziamo il telefono e gli diciamo una parola di conforto e di fiducia. Credo che questo sia un modo per aiutare le persone a uscire dall’isolamento, dalla solitudine e dalla paura.

31 marzo 2020, 11:46