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Mons. Henao Gaviria: non si chiudano le porte alla pace in Colombia

Nonostante si registri un aumento della violenza in Colombia con 431 leader sociali e difensori dei diritti umani assassinati dal 2016, il Paese sudamericano continua ad assistere i tanti venezuelani che attraversano il confine. Intanto resta da sciogliere il nodo sugli aiuti umanitari a Caracas

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

Cibo e medicine per cento milioni di dollari: è l’impegno che hanno assunto i partecipanti alla Conferenza internazionale sull’assistenza umanitaria per il Venezuela, tenutasi ieri nella sede dell'Organizzazione degli Stati americani (Osa) a Washington. Alla riunione hanno preso parte le delegazioni ufficiali di dieci Paesi ma anche rappresentanti di governi, enti privati ed organizzazioni multilaterali.

Il nodo degli aiuti umanitari

Intanto Maduro, che in un’intervista ha assicurato di non voler dimettersi, ha detto di aver invitato in Venezuela l’inviato speciale degli Stati Uniti per il Paese, Elliot Abrams, assicurando di voler far ripartire l’economia ma senza ingerenze. Maduro è convinto che accettare gli aiuti umanitari internazionali significhi spianare la strada ad un intervento militare. Il caso è al centro del confronto politico con Guaidò, che si è dichiarato presidente ad interim del Venezuela. Quest’ultimo ha chiesto interventi per la popolazione che sta vivendo una vera e propria crisi umanitaria. Secondo fonti mediche, più di 40 mila venezuelani che soffrono di cancro non possono ricevere trattamenti, migliaia di pazienti con Hiv non dispongono di retrovirali, mancano oltre il 90% delle medicine necessarie per i casi di Parkinson e l'86% di antibiotici e il 60% delle sale operatorie non funzionerebbe.

La Colombia, ponte per gli aiuti

Stando alla testimonianza su twitter di Liberio Guarulla, ex governatore di Amazonas, Stato al confine con la Colombia e il Brasile, gli aiuti starebbero entrando in Venezuela, scortati dagli indigeni che li trasportano con le loro imbarcazioni attraverso i fiumi Guainia, Orinoco e Atabapo. Intanto proprio alla frontiera tra Venezuela e Colombia, il governo di Caracas ha rinforzato il blocco del ponte di Las Tienditas, per impedire il passaggio degli aiuti umanitari. Da tempo Bogotà è impegnata nel sostegno alla popolazione nonostante il momento che il Paese vive, in particolare con l’aumento delle violenze nei confronti dei difensori dei diritti umani. In proposito Griselda Mutual ha raccolto la testimonianza di mons. Héctor Fabio Henao Gaviria, direttore del segretariato nazionale di Pastorale sociale - Caritas Colombiana.

431 leader sociali e difensori dei diritti umani uccisi in Colombia dal 2016. Un numero davvero consistente che mostra il disprezzo per la vita umana. Che lettura dare a questa situazione?

R. - Tutto sembra indicare che nel mirino ci siano settori specifici, scelti da chi commette questi atti. Si tratta di ricettatori, bande che agiscono sia nelle campagne che nelle città, e ci sono anche leader politicizzati. In generale, c'è un clima di grande incertezza nei territori perché è un fenomeno che alcune autorità riconoscono ormai come sistematico, che ha un impatto molto ampio sulla vita dei cittadini. C'è una situazione molto confusa, molto difficile, focalizzata su alcune aree ma che ha un impatto su tutto il Paese. I dipartimenti più colpiti sono stati Cauca, Antioquia, dove numerosi leader sono stati assassinati nell'ultimo anno e mezzo.

A proposito di riconciliazione, i vescovi colombiani al termine della loro sessione plenaria hanno rivolto un appello diretto all'Eln, invitandola a riflettere seriamente sulle sue gravi azioni e a dare prove inequivocabili della sua volontà di pace. Secondo lei, c’è la volontà dall'altra parte di ascoltare e accettare questa richiesta? 

 R.- C'è ancora la possibilità di continuare dato che non tutte le porte sono state chiuse. Il governo ha insistito sul fatto che sarebbe stata presa una decisione a determinate condizioni e non è stata definitivamente chiusa la possibilità di raggiungere un negoziato. Anche l'Eln ha insistito per continuare il processo. C'è un'atmosfera molto tesa dopo gli attacchi contro la scuola della Polizia Generale di Santander, che ha fatto sì che si creasse nell'opinione pubblica un rifiuto molto forte delle azioni di questo gruppo di guerriglieri. Riteniamo, però, che l'ambiente attuale non aiuti a rilanciare il dialogo a breve termine. Speriamo che l'Eln ascolti l'appello della Chiesa e di molti settori della società civile, affinché si possano avviare seri negoziati che portino alla fine del conflitto; ma nel frattempo ci troviamo in un periodo in cui è necessario affrontare tante questioni legate alla costruzione di una pace duratura per riprendere in futuro i colloqui.

Come si colloca il gruppo paramilitare all'interno delle attività violente che si svolgono in Colombia?

R. - In primo luogo, occorre chiarire che anni fa c'è stato un negoziato con quelli che sono stati chiamati gruppi di autodifesa uniti, vale a dire con i gruppi paramilitari. Questi gruppi hanno lasciato roccaforti che non sono mai state smobilitate, non sono mai entrate in trattative, e che al momento sono quelle che si sono rafforzate  di più avendo una maggiore presenza territoriale. A questi si sono aggiunti gruppi al servizio dei cartelli della droga, in particolare i cartelli messicani. Esiste quindi una disputa territoriale tra questi gruppi che il governo chiama paramilitari ed i gruppi armati organizzati illegalmente. Questi ultimi sono quelli che hanno intrapreso una lotta in molti territori dove erano le Farc, per mantenere il controllo territoriale e delle rotte del traffico di droga. Inoltre i gruppi hanno esercitato pressioni sulle comunità e hanno compiuto una serie di azioni contro altre formazioni per consolidare la loro presenza territoriale e impedire l'accesso delle autorità ai territori fortemente dominati dalla coltivazione di coca o di altre droghe illecite.

 

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15 febbraio 2019, 14:05