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Ciad, Suor Elisabetta e la battaglia contro il coronavirus e la fame

In uno dei Paesi africani ufficialmente meno colpiti dal Covid-19, il Ciad, si temono più le chiusure imposte dal governo che il possibile arrivo della pandemia. Viaggio nell'ospedale San Giuseppe, retto dalle missionarie comboniane

Francesca Sabatinelli – Città del Vaticano

Ora che in alcuni Paesi il Covid-19 sembrerebbe aver subito una battuta d’arresto, sia per contagi che per decessi, l’incognita per il mondo scientifico resta l’Africa, con l’impatto che il coronavirus potrebbe avere sul continente, se la pandemia dovesse progredire ai livelli europei e statunitensi. Il Paese più colpito resta il Sud Africa, seguito da Algeria, Camerun, Ghana, Costa d’Avorio, Niger, Burkina Faso e Nigeria, Stati con numeri di molto superiori a quelli del Ciad, uno dei Paesi più poveri del continente africano, dove mortalità infantile al di sotto dei 5 anni e mortalità materna sono tra le più alte al mondo. Qui le fonti ufficiali parlano di poco più di 70 casi, con 33 guariti e 5 decessi.

In Ciad a fare paura sono malaria, tubercolosi e malnutrizione

Nessun contagio nella regione del Logone Orientale, dove vive e lavora suor Elisabetta Raule, missionaria comboniana, medico chirurgo, direttore sanitario dell’ospedale San Giuseppe della diocesi di Doba, nella cittadina di Bebedjia, punto di incrocio sulla strada che arriva dal Camerun e dalla Repubblica Centrafricana, a 650 chilometri dalla capitale N’Djamena. Un luogo dove, a causa del clima secco del deserto, si manifestano malattie con sintomi molto simili a quelli del Covid-19, che non è facile da identificare soprattutto per la mancanza di strumenti diagnostici. “Finora – racconta a Vatican News suor Elisabetta – non ho incontrato alcun caso sospetto di coronavirus nel nostro ospedale, anche se i sintomi come febbre e tosse sono abbastanza comuni a molte malattie virali e a malattie come la malaria, le infezioni respiratorie e anche la tubercolosi che qui, in Ciad, fanno molta paura, perché hanno una mortalità molto alta, assieme, purtroppo, alla malnutrizione, molto diffusa soprattutto nella nostra regione”.

Ascolta l'intervista con suor Elisabetta Raule

Per il San Giuseppe nessun materiale di protezione né test diagnostici

Con gli aiuti dell’Oms, il governo del Ciad ha preso delle misure precauzionali ancor prima che l’epidemia arrivasse in Africa, attraverso il controllo delle frontiere terrestri, soprattutto quella con il Camerun, e con la chiusura dell’aeroporto. Le suore dell’ospedale di San Giuseppe hanno cercato di formare e informare il personale, sanitario e non, sulle misure da adottare, come il distanziamento sociale, hanno cercato di confezionare mascherine in tessuto un po’ per tutti, non avendo a disposizione materiale di protezione. L’aspetto più grave è però il non aver alcun mezzo diagnostico a disposizione, il che rende impossibile accertare l’eventuale contagio. Il governo ha inoltre chiamato nella capitale infermieri e medici, sottratti agli ospedali delle regioni periferiche, con il risultato che gli ospedali governativi sono quasi tutti stati svuotati del personale sanitario, con il conseguente trasferimento dei malati nell’ospedale San Giuseppe.

L'ospedale San Giuseppe a Bebedjia
L'ospedale San Giuseppe a Bebedjia

Chiusura delle  frontiere e coprifuoco mettono a rischio la popolazione 

“Le misure imposte dal governo per far fronte alla pandemia – spiega ancora suor Elisabetta – le sentiamo molto forti in questo contesto. Non abbiamo materiale di protezione, quel poco che abbiamo non è adatto per affrontare l’eventuale arrivo di malati di coronavirus, anche se le nostre suore stanno cercando in tutti i modi di farci arrivare mascherine, visiere, guanti e forse anche test diagnostici”. L’altro grave problema sollevato dalla missionaria è quello delle conseguenze dello stato di urgenza sanitaria: la chiusura totale delle frontiere “espone la popolazione ad un rischio molto forte di fame, perché molti commerci sono fermi, la circolazione dei mezzi è limitata e il Ciad è un Paese che non ha uno sbocco al mare, è in mezzo al deserto del Sahara e, avendo le frontiere bloccate, è molto difficile l'arrivo anche di generi di prima necessità”. A questo va aggiunto il coprifuoco, a partire dalle 19, che ha provocato la chiusura di tutte le piccole attività che si svolgevano nei villaggi. “Noi – conclude suor Elisabetta – temiamo conseguenze molto forti sulla popolazione a livello di fame, anche per la situazione particolare del Paese, desertico senza accessi, con poche materie prime e anche con poche attività. La popolazione vive un po' di agricoltura, di allevamento, dei piccoli commerci, dei piccoli trasporti, attività che fanno giorno per giorno, ecco perché questo lockdown per noi è un'esperienza molto forte”.

02 maggio 2020, 10:00