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Servizi funebri: professionalità e vicinanza nel momento del dolore

Intervista con il titolare di una impresa di servizi funebri nella zona di Bergamo: siamo riusciti, anche in questo contesto, a dare dignità ai defunti. Stamani la preghiera del Papa per chi svolge questo servizio

Amedeo Lomonaco – Città del Vaticano

Nella Messa a Santa Marta Papa Francesco ha invitato a pregare per quanti accompagnano, con il loro servizio, le vittime della pandemia.

“Preghiamo insieme oggi per le persone che svolgono servizi funebri. È tanto doloroso, tanto triste quello che fanno, e sentono il dolore di questa pandemia così vicino. Preghiamo per loro. (Papa Francesco, Messa a Santa Marta del 25 aprile)”

Tra i servizi essenziali che continuano a lavorare, in alcune zone d’Italia più di prima, ci sono le aziende per le onoranze funebri. Quanti sono impegnati in questo settore, assicurano i loro servizi dovendo anche affrontare, in alcuni casi e nonostante tutte le possibili precauzioni, rischi di contagio. L’ultimo saluto in questo periodo di pandemia è ancora più  traumatico e straziante. Solo pochi parenti, in genere, possono accompagnare il loro caro. In questo tempo di pandemia, quella degli operatori delle onoranze funebri non è solo una presenza professionale ma diventa il segno di una autentica vicinanza umana.

La testimonianza del titolare di una impresa di Bergamo

L'impresa Ceresoli svolge il servizio di onoranze funebri nella zona di Bergamo, una delle più colpite dalla piaga del coronavirus. Il titolare, Bruno Isella, sottolinea che in questo tempo di dura prova anche la sua famiglia è stata drammaticamente colpita dal Covid 19. La gratificazione più grande, spiega, è la gratitudine delle persone che devono ricorrere ai nostri servizi. Quelle del Papa, aggiunge, sono parole che fanno “molto piacere”:

Ascolta l'intervista a Bruno Isella

R. - Le parole di Papa Francesco fanno piacere. Siamo stati colpiti anche personalmente da questa disgrazia per la morte di mio padre. Era il titolare dell’azienda ed è morto a causa del coronavirus. Oltre alla situazione che si è venuta a creare, abbiamo dunque vissuto in famiglia, personalmente e doppiamente, questa dura prova.

Come si svolge il vostro servizio in questo periodo di pandemia?

R. - È un servizio no stop, come durante tutto l’arco dell’anno. Dalla fine di febbraio, si è svolto in maniera più intensa. Sono state tre settimane di no stop, giorno e notte, con un impegno lavorativo anche fino a 16 ore al giorno.

Il vostro servizio si svolge anche tra grandi rischi di contagio….

R. – La nostra fortuna è stata quella di poter avere a disposizione, fin da subito, mascherine e guanti. Un’ampia fornitura che ci  ha permesso di affrontare questa emergenza.

Abbiamo visto, nei giorni scorsi, immagini - riportate anche dai mezzi di comunicazione - con il mesto arrivo dei carri funebri al cimitero di Bergamo. Oggi la situazione è un po’ migliorata…

R. – I numeri relativi alle vittime sono decisamente calati rispetto a quelli che erano i dati della fine di marzo. Siamo riusciti a spostare tutte le salme che erano state portate, nella chiesa Ognissanti del cimitero di Bergamo, in attesa della cremazione. La situazione si è un po’ normalizzata.

All’ultimo saluto al proprio caro, per motivi di sicurezza, possono presenziare solo pochi parenti. Soprattutto in questi momenti così dolorosi, la vostra vicinanza non è solo un tratto distintivo professionale ma anche un vero conforto umano…

R. - Siamo riusciti, anche in questo contesto, a dare dignità a queste persone. Siamo sempre riusciti ad avere la presenza di un sacerdote, dei frati del cimitero in modo da poter accompagnare la salma con una preghiera. Al momento della sepoltura erano presenti, chiaramente, anche i parenti del defunto e un nostro incaricato. I parenti avevano soprattutto bisogno di una voce, di una presenza di qualcuno che potesse in qualche modo tranquillizzarli. Certi passaggi non li hanno vissuti e questo è un ulteriore trauma. Far sapere costantemente dove si trovasse il loro caro per noi era un aspetto fondamentale. Molti non vedevano i loro cari già da qualche giorno prima del decesso, quando si trovavano in case di riposo o in strutture sanitarie. Questa è anche la mia esperienza personale. Papà era ricoverato e non si poteva andare a trovarlo. L’ultima volta che ho visto mio padre è stata tre giorni prima del decesso. Poi qualcuno dall’ospedale chiama e ti avverte. L’immagine successiva è quella del proprio caro chiuso in una bara, in partenza per un impianto di cremazione. Vedere poi l’urna cineraria è molto toccante, anche per noi. Noi e tutti i colleghi non siamo abituati a lavorare in questo modo. Si viene comunque ripagati anche dai messaggi di gratitudine che arrivano. La cosa più bella è stata quella di ricevere la gratitudine, con parole toccanti, di una famiglia che si è affidata ai nostri servizi. Nel settore in cui operiamo, ricevere dei complimenti e dei ringraziamenti è la cosa che più ci inorgoglisce.

25 aprile 2020, 14:07