"Nel mondo in fiamme, il sinodo celebrato in questo mese di ottobre rappresenta un piccolo seme, che ci auguriamo gravido di conseguenze per il futuro della Chiesa e dell’umanità intera" "Nel mondo in fiamme, il sinodo celebrato in questo mese di ottobre rappresenta un piccolo seme, che ci auguriamo gravido di conseguenze per il futuro della Chiesa e dell’umanità intera"  Editoriale

La piccola luce del Sinodo nell’ora buia del mondo

Per l’umanità sull’orlo dell’abisso quanto accaduto nelle ultime quattro settimane a Roma rappresenta un segno di speranza. E indica la strada per una Chiesa missionaria che applicando finalmente il Concilio Vaticano II non ha paura delle novità suggerite dallo Spirito Santo

Andrea Tornielli

In un mondo che si sta incendiando, ed è sull’orlo dell’abisso di un nuovo conflitto mondiale; in un mondo segnato dall’incapacità di ascolto e dall’odio che fomenta guerre e violenze riflettendosi anche nel continente digitale, che quattrocento persone si siano riunite per un mese lontane da casa per pregare, ascoltarsi, discutere è certamente una notizia. La Chiesa sinodale su cui insiste Papa Francesco rappresenta oggi un piccolo seme di speranza: è ancora possibile dialogare, accogliersi a vicenda, mettendo da parte il protagonismo del proprio ego per superare le polarizzazioni per arrivare a un consenso ampiamente condiviso. Viviamo un’ora buia, un tempo in cui guerre e terrorismi, che massacrano i civili e fanno strage di bambini, si sostengono con il puntello della violenza verbale e del pensiero unico. Un’ora buia in cui persino “pace”, “dialogo”, “negoziato” e “cessate il fuoco” sono diventate parole impronunciabili. Un’ora buia segnata dalla mancanza a tutti i livelli – a partire dai governi e dalle classi dirigenti – di coraggio, di lungimiranza e di creatività diplomatica. C’è davvero da aggrapparsi alla preghiera. C’è davvero da sostenere e seguire una voce profetica capace di levarsi e di elevarsi al di sopra degli interessi, delle ideologie e delle partigianerie: quella del Vescovo di Roma. Nel mondo in fiamme, il sinodo celebrato in questo mese di ottobre rappresenta un piccolo seme, che ci auguriamo gravido di conseguenze per il futuro della Chiesa e dell’umanità intera.

Guardando alla Chiesa e alla sua missione, se si analizza il documento di sintesi di questa prima sessione dell’unico sinodo che avrà il suo epilogo fra un anno – testo votato con un’altissima percentuale di consensi - si scoprono non poche novità. Innanzitutto una ulteriore presa di coscienza della necessità di applicare gli insegnamenti dell’ultimo concilio, a proposito dell’unica chiamata che ci coinvolge tutti in quanto battezzati. In ogni pagina del Vangelo Gesù, che avvicinava tutti e parlava con tutti, viene osteggiato e combattuto dalle caste. I chierici dell’epoca, abituati a mettere pesanti fardelli sulle spalle degli altri, gli scribi, i dottori della legge, i maestri di dottrina. C’è bisogno di guardare al Nazareno per recuperare nella Chiesa, a tutti i livelli, dalla curia romana alla più piccola delle parrocchie, la consapevolezza che ogni ministero è servizio e non potere, e “serve” davvero se avvicina, unisce, rende corresponsabili, crea fraternità, testimonia la misericordia di Dio, non se allontana, non se si arrocca nei privilegi, non se traccia linee di separazione tra chi è ordinato e chi non lo è, non se considera (magari più con i fatti che con le parole) il laico un battezzato di serie B. Allo stesso tempo c’è da evitare anche da parte dei battezzati non chiamati alla vocazione al sacerdozio ma ad altre forme di testimonianza e di servizio nell’unico sacerdozio battesimale, il rischio di volersi clericalizzare e di lasciarsi clericalizzare, per andare oltre alle piccole caste dei “laici impegnati”. Il sinodo sulla sinodalità sarà seme di speranza se il tempo di grazia vissuto dagli uomini (maggioranza, e in maggioranza vescovi) e dalle donne riuniti a Roma verrà testimoniato come metodo da applicare con pazienza in ogni espressione della vita delle comunità cristiane. Non sarà seme di speranza se sarà ridotto a adempimento burocratico, magari mettendolo nel frullatore del linguaggio “ecclesialese” e autoreferenziale un mix di vecchie categorie clericali. Quelle di una Chiesa che a parole dice di volere applicare il concilio ma poi agisce con le categorie preconciliari attraverso prassi consolidate, con i vescovi e i preti che decidono e gli altri battezzati che devono limitarsi a mettere in pratica le loro decisioni.

La relazione di sintesi appena pubblicata parla poi della necessità condivisa di dare maggior spazio alle donne, al genio femminile, al principio mariano così importante nella Chiesa. Anche in questo caso, basterebbe avere il coraggio di guardare di più al Vangelo e di fidarsi maggiormente di Gesù. Sotto la croce, quando apostoli e discepoli (tranne Giovanni) se l’erano data a gambe, c’erano le donne. Mentre Lui moriva, loro sono rimaste. E si deve alla loro intuizione e al loro coraggio di lasciare il cenacolo, il primo annuncio della resurrezione. Alla tomba vuota c’erano per prime donne, non uomini, non gli apostoli impauriti rimasti chiusi in casa. Il primo annuncio della novità più sconvolgente della storia dell’umanità – quella del Dio che si fa uomo, muore per noi e poi risorge facendoci parte di questo destino – è stato fatto da donne, non da uomini. Loro testimoniano ciò che hanno visto, la tomba vuota, loro dicono per prime che Gesù è vivo. Loro fanno la prima omelia sul kerygma, sull’essenziale della nostra fede, agli apostoli e ai discepoli ancora atterriti per quanto accaduto il Venerdì Santo. Basterebbe partire da qui per essere tutti coscienti che le donne vanno valorizzate molto di più ad ogni livello nella Chiesa, vincendo la piaga del clericalismo, malattia purtroppo ancora radicatissima e ripetutamente denunciata dal Successore di Pietro. C’è da sperare che il documento di sintesi del sinodo rappresenti un punto di non ritorno nel recupero delle origini evangeliche anche in questo campo.

Un altro elemento che emerge dal testo votato dai membri del sinodo è quello sull’accoglienza delle persone ferite. Accoglienza dei poveri – la vicinanza a loro e la scelta preferenziale per loro è insegnamento di Gesù Cristo e della tradizione dei Padri della Chiesa, non categoria sociologica o scoperta delle teologie della liberazione – e accoglienza dei migranti nei quali il cristiano non può non vedere rispecchiati i volti della santa famiglia di Nazaret in fuga. Ma anche accoglienza di coloro che sono “irregolari”, che sono distanti, che sono “impresentabili”. Ancora una volta, bisogna tornare al Vangelo e a quella efficacissima sintesi contenuta nelle parole che il Vescovo di Roma ha affidato ai giovani della GMG di Lisbona, ripetendo che nella Chiesa c’è posto davvero per tutti, “todos, todos, todos”. In ogni pagina evangelica vediamo il Nazareno rompere tabù e tradizioni consolidate, scardinare il perbenismo e l’ipocrisia, per abbracciare il peccatore, chi è ferito, chi è scartato, chi non è in regola, chi è corrotto, chi è lontano, chi non è “dei nostri”. A tutti farà bene ritornare alla dinamica di quanto accadde a Gerico nel marzo dell’anno 30, pochi giorni prima della passione, morte e resurrezione di Gesù, quando il Maestro passando sotto il sicomoro alza lo sguardo e chiama il piccolo pubblicano corrotto e odiatissimo da tutti, autoinvitandosi a casa sua. Zaccheo accoglie il Nazareno, riconosce il suo peccato, si converte. Ma questa conversione è la conseguenza per essere stato prima guardato con amore, accolto e inondato di misericordia. Non è un necessario prerequisito. C’è bisogno di una Chiesa capace di guardare così, con lo stesso sguardo di Gesù, ogni donna e ogni uomo, con le loro miserie, con il loro peccato, per farli sentire accolti e accompagnarli con pazienza e tenerezza confidando nell’opera della grazia e del suo agire con i tempi e nei modi di Dio nel cuore delle persone e nelle loro storie.

Infine, come non citare, en passant, i punti in cui la sintesi del sinodo chiede di rivedere il diritto canonico, di proseguire con maggiore convinzione e concretezza sulla via dell’ecumenismo, di valorizzare maggiormente le strutture sinodali già esistenti. E anche di imboccare la via indicata invano da san Giovanni Paolo II fin dal 1995 a proposito del ministero del Papa, quella “di trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all'essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova” (Ut unum sint).

 

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

29 ottobre 2023, 08:30