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Basilica di Santa Maria in Trastevere, Roma Basilica di Santa Maria in Trastevere, Roma  (ANSA)

Veglia per i Martiri, don Gnavi: segno di speranza aldilà delle divisioni

La Comunità di Sant'Egidio organizza per stasera, nella basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma, una Veglia per i Martiri di oggi presieduta dal cardinale Farrell. Il parroco: sono testimoni della fede in cui vediamo la luce pasquale; con la loro vita e la loro morte spiegano il senso delle Beatitudini

Antonella Palermo – Città del Vaticano

Sarà consentita una partecipazione limitata a causa delle norme sanitarie vigenti, ma si preannuncia una celebrazione anche stavolta vibrante, calda, in uno spirito di unità che attraversa tempo e spazio. E' la veglia nella basilica di Santa Maria in Trastevere, che si terrà questa sera alle 18.30, in ricordo dei martiri dei nostri tempi, presieduta dal cardinale Kevin J. Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. Sarà trasmessa in streaming e sui canali social della Comunità di Sant'Egidio che la organizza, con traduzione simultanea in inglese, spagnolo, francese e portoghese. A don Marco Gnavi, parroco di Santa Maria in Trastevere, chiediamo chi sono i martiri di oggi:

Ascolta l'intervista a don Marco Gnavi

R. - I martiri di oggi sono donne, uomini, pastori, laici cattolici e non solo, anche ortodossi, evangelici, anglicani che ancora, in questo nostro tempo, offrono la loro vita con umiltà in contesti difficili, contraddittori. Sono un segno di speranza, un segno di comunione aldilà delle divisioni. E ricordarli è un debito che noi sentiamo da molti anni in comunione con Papa Francesco, con chi lo ha preceduto Benedetto XVI e ancora prima con Giovanni Paolo II che nell'anno 2000 ebbe questa grande intuizione: di raccogliere in una memoria comune il nome dei militi ignoti della causa di Cristo. Questa memoria liturgica dei testimoni della fede ci provoca a leggere la Settimana Santa in una prospettiva di grande luce, di una luce pasquale che speriamo invada tutti i luoghi dove si soffre, dove i cristiani sono testimoni di carità, di prossimità ai deboli, di dialogo, di pace. In una parola coloro che con la loro vita e la loro morte sanno spiegare il valore, la pregnanza di significato delle Beatitudini.

Abbiamo peraltro appena ricordato i 25 anni dal rapimento dei sette monaci trappisti in Algeria...

R. - Sì, Christian De Chergé, insieme ai suoi confratelli, è stato un testimone umile di un sogno che non si è spezzato, nonostante gli attacchi al dialogo e all'incontro fra credenti. Ricordiamo oggi anche altri martiri, cristiani in minoranza che vivono il sogno della fraternità universale come Papa Francesco ha ricordato a Ur dei Caldei, a Qaraqosh, nel suo bellissimo, straordinario, impegnativo viaggio in Iraq. Ogni martire porta in sé l'universalità del sogno di Dio, non è mai un uomo di parte, contrapposto e anche le contraddizioni di cui pure possiamo essere oggetto perché viviamo nella storia e siamo piccoli, si sciolgono nel momento dell'offerta della vita.

 

Don Marco, come si purifica la memoria?

R. - Innanzitutto la memoria del martirio non identifica il nemico ma soprattutto identifica la forza debole dei cristiani ed è già in sé un atto di riconciliazione, di speranza, di incontro perché i cristiani non sono uomini di divisione. Oggi noi celebreremo a Santa Maria in Trastevere - come abbiamo fatto per tanti anni insieme a diversi amici questo debito - parliamo anche appunto di memorie anche molto recenti. Ma se noi ci misuriamo realmente con i luoghi di dolore, di sofferenza, di aggressione del male, scopriremo che ogni cristiano è come una luce nelle tenebre che vince anche la rassegnazione. Siamo nel tempo della pandemia, vorrei dire che mentre si globalizza la paura, i cristiani globalizzano la speranza, la carità, il Vangelo come buona notizia per tutti e sono un grande sprone a non lasciarci vivere dalla storia ma di reagire al male con il bene.

 

A proposito di pandemia, un anno fa il momento straordinario di preghiera con Papa Francesco in piazza San Pietro. Lei come lo ricorda?

R. - Moltissima gratitudine per per un gesto profetico, empatico del vescovo di Roma che da San Pietro vuota ha tuttavia abbracciato il mondo intero. E penso che il vuoto di quella Piazza vada riempito con i sogni dei cristiani, con la loro generosità, con l'incontro fra gli uomini che vogliono il bene di tutti. Penso che dobbiamo imparare a sentire - come ha fatto Papa Francesco, quindi con un cuore largo - ricordarci tutt'oggi che dobbiamo remare insieme, che la barca è la stessa per tutti colmando anche quegli abissi di diversità nelle risorse distribuite in maniera ineguale. Di fronte a quella Piazza vuota ci sono tutti i continenti e un'immensità di domande, ma c'è ancora la possibilità e la forza del Vangelo che ci aiuta a vivere di speranza e a connetterci gli uni agli altri.

 

C'è una figura che emblematicamente le sembra possa dire qualcosa di significativo nell'orizzonte di quei martiri contemporanei a cui guardare per rafforzare l'impegno quotidiano dei credenti?

R. - Penso alle suore poverelle di Bergamo che morirono contagiate da Ebola in Congo e lo fecero consapevoli di dovere affrontare la morte, ma non salvarono se stesse per salvare i malati. Mi sembra che loro, come molte altre, sono donne deboli, ma forti nell'amore che ci dicono cosa vuol dire resistere anche nel tempo della pandemia. Non salvare se stessi perdendo gli altri ma salvare gli altri a rischio di perdere se stessi. In fondo è la via che loro ci indicano anche per far fronte a questo sconvolgimento globale nel quale stiamo vivendo. Sperando naturalmente di vivere tutti e di salvarci tutti perché le poverelle di Bergamo volevano vivere ma la vita piena è amore, sempre.

29 marzo 2021, 11:54