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Coronavirus nelle carceri in Colombia: preoccupazione per malati cronici

Don Paulo Cesar Barajas, responsabile della Pastorale carceraria del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, parla a Vatican News dell’appello dei vescovi colombiani ad adottare misure che rispettino la dignità delle persone e proteggano la salute dei detenuti, anche e soprattutto in questo momento di pandemia

Giada Aquilino - Città del Vaticano

Affrontare la crisi umanitaria delle carceri in Colombia, con misure che rispettino la dignità delle persone e proteggano la salute dei detenuti. Lo chiedono l’Ufficio per la Pastorale Sociale dei vescovi del Paese latinoamericano e la Caritas locale, quando la diffusione del coronavirus fa registrare oltre 23 mila casi sul territorio nazionale e quasi 800 morti: oltre mille i contagiati nei penitenziari. La pandemia ha aggravato le condizioni delle carceri, che vivono una situazione di sovraffollamento, con oltre il 50% dei detenuti in più rispetto al previsto. Critico il quadro della prigione di Villavicencio, a sud della capitale, dove si registra il principale focolaio della malattia tra i penitenziari del Paese. Segnalati casi anche nell’istituto La Ternera di Cartagena.

Condizioni di sicurezza

I vescovi, che già nei giorni scorsi si erano uniti all’appello dell’Organizzazione delle popolazioni indigene dell’Amazzonia colombiana per un dialogo urgente con il governo di Bogotá e altre istituzioni regionali al fine di tenere alta l’attenzione sui rischi di un’espansione incontrollata del Covid-19 in quelle regioni, adesso tornano ad invocare la “creazione di condizioni di sicurezza” sia per i carcerati sia “per il personale di custodia”.

La diffusione della pandemia

Don Paulo Cesar Barajas, responsabile della Pastorale carceraria del Dicastero per il Servizio dello sviluppo umano integrale, mette in risalto come i penitenziari siano “diventati luoghi di diffusione della pandemia”, tenendo presente che “circa il 40%” dei detenuti in Colombia e in altri Paesi dell’America Latina “ha malattie croniche, del cuore e del sistema cardiocircolatorio, diabete, obesità”, oltre a malattie allo stadio terminale. Di fronte a tali realtà, riflette, è quanto mai attuale l’appello di Papa Francesco a non distogliere l’attenzione dalle carceri: “spesso succede - prosegue il sacerdote messicano - che, davanti agli scartati, chiudiamo gli occhi o rivolgiamo il nostro sguardo da un’altra parte, invece in ogni Paese ci sono questi luoghi".

L'intervista a don Barajas

R. - Quella delle carceri è purtroppo una situazione generalizzata nel mondo: i penitenziari sono diventati luoghi di diffusione della pandemia. Essendo posti chiusi, è bastato che entrasse il virus nelle carceri e il problema ha assunto grandi dimensioni, soprattutto in alcuni Paesi, come in particolare in due istituti carcerari della Colombia, soprattutto in quello di Villavicencio. C’è poi da tener conto dei problemi sociali che in tali realtà si vivono e che aggravano la situazione.

I penitenziari colombiani vivono una situazione di sovraffollamento. Che rischi per i detenuti e per gli operatori?

R. - In tutte le decisioni che riguardano il settore carcerario si deve tener conto che il rischio effettivamente non è soltanto per i detenuti ma anche per tutto il personale delle strutture: sono in contatto permanente. Quindi c’è un rischio di contagio molto maggiore rispetto per esempio a quello di un ospedale, dove pure si fornisce assistenza ai malati, perché nelle carceri non ci sono le strutture sanitarie adeguate. La Conferenza episcopale colombiana chiede perciò di fare tutto il necessario per assicurare le cure indispensabili. D’altra parte abbiamo contatti con i Paesi dell’America Latina e i numeri risultano già notevoli, nel senso che non sono altissimi ma il problema è il rischio, perché i malati continuano a rimanere nelle carceri. Inoltre circa il 40 % dei detenuti in Colombia e in altri Paesi dell’area ha malattie croniche, del cuore e del sistema cardiocircolatorio, diabete, obesità, oltre a quelli che hanno malattie terminali e che sono ancora in carcere. Il rapporto che fornisce la Conferenza episcopale questa settimana riferisce di tale situazione. Ci sono poi tante persone che magari hanno già finito di scontare la loro pena e non sono ancora state liberate. Quindi è stato chiesto uno sforzo come società per risolvere questi problemi. Si registra un sovraffollamento di oltre il 50% rispetto alle capacità reali: la capacità è di 80 mila persone, in carcere ce ne sono più di 120 mila, oltre a quelli già condannati da tempo e che devono ancora essere trasferiti nei penitenziari.

Tra i primi provvedimenti adottati per contenere il virus, in Colombia come in altri Paesi, c’è stato lo stop alle visite dei familiari, che ha causato proteste e rivolte. Questa decisione, oltre a ripercussioni sul lato umano, ha implicato anche un minore accesso ai beni di prima necessità che spesso vengono forniti proprio dalle famiglie?

R. - Sì. Non ci sono risorse sufficienti per portare avanti tutti gli impegni sul necessario, come cibo, sapone e medicinali. Quando manca il contatto con le famiglie mancano quindi anche le risorse fondamentali perché sono carceri dove effettivamente la gente porta il cibo per i detenuti. Tutto ciò crea condizioni di bisogno più gravi di quelle che di per sé ci sono.

Come si sta muovendo la Chiesa colombiana di fronte a questa crisi?

R. - I vescovi, che hanno una Pastorale carceraria molto organizzata, puntano innanzi tutto a mantenere i contatti con le carceri, anche se in alcune di esse non è permesso al momento che entrino i cappellani. Poi invocano dallo Stato alcune misure già previste per risolvere questi problemi, come l’adozione dei domiciliari o di pene alternative, la liberazione di chi ha già scontato la pena ed è ancora in cella. Recentemente c’è stata una sorta di amnistia, ma ha riguardato un minimo di persone.

Nelle carceri sono detenuti anche membri delle guerriglie del Paese?

R. - Tra tutti i detenuti del Paese, arrestati per reati gravi o comuni, c’è anche chi ha fatto parte della guerriglia o del narcotraffico. Certamente la prospettiva della Chiesa è che si segua il rispetto della legge e al contempo si cerchi di garantire il rispetto dei diritti umani, che non ci sia motivo per dimenticare le responsabilità nei confronti dei detenuti e che si adottino misure per evitare che queste vite non siano a rischio.

Il Papa anche nel corso di questa emergenza da coronavirus ha ricordato le carceri sovraffollate, che - ha detto - potrebbero diventare una tragedia. Ha chiesto misure adeguate. In generale cosa si sta facendo?

R. - Ho parlato con alcuni di questi cappellani, che all’inizio della pandemia ci hanno mandato anche un report, e uno di loro ha sottolineato come purtroppo ci sia il rischio che questi posti vegano dimenticati davanti alle urgenze del momento in tutti i Paesi del mondo. E l’appello del Papa è stato proprio a non dimenticare queste persone, perché spesso succede che, davanti agli scartati, chiudiamo gli occhi o rivolgiamo il nostro sguardo da un’altra parte, invece in ogni Paese ci sono questi luoghi.

27 maggio 2020, 14:22