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Una delle immagini del processo nell'Aula polifunzionale dei Musei Vaticani Una delle immagini del processo nell'Aula polifunzionale dei Musei Vaticani 

Processo vaticano, Carlino: mai mosso un dito senza autorizzazione

Oltre quattro ore e mezzo per l’interrogatorio del sacerdote che è stato segretario degli ultimi due sostituti della Segreteria di Stato. Il Papa solleva il cardinale Becciu dal segreto pontificio sulla “vicenda Marogna”. Aperto un fascicolo sui finanziamenti della Cei alla Diocesi di Ozieri

Salvatore Cernuzio - Città del Vaticano

“Non ho mosso un dito senza avere l’autorizzazione dei superiori e soprattutto ho lavorato esclusivamente nell’interesse della Santa Sede, in obbedienza al sostituto. Mi hanno insegnato che chi ubbidisce, non fallisce”. Il suo ruolo di ‘sottoposto’, ‘esecutore’, ‘tramite’ nelle trattative per chiudere il “pasticcio” generato dalla compravendita del Palazzo di Londra lo ha ribadito per quasi tutte e quattro le ore e mezza dell’interrogatorio: monsignor Mauro Carlino, ex segretario di due sostituti della Segreteria di Stato, ha occupato con le sue dichiarazioni l’intera undicesima udienza del processo per i presunti illeciti compiuti con i fondi della Santa Sede.

Becciu sollevato dal segreto pontificio 

Udienza che si è aperta con la lettura da parte del presidente del Tribunale vaticano, Giuseppe Pignatone, della risposta fornita il 24 marzo dalla Segreteria di Stato circa il segreto opposto dal cardinale Becciu (oggi assente nell’aula polifunzionale dei Musei Vaticani), contestato in concorso con la manager Cecilia Marogna. “Informato direttamente, il Papa dispensa il cardinale Becciu dal segreto pontificio”, recita la nota firmata dal segretario di Stato, Pietro Parolin. Il cardinale renderà quindi il suo secondo interrogatorio il 7 aprile sull’affare di Sloane Avenue ma anche sulla cosiddetta “vicenda Marogna”.

L'interrogatorio a Carlino

Oggi è toccato invece a Carlino - sacerdote leccese, segretario di Becciu e poi del successore, l’arcivescovo Edgar Peña Parra - raccontare la sua versione dei fatti. Dal centro dell’aula, con a fianco un faldone di documenti e in mano il cellulare dissequestrato sul quale controllava date, chat e screenshot, Carlino ha rilasciato una lunga dichiarazione spontanea in cui ha anzitutto ribadito il suo “essere sacerdote” in ogni incarico svolto: “Ho cercato di vedere in ogni persona, carta, pratica, una richiesta ma soprattutto la presenza del Signore”. Si è detto “meravigliato” di essere stato rinviato a giudizio: “Che male ho fatto? Ho obbedito. Nell’obbedienza penso di aver compiuto la volontà di Dio”.

Il processo nell'Aula polifunzionale dei Musei Vaticani
Il processo nell'Aula polifunzionale dei Musei Vaticani

“Fedeltà, obbedienza, riservatezza”

Mai una volta Carlino ha parlato degli anni sotto la guida del cardinale Becciu, ma si è soffermato soltanto sul lavoro svolto come segretario di Peña Parra. E di Peña Parra ha ricordato la richiesta di “fedeltà, obbedienza, riservatezza” avanzata dal neo sostituto quando, arrivato in Segreteria di Stato il 15 ottobre 2018, si trovò ad affrontare “questo pasticcio, questa difficoltà”, cioè la vicenda di Londra. “Non conoscevo l’esistenza del palazzo fino a gennaio 2019”, ha dichiarato Carlino, “non sono esperto in ambito amministrativo, non ho mai trattato nulla in ambito immobiliare, sono un sacerdote”.

La vicenda di Londra

Carlino fu coinvolto perché Peña Parra gli chiese di bloccare l’agenda per un viaggio a Londra. Si sfogò e gli spiegò quindi i motivi parlando di “un grave errore di negligenza dell’ufficio amministrativo”, cioè le mille azioni con diritto di voto date a Gianluigi Torzi, tramite le quali il broker “controllava” l’immobile londinese. “Si era materializzato il contratto e nonostante i primi tentativi a vuoto c’era stata la decisione superiore del Papa di intavolare una trattativa, pagare il meno possibile e finalmente ottenere la gestione e il controllo di quel palazzo”, ha affermato Carlino, rievocando quel periodo come “una Via Crucis”.

Il presidente del Tribunale vaticano, Giuseppe Pignatone
Il presidente del Tribunale vaticano, Giuseppe Pignatone

Trattare con Torzi

Al monsignore fu dato l’incarico di “interloquire, dialogare, intrattenere rapporti” con Torzi, “avendo sempre a mente di trattarlo in modo gentile per non perdere mai il filo della trattativa”. Il broker era infatti descritto come “pericoloso”, “uno di quelli che ha bisogno di vedere il suo ego continuamente filled, riempito”, “una persona che aveva ingannato e raggirato la Segreteria di Stato”. Carlino ha svolto l’incarico avvalendosi delle consulenze di tre esperti in ambito amministrativo: Luca Dal Fabbro, l’architetto Luciano Capaldo e, come “interno” della Segreteria di Stato, Fabrizio Tirabassi (anche lui tra gli imputati). Dal Fabbro era un consulente internazionale al quale veniva dato “credito e fiducia”; Capaldo risiedeva a Londra, era “esperto in ambito immobiliare” e teneva i rapporti con lo studio legale Mishcon de Reya a cui si era affidata la Segreteria di Stato. Tirabassi, invece, conosceva la vicenda londinese “sin dai primi investimenti”, “aveva tutto l’incartamento” ed era stata la persona che disse: “Qui abbiamo commesso un errore, sono stati firmati documenti che danno dei diritti”.

Il ruolo di Perlasca

Ma perché di questo team non faceva parte monsignor Alberto Perlasca, allora responsabile della sezione amministrativa? “Il sostituto – ha risposto Carlino - aveva notato che Perlasca, avendo materializzato questi contratti senza potere di delega, si era manifestato infedele. Quando, per superiore decisione, il sostituto aveva stabilito la trattativa con Torzi, Perlasca voleva adire a vie legali. Fu messo da parte, ma non completamente. Il sostituto era preoccupato, sperava che la decisione portasse a riallocare le azioni con diritto di voto da Torzi alla Segreteria”. Peña Parra aveva compilato pure una relazione per il revisore generale Cassinis Righi, il 29 maggio 2019.

Timori e contrattazioni 

Delle varie trattative Peña Parra ha informato "costantemente" il segretario di Stato e soprattutto il Papa, ha affermato più volte Carlino, ricordando che il sostituto incontra ogni settimana il Pontefice, il martedì alle 18, per l’udienza di tabella. Peña Parra “aveva seguito tutto passo dopo passo. ‘Dopo l’errore commesso – dice lui stesso nel memoriale - personalmente mi sono immesso nella vicenda, non ho delegato nessuno’ ”.

Il più grande timore era che “le azioni dessero a Torzi un controllo che non era nei canoni della Segreteria di Stato”. Perciò si decise di non affidarsi alla società di consulenza finanziaria legata al broker, la cui gestione era “poco trasparente”. Si temeva poi che Torzi “cedesse l’immobile”. Timore non del tutto infondato visto che il finanziere aveva preparato pure una brochure di presentazione del palazzo. Il “primario interesse” era pertanto di recuperarne il pieno controllo. Non si adì però a vie legali per “l’aspetto reputazionale”.

Don Carlino ha ricordato quindi i passi compiuti per arrivare alla chiusura della trattativa tramite l’erogazione a Torzi di 15 milioni di euro. Risultato raggiunto dopo non poche difficoltà. Nel marzo 2019 la contrattazione era infatti allo stallo e Torzi pretendeva 20 milioni. “Un giorno mi ha chiamato 12-15 volte. Non risposi, chiesi al sostituto, mi disse prendi tempo, ci sono cose da vagliare”. Un’altra volta il broker incontrò Carlino dinanzi a Porta Sant’Anna manifestando il disappunto perché non si fosse “firmato”. “Ma tu hai chiesto un sacco di soldi!”. “Ok, possiamo chiudere a 15 milioni”. 

Un momento del processo
Un momento del processo

Chiusa la questione

La proposta venne presa in considerazione e finalmente il 2 maggio si chiuse la questione. Due le fatture emesse: una di 10 milioni con la causale di “commissione di intermediazione”, l’altra di 5 milioni per “analitica consulenza di investimenti immobiliari”. Causali giudicate “fantasiose” da alcuni avvocati della difesa. Carlino ha detto di non essere mai entrato in “tecnicismi”, ma ha ricordato che Peña Parra aveva espresso “ampia soddisfazione per la trattativa”, tanto da organizzare la sera stessa una cena in un ristorante romano, dicendo, al momento di pagare il conto, che era tutto offerto dal Papa, “contento che finalmente abbiamo potuto chiudere”.

Le riunioni con i vertici Ior 

L’avvocato Lipari, parte civile Ior, ha domandato a Carlino se avesse mai partecipato agli incontri tra Peña Parra e Gian Franco Mammì, direttore dell’Istituto per le Opere di Religione al quale la Segreteria di Stato si rivolse per un prestito che sostenesse il mutuo oneroso. Carlino fu presente solo a una riunione “come verbalizzante”. Ha rammentato però una vicenda che “infastidì molto” monsignor Peña Parra, e cioè il fatto che il 24 maggio 2019, dopo la fine della trattativa, il presidente dello Ior Jean-Baptiste De Franssu stabilì con una lettera formale l’approvazione del finanziamento di 150 milioni che avrebbe aiutato a rilevare il palazzo di Londra e rifinanziare il mutuo, salvo poi fare marcia indietro perché si erano resi necessari “altri approfondimenti”. “Strana” decisione visto che il finanziamento avrebbe potuto comportare notevoli risparmi per la Santa Sede grazie a “un mutuo portato in casa”. Dallo Ior – come si ricorda - il 2 luglio, partì la denuncia che mise in moto perquisizioni e indagini. Carlino ha sostenuto che “dinanzi alla stranezza del finanziamento prima accordato e poi negato”, il sostituto avrebbe chiesto alla Gendarmeria di “fare delle verifiche” sul direttore dello Ior. Sarebbe stato coinvolto anche Capaldo, legato all’intelligence italiana.

Pedinamento a un "gentiluomo"

Uno degli avvocati di Torzi ha chiesto conto a Carlino di un messaggio in cui si parlava di un “pedinamento” a un “gentiluomo”. Il riferimento era a Giuseppe Milanese, presidente della cooperativa sociale Osa, incaricato nella prima fase delle trattative di mediare con Torzi. Il pedinamento nasceva dal sospetto che Milanese fosse andato a Londra, a fine marzo 2019, perché “in combutta” con Torzi da cui, a transazione chiusa, poteva “prendere qualcosa”.

Aperto fascicolo sui fondi Cei a Ozieri

Nel suo interrogatorio, il Promotore di Giustizia aggiunto Alessandro Diddi ha chiesto a Carlino se conoscesse la cooperativa Spes, nella Diocesi sarda di Ozieri, per la quale furono erogati dei bonifici dal Vaticano per volontà del cardinale Becciu. Carlino ha detto di sapere che la Spes era “il braccio operativo della Caritas di Ozieri”, diocesi descritta da Becciu come “molto povera”, e anche di essere a conoscenza del fatto che vi lavorasse il fratello del cardinale. “Sapevo che la Cei elargiva fondi alla Diocesi di Ozieri”, ha aggiunto Carlino. Ma su questo punto è stato bloccato perché, si è detto in aula, sul finanziamento della Cei a Ozieri “è aperto un altro provvedimento”. È in corso, cioè, un’indagine.

L’interrogatorio a Carlino proseguirà il 5 aprile. Lo stesso giorno saranno interrogati anche René Brülhart e Tommaso Di Ruzza, rispettivamente ex presidente e direttore dell’Aif (Autorità di Informazione Finanziaria).

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30 marzo 2022, 17:30