Cerca

Vatican News

Parolin all’Onu: la pace si costruisce con la fraternità

La pandemia, il vertice COP26 a Glasgow, le guerre e il disarmo nucleare ma anche “i nuovi diritti” che contraddicono i valori che dovrebbero sostenere. Sono tanti i temi che il segretario di Stato affronta nel videomessaggio, incentrato sulla resilienza e la speranza, indirizzato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

È una disamina chiara sulle urgenze del mondo, sulle sofferenze di Haiti, dell’Afghanistan, del Libano e della Siria, che si intreccia pure con le preoccupazioni della Santa Sede e le vie indicate dalla Fratelli tutti di Papa Francesco. Il videomessaggio del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, alla 76.ma Sessione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite, ruota intorno al tema: “Costruire la resilienza attraverso la speranza”. Speranza da trovare anche nei semi “eroicamente” gettati durante la pandemia che hanno mostrato come il mondo non abbia bisogno di isolamento ma di “vicinanza fraterna” fondata sulle “riserve di bontà presenti nei cuori umani”. 

Vaccini per tutti

Portando il saluto del Papa e ricordando le sue parole sulla crisi pandemica dalla quale è necessario uscire cambiati, il cardinale Parolin esorta a lavorare insieme per alleviare le sofferenze di chi non può accedere ai vaccini “che – afferma - devono essere disponibili per tutti, specialmente nelle aree di conflitto e nei contesti umanitari”. Altro punto riguarda i sistemi di assistenza sanitaria “in gran parte sopraffatti dalla pandemia” e che hanno lasciato “tante persone senza cure sufficienti o senza alcuna cura”. Il segretario di Stato invita a soffermarsi sulle fragilità e le carenze dei sistemi economici con la grave recessione economica che ha reso i poveri ancora più vulnerabili. Fondamentale anche la lotta alla corruzione, in aumento proprio a causa della pandemia.

A servizio della persona

Il Covid ha inciso pure sull’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile che ha rallentato i suoi obiettivi. L’invito di Parolin è di “ripensare il rapporto tra gli individui e l'economia e fare in modo che sia i modelli economici che i programmi di sviluppo rimangano al servizio degli uomini e delle donne, in particolare quelli ai margini della società, piuttosto che sfruttare sia le persone che le risorse naturali”. Non tralasciare i poveri, è l’esortazione del cardinale.

Lo sguardo su Haiti

Guardando alla COP26 di Glasgow, il porporato invita a cogliere l’opportunità di ripartire dopo decenni di inattività che hanno portato effetti devastanti sul clima ma anche sulla vita delle persone. Il pensiero va ad Haiti, Paese colpito da disastri naturali, con “un popolo che già soffre per le sfide politiche e le emergenze umanitarie” che ha di fronte. Da qui l’appello alla comunità internazionale perché si aiuti nello sviluppo “durevole e sostenibile” del Paese. La speranza arriva anche dai tanti progressi nella tecnologia che hanno portato, ad esempio, a “diminuire i costi dell'energia pulita”.  

Un cessate-il-fuoco globale

La guerra e il possesso di armi di distruzione di massa spengono invece la speranza. “La recente situazione umanitaria in Afghanistan e le tensioni politiche in corso in Siria e in Libano, così come in altri luoghi, ci ricordano chiaramente – afferma il cardinale Parolin - l'impatto che i conflitti esercitano su popoli e nazioni”. “La Santa Sede invita gli Stati ad ascoltare l'appello del Segretario Generale e di Papa Francesco per un cessate il fuoco globale e una responsabilità umanitaria condivisa”.

“Un passo avanti”: viene definita così l’entrata in vigore lo scorso gennaio del Trattato per la proibizione delle armi nucleari. “La Santa Sede – è l’auspicio - spera fermamente che ciò stimoli anche il progresso nell'attuazione del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari (Tnp), la cui Conferenza di revisione è prevista per il prossimo gennaio”.

I “nuovi diritti”

Nel videomessaggio alle Nazioni Unite, il porporato mette in fila i drammi delle nostre società, frutto di una “crisi antropologica”, una “crisi delle relazioni umane” come sottolineato varie volte da Francesco. “Troppo spesso, il diritto umanitario – spiega Parolin - è preso come una raccomandazione piuttosto che un obbligo” e per questo “i rifugiati, i migranti e gli sfollati interni sono sempre più spesso lasciati in un limbo o addirittura lasciati annegare”. Ci sono persecuzioni a causa della fede, i fragili come gli anziani e i bambini vengono scartati, la famiglia minacciata.

“Questo è evidente anche nelle nuove interpretazioni dei diritti umani. In molti casi, i ‘nuovi diritti’ non solo contraddicono i valori che dovrebbero sostenere, ma vengono imposti nonostante l'assenza di consenso internazionale”. Per la Santa Sede i diritti umani vengono privati della loro dimensione universale e “le nuove interpretazioni parziali diventano tristemente il punto di riferimento ideologico di un ‘progresso’ spurio” generando polarizzazioni e divisioni. “Questi tentativi – aggiunge il segretario di Stato - di fatto confondono, distolgono dall'attuazione delle convenzioni sui diritti umani” togliendo forza alla promozione e alla protezione dei diritti umani fondamentali come “il diritto alla vita, alla libertà di pensiero, coscienza e religione, e alla libertà di opinione ed espressione”.

Farsi artigiani di pace

Non uno strumento dei potenti ma un’istituzione a servizio di tutti. Così Parolin parla delle Nazioni Unite che vanno rivitalizzate nel suo mandato. Il porporato sottolinea come il Consiglio di Sicurezza sia visto dai più vulnerabili con speranza perché i suoi “membri sono chiamati a diventare i principali artigiani della pace nel mondo”, eppure spesso è oggetto di impasse. “La Santa Sede vede con preoccupazione la spinta di alcuni a rompere l'utile divisione del lavoro tra Comitati, commissioni, incontri e processi, trasformando tutti in organismi che si concentrano su un numero limitato di questioni controverse”.

Concludendo il suo intervento, il cardinale Parolin sottolinea che sono “molti sono i segni di speranza, anche nelle nostre società stanche”. “Essere costruttori di pace significa trovare questi semi e germogli di fraternità”. Diventare ponti di comunione, non voltarsi davanti la sofferenza dei migranti e dei rifugiati. “Lavoriamo insieme per dare loro il futuro, per fiorire nella pace”. “La pace – afferma il segretario di Stato richiamando le parole del Papa in Iraq - non richiede vincitori o vinti, ma piuttosto fratelli e sorelle che, per tutte le incomprensioni e le ferite del passato, stanno passando dal conflitto all'unità".

26 settembre 2021, 08:30