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Diaogare è cercare punti di contatto  (Fratelli tutti) Diaogare è cercare punti di contatto (Fratelli tutti)  

Quel dialogo paziente che cambia la vita e la storia

In occasione del 160° anniversario dalla nascita continuano le pagine speciali dedicate da L'Osservatore romano alla ricorrenza. Oggi anche una riflessione del Direttore di Avvenire a partire dal concetto di dialogo e dagli spunti offerti in merito dall'enciclica Fratelli tutti

di Marco Tarquinio 

«Avvicinarsi, esprimersi, ascoltarsi, guardarsi, conoscersi, provare a comprendersi, cercare punti di contatto, tutto questo si riassume nel verbo “dialogare”. Per incontrarci e aiutarci a vicenda abbiamo bisogno di dialogare. Non c’è bisogno di dire a che serve il dialogo. Mi basta pensare che cosa sarebbe il mondo senza il dialogo paziente di tante persone generose che hanno tenuto unite famiglie e comunità. Il dialogo perseverante e coraggioso non fa notizia come gli scontri e i conflitti, eppure aiuta discretamente il mondo a vivere meglio, molto più di quanto possiamo rendercene conto». Papa Francesco Fratelli tutti, 198

Dialogo è, letteralmente, Parola-tra-di-noi. Ed è tutto ciò che di buono e di bello e di vero accade quando questa Parola-ponte viene incontrata, presa sul serio, attraversata e condivisa. Nessuno meglio dei cristiani dovrebbe saperlo. Nessuno come i cristiani dovrebbe spendersi per renderlo chiaro a tutti. E nessuno con più passione dei cristiani dovrebbe cercare il dialogo. Perché cercarlo significa cercare di star dietro a Gesù Cristo.

La Parola-tra-di-noi è Cristo, e ogni volta che noi che crediamo in Lui pronunciamo quel nome dovremmo ricordarci che non stiamo dichiarando guerra al mondo, ma stiamo facendo qualcosa di più grande, di più difficile e perciò di più coraggioso: gli stiamo dicendo pace. Ogni volta che pronunciamo il nome del Figlio che ci è stato dato, che è nome di Dio ed è Dio in persona, anche se non sempre ne siamo all’altezza e spesso non ce ne rendiamo neppure pienamente conto, pur se non siamo perfetti, pur se rimaniamo contraddittori, stiamo anche rinnovando una promessa. E questa promessa, anche se qualcuno pensa il contrario e arriva a pensare Cristo e la sua croce come a una bandiera posta in cima a un “muro”,  è promessa di fedeltà al dialogo e di rinuncia al diavolo, cioè di rinuncia alla logica della divisione, della calunnia reciproca, dell’incomunicabilità, della disperazione e del tradimento di Dio e dei nostri fratelli e delle nostre sorelle in umanità.

Buoni maestri mi hanno aiutato a capirlo sin da ragazzo, nella mia Assisi, e ancora oggi non finisco di impararlo, facendo il mio mestiere di giornalista: senza dialogo, senza la niente affatto facile comprensione del limite proprio e di quello dell’altro e senza la fede paziente nella Parola-tra-di-noi, le nostre parole si svuotano o, al contrario, si gonfiano ed esplodono, le anime di ammalano e per la nostra umanità non c’è gioia e non c’è salvezza e troppe volte c’è dolore e c’è vergogna.

Ci vuole fede, ho scritto. E fede nella Parola che è Cristo. Ma per dirlo al mondo basta anche solo un pensiero. Ed è un pensiero che può accomunare persone di diverse fedi e di diverse convinzioni, ma di stessa onestà. Il Papa — nella Fratelli tutti, che come proprio come la Laudato si’ è una lettera rivolta all’intera umanità, non soltanto ai cattolici — questo pensiero ci aiuta a formularlo in modo semplicemente efficace: «Basta pensare come sarebbe il mondo senza il dialogo paziente di tante persone generose…». È un pensiero che ha due pregi: il realismo di chi vede e non nasconde il peso del male e la gratitudine per chi fa la propria parte di bene con fiducia e senza lesinare energie.

È così: il dialogo che riunisce ha bisogno di persone che sappiano essere realiste e grate per ogni passo che facciamo gli uni verso gli altri e, insieme, verso un mondo dove si possa “vivere meglio”. E se tutto questo avviene con tale discrezione da sembrare ordinario e da apparire persino scontato e banale, tale cioè da “non fare notizia”, è meglio avere occhi buoni per valutarlo a dovere e per non farci incantare e mortificare da una devastante illusione ottica, da un miraggio amaro e demotivante.

Se il mondo fosse quello che viene raccontato con ossessiva frequenza sulle prime pagine dei giornali, in cima ai notiziari online e nei titoli di testa di telegiornali e radiogiornali, sarebbe finito da un pezzo. E invece il mondo non è finito, nonostante gli errori e gli orrori di cui l’umanità è stata ed è ancora capace. E non finisce perché violenza, presunzione e indifferenza sono tenute a bada e persino convertite dalla tenacia di bene che porta un’infinità di uomini e di donne di ogni età e di ogni condizione sociale a fare ogni santo giorno la cosa giusta, magari piccola, ma potente. Sì, c’è tanta gente che, magari sbagliando qualcosa, ma capendo ciò che conta davvero, continua a fare la cosa giusta. Fa la cosa giusta nella propria famiglia, nella comunità di cui è parte, nei luoghi normali o “eroici” dove presta la propria intelligenza e compie la propria opera, nel dialogo senza pretese (ma con cuore e ragione) che unisce agli altri e, se si crede (ma chi sa dialogare, che lo dichiari o meno, sa credere) unisce a Dio. E ci sono persino giornali che continuano a considerare tutto questo notizia e notizia da prima pagina. Per questo il dialogo va avanti, anche in un tempo in cui i falsi profeti dell’inesorabile “scontro di civiltà” e dell’apartheid etnico-religioso vorrebbero che ci infilassimo tutti in nuove armature digitali (e non solo) per darci battaglia come all’ultimo respiro, senza nemmeno provare ad ascoltarci, capirci, intenderci e lavorare insieme per il bene necessario e possibile.

Tuttavia quel bene è reale. E, illuminato e reso per sempre esplicito dalla Parola-tra-di-noi che è Cristo, ci rassicura e ci sprona a non rassegnarci al male che vediamo e neppure al piccolo o grande male che possiamo aver commesso. C’è una misericordia che supera ogni nostra attesa e persino i nostri meriti. Ma c’è un pezzetto di “risalita” che ci spetta e che possiamo fare soltanto noi, e se lo facciamo, se ce la facciamo, se non lo facciamo da soli e solo per noi stessi, ma in dialogo-cordata con altri, che fanno la stessa fatica e, magari, hanno la nostra stessa gioia del Vangelo o una speranza che almeno un po’ le somiglia, beh, allora questo cambia profondamente la realtà. È questo che dà più forza e direzione alla nostra personale responsabilità, facendola diventare molto più di una cieca disciplina o di una opzione considerata a tavolino. È questo che la nostra responsabilità conferma. Al pari dei grandi esempi, come quello offerto da Papa Francesco e Ahmad al-Tayyeb, Grande Imam di Al-Azhar, con l’elaborazione, la condivisione e la firma ad Abu Dhabi del Documento sulla Fratellanza umana, per la pace mondiale e la convivenza comune.

Il dialogo, in fondo e per principio, è uno strumento dell’amore, e quindi esiste e si realizza se sentiamo che intorno a noi c’è qualcuno e qualcosa di importante, così importante da volerci avere a che fare, da guardarlo in faccia, da starci in relazione, da fidarcene e da volerlo custodire, da ascoltarlo sul serio. Ascoltare è davvero una grande prova d’amore e d’amicizia, soprattutto oggi, nel frastuono dei troppi soliloqui di (apparente) successo. Senza ascolto, infatti, non c’è dialogo né con le persone né con il Creato. Dialogare, così come amare, spinge invece a fare i conti con la realtà, anche se non è comodo, anche se mette a rischio le sicurezze e alla prova la buona fede, anche se costringe a tenere aperte non solo le orecchie, ma anche gli occhi. Insomma, dialogare non fa stare tranquilli.

Detto così, può sembrare una cosa brutta e potenzialmente triste. Un po’ è vero, perché non esiste una polizza assicurativa contro le delusioni e le amarezze quando ci si apre all’incontro e al dialogo, ma l’inquietudine è una cosa bella e sana. Pensiamoci: ingiustizia e mala-vita prosperano, insidiano e sfregiano la società umana e la nostra “casa comune” e portano la guerra (anche senza dichiararlo) quando ci acquietiamo, quando nel cuore sentiamo solo le nostre ragioni e i nostri problemi, quando ci convinciamo che il mondo è in pace se noi siamo in pace.

Ecco, il dialogo, la Parola-tra-di-noi che dà luce e senso alle nostre parole reciproche, è la premessa e la promessa della vera pace. Che è tale solo se fondata sui quattro pilastri (giustizia, libertà, amore e verità) indicati dalla Pacem in terris. Altrimenti è solo temporanea assenza di guerra, o guerra condotta con mezzi più subdoli, ma non meno feroci.

Il dialogo non è, dunque, la bacchetta magica per far arrivare di colpo la pace sulla Terra, ma la strada impegnativa e diretta per arrivarci con tenacia e con pazienza, anche a costo di passare per gente che “non fa notizia”. Ogni giorno è un giorno buono per continuare a cambiare la vita e la storia.

05 luglio 2021, 15:50