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Bambino Gesù, Covid: primo trapianto di cuore da donatore positivo a negativo

A metà maggio l’operazione su un ragazzo di 15 anni che ha ricevuto con successo un nuovo cuore, trattato con anticorpi monoclonali. Un intervento, il primo al mondo su un bambino, possibile grazie ad una deroga del Centro Nazionale Trapianti che, a sua volta, aveva già autorizzato il Policlinico Sant’Orsola di Bologna ad effettuare un trapianto su un uomo di 64 anni, oggi in buone condizioni di salute

Benedetta Capelli – Città del Vaticano

“Una scelta che può fare la differenza tra la vita e la morte”. Le parole del professor Antonino Amodeo, responsabile della struttura complessa di scompenso, trapianto e assistenza meccanica cardio-respiratoria del Bambino Gesù, spiegano al meglio il senso di quanto è avvenuto a metà maggio nell’ospedale pediatrico della Santa Sede.

È il primo caso pediatrico al mondo di trapianto di cuore da un donatore positivo al SARS-CoV-2 a paziente negativo. Il ragazzo di 15 anni, affetto da cardiomiopatia dilatativa, una patologia che compromette la capacità del cuore di pompare efficientemente il sangue all'organismo, è stato poi trattato, dopo il trapianto, con anticorpi monoclonali per eliminare il rischio che potesse sviluppare il Covid-19. Gli anticorpi monoclonali o immunoglobuline (Ig) sono proteine prodotte dai linfociti B, un tipo di globuli bianchi, la cui funzione è riconoscere e legare molecole specifiche. Per effettuare l’intervento sono state necessarie autorizzazioni speciali – è consentito il trapianto solo su pazienti positivi o guariti dal Covid - sia da parte del Centro Nazionale Trapianti (CNT) che dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA). Un via libera che ha reso possibile l’operazione. Dagli esami effettuati successivamente, il ragazzo è risultato protetto contro l’infezione da Sars-CoV-2 grazie alla presenza nel sangue di una quantità significativa di anticorpi specifici.

L'intervista al professor Antonino Amodeo

Il trapianto, occasione più unica che rara

“In campo pediatrico – spiega il professor Antonino Amodeo – trovare un cuore compatibile per un trapianto è più difficile che negli adulti. Nell’ultimo anno poi, a causa della pandemia e delle restrizioni adottate per contrastarla, queste difficoltà sono ulteriormente aumentate”. “Individuare un cuore compatibile per un trapianto – aggiunge - è spesso un’occasione più unica che rara. Per questo abbiamo fatto il possibile affinché il ragazzo in lista d’attesa potesse ottenere l’organo che stava aspettando”. Il giovane era affetto da cardiomiopatia dilatativa, considerata nei bambini una malattia rara perché si registrano, in età pediatrica, 0.57 casi ogni 100.000 persone. Negli adulti la frequenza è di circa 1 caso su 2.500. In lista d’attesa da settembre 2020, il quindicenne ha subito un arresto cardiaco che ha necessitato il supporto ECMO, una tecnica di circolazione extracorporea alla quale si ricorre temporaneamente quando si presenta un'insufficienza cardiaca o respiratoria grave. Poco dopo è stato sottoposto a un intervento per impiantare un cuore artificiale, una soluzione ponte salvavita in attesa di un cuore compatibile per il trapianto.

Il trapianto di cuore al Bambino Gesù
Il trapianto di cuore al Bambino Gesù

Il via libera di Centro Nazionale Trapianti e Agenzia Italiana del Farmaco

A maggio 2021 è stato è stato individuato un cuore compatibile in un donatore positivo al SARS-CoV-2: un’ipotesi non contemplata dalla legge. “Al fine di valutare il rischio di trasmissione del virus SARS CoV-2 sono state effettuate numerose ricerche- racconta il professor Carlo Federico Perno, responsabile di Microbiologia e Diagnostica di immunologia del Bambino Gesù - nell’apparato respiratorio, sul sangue e sul cuore del donatore, attraverso tecniche alquanto sofisticate, che, nel loro insieme, hanno evidenziato un rischio di trasmissione virale molto basso. Questo ha permesso di dare il via libera al trapianto”. Dopo l’autorizzazione e le attente valutazioni del Centro Nazionale Trapianti è arrivato il sì dell’Agenzia Italiana del Farmaco che ha derogato al protocollo attuale per utilizzare gli anticorpi monoclonali sul ragazzo ricevente, in modo da ridurre ulteriormente il già basso rischio di infezione. Il protocollo ne consente infatti l’utilizzo solo su pazienti già malati di Covid-19 e a determinate condizioni. “L’operazione spiega il professor Paolo Palma, responsabile di Immunologia clinica e Vaccinologia dell’Ospedale Bambino Gesù - è il frutto di un percorso multidisciplinare in cui l’aumento degli strumenti per il trattamento del SARS-SoV-2, come il vaccino, le terapie monoclonali e le terapie antivirali ha portato allo sviluppo di una serie di strumenti, sia di ricerca che clinici, che hanno aperto prospettive fino a poco tempo impensabili”.

L'intervista al professor Carlo Federico Perno

Sei trapianti di cuore in due settimane

In 15 giorni al Bambino Gesù, tra il 4 e il 19 maggio, sono stati realizzati altri 5 trapianti di cuore: 3 di questi 6 trapianti erano su pazienti con cardiopatie congenite, gli altri trapianti di cuore sono stati effettuati su persone a cui erano stati impiantati dei cuori artificiali come soluzione ponte in attesa dell’organo compatibile per il trapianto. Ogni anno presso il Dipartimento di Cardiochirurgia, Cardiologia e Trapianto Cuore Polmone del Bambino Gesù vengono effettuati circa 2.000 tra interventi cardiochirurgici, cateterismi cardiaci e procedure di elettrofisiologia. Nel 2020, in particolare, l’anno del Covid, i ricoveri ordinari sono stati oltre 1.700, 5.500 i day hospital e più di 62.000 le prestazioni ambulatoriali. In tutto il 2020 sono stati effettuati 7 di trapianti di cuore e 10 di impianti di cuori artificiali.

L'intervista al professor Paolo Palma

Al Sant’Orsola il trapianto su un uomo adulto

“Per non lasciare indietro nessuno, mai”: è il motto che ha accompagnato l’equipe medica del Policlinico Sant’Orsola di Bologna nell’effettuare il trapianto di cuore da un paziente positivo al SARS-CoV-2 a un paziente negativo, in questo caso un uomo di 64 anni. L’operazione, la prima al mondo, è avvenuta a fine aprile e il trapiantato è stato dimesso il primo giugno scorso. Il donatore, che era stato positivo al Covid, aveva negativizzato ma era ancora all’interno della finestra dei 15 giorni di controllo, ne erano trascorsi 10. “Non chiedere una deroga al protocollo – fanno sapere dall’ospedale di Bologna - avrebbe significato non potere utilizzare l’organo segnando così drammaticamente il destino del ricevente. Il trapianto, invece, oltre a ridare la vita al paziente, ci consegna numerosi elementi di conoscenza sul Covid che consentiranno in futuro un utilizzo ancora più puntuale degli organi donati”. Nel 2021 al Policlinico di Sant’Orsola sono stati effettuati 14 trapianti di cuore, di cui due pediatrici. Solo nell’ultimo mese sono stati eseguiti 6 trapianti e nella giornata del 26 maggio 2 in contemporanea, uno adulto e uno pediatrico.

Centro Nazionale Trapianti, i fatti ci hanno dato ragione

“Abbiamo attivato immediatamente le procedure di sorveglianza infettivologica – si legge in un comunicato del Centro Nazionale Trapianti - e abbiamo valutato per entrambi i pazienti che il rischio di morte o di evoluzione di gravi patologie connesse al mantenimento in lista di attesa fosse superiore all'eventuale trasmissione di patologia dal donatore. Il decorso post-trapianto ci ha dato ragione e i riceventi ora stanno bene e sono tornati a casa”. Il Centro ha concesso la deroga ad entrambi gli ospedali – il Policlinico Sant’Orsola e il Bambino Gesù – al protocollo in vigore che consente di effettuare trapianti di organi salvavita provenienti da donatori risultati positivi al coronavirus e deceduti per altre cause, ma solo su riceventi positivi al momento del trapianto o già immunizzati per malattia pregressa o per vaccinazione. “Dall’attivazione, nel dicembre scorso, del protocollo sperimentale, il primo a livello internazionale di questo tipo, sono stati realizzati diciannove trapianti da donatori con Sars-Cov-2. A parte i due trapianti di cuore, gli altri diciassette interventi hanno riguardato il fegato e sono stati effettuati esclusivamente su pazienti che avevano già avuto il Covid-19, nessuno dei quali ha subito una reinfezione dopo aver ricevuto il nuovo organo”. Sono otto gli ospedali che hanno partecipato al programma sperimentale: la maggior parte degli interventi (otto) è stata realizzata dal Centro trapianti di fegato dell’Ospedale Molinette di Torino, mentre gli altri sono stati eseguiti all’Ismett di Palermo, al Sant’Orsola di Bologna, all’Ospedale Niguarda di Milano, al Policlinico di Bari e a Roma presso il San Camillo, il Policlinico Tor Vergata e il Bambino Gesù. Sono sedici, invece, gli ospedali dove sono state effettuate le donazioni di organi, con il supporto di otto coordinamenti regionali della Rete nazionale trapianti: cinque in Piemonte, tre in Toscana, due in Lombardia, due in Puglia e uno per regione in Abruzzo, Lazio, Liguria e Sicilia.

L'operazione effettuata presso l'Ospedale della Santa Sede
L'operazione effettuata presso l'Ospedale della Santa Sede
10 giugno 2021, 10:00