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Parolin: Francesco porta in Iraq la speranza del dialogo e della ricostruzione

L’Iraq si prepara ad accogliere il Successore di Pietro. “Il Papa vuole lanciare un messaggio verso il futuro” sottolinea il Segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin

Massimiliano Menichetti - Città del Vaticano

L’Iraq attende Francesco che riprende a viaggiare scegliendo di portare il conforto ad un popolo che ha sofferto in questi anni a causa delle persecuzioni, della guerra e delle violenze perpetrate dall’Isis, ma anche per continuare a costruire la via della fratellanza e il grande ponte del dialogo. Per la prima volta nella storia un Papa visiterà l’Iraq. Il Paese che ha dato i natali ad Abramo ed in cui risiede una delle comunità cristiane più antiche, ha ancora molto visibili le ferite della guerra e affronta le piaghe della povertà, del terrorismo e ora del Covid-19. Il Segretario di Stato vaticano, cardinale Pietro Parolin, rimarca l’importanza del viaggio, evidenziando l’urgenza della collaborazione per ricostruire il Paese e sanare tutte le “piaghe, per ricominciare una nuova tappa”:

R. – Il Papa riprende i suoi pellegrinaggi apostolici dopo questo periodo abbastanza lungo di sospensione dovuto all’emergenza sanitaria per il Covid-19. Li riprende volgendo l’attenzione verso un Paese particolarmente sofferente, un Paese che porta nel suo corpo le ferite della guerra, del terrorismo, della violenza, degli scontri. Quindi il Papa vuole manifestare una particolare attenzione, una particolare vicinanza, a questo Paese, all’Iraq. Il viaggio ha come scopo e come significato proprio quello di manifestare la vicinanza del Papa all’Iraq e agli iracheni; e lanciare un messaggio importante: che si deve collaborare, ci si deve mettere insieme per ricostruire il Paese, per sanare tutte queste piaghe, e per ricominciare una nuova tappa.
 

Tre anni fa, visitando Iraq, lei ha detto che: “I cristiani e i musulmani sono chiamati a illuminare le oscurità della paura e del non senso”. Che significato hanno queste parole alla vigilia del viaggio del Papa?

R. – Credo che queste parole conservino tutta la loro attualità. Ricordo di averle pronunciate in un contesto anche gioioso, perché era la notte di Natale nella cattedrale caldea di Baghdad, piena di gente, piena di canti e piena di luce, nonostante il clima cupo che si viveva all’esterno. Credo che conservino la loro attualità. Soprattutto, sono in sintonia con quello che è il motto del viaggio del Santo Padre: “Siete tutti fratelli”. Ora, questa fraternità nasce dal fatto di essere figli dello stesso padre. Ha un riferimento anche ad Abramo, che proprio in Iraq ha avuto i suoi natali. Da lì è partita la sua avventura dopo la chiamata del Signore: Abramo al quale fanno riferimento sia i cristiani sia i musulmani. Poi deve tradursi anche in un impegno comune. Ecco, per questo dicevo che sono chiamati insieme ad essere luce nelle tenebre e a dissipare le oscurità, le tante oscurità che c’erano allora, due anni fa, e che, anche se c’è stato uno sforzo per superarle, in gran parte però rimangono ancora.

Sarà una visita di quattro giorni molto intensa. Il Papa abbraccerà la chiesa locale e parteciperà ad un incontro interreligioso proprio ad Ur, la città di Abramo, visiterà luoghi di persecuzione, martirio, e di ricostruzione. Qual è il centro di questo viaggio?

R. – Il centro sta proprio nel fatto che il Papa vuole lanciare un messaggio verso il futuro: questo è il centro. Ci sono situazioni e realtà che vivono una certa sofferenza, a parte proprio dove c’è stata la persecuzione, il martirio. La Chiesa stessa vive una situazione di difficoltà, il dialogo interreligioso ha bisogno di essere promosso. Le difficoltà però si possono superare, se ci sono la buona volontà e l’impegno da parte di tutti, di mettersi insieme, collaborare per ricostruire. Credo che il messaggio, il centro, sarà questo: non lasciamoci bloccare da tutto quello che è successo, per quanto negativo possa essere stato – ed è stato molto negativo – ma guardiamo avanti con speranza e con coraggio per ricostruire questa realtà dell’Iraq.

Qual è il significato dell’incontro con il Grande Ayatollah Al-Sistani. Un altro pilastro per il ponte della fratellanza?

R. – Sì, credo certamente di sì, anche tenendo conto che Al-Sistani è una delle personalità più simboliche, più significative, del mondo sciita; e tenendo conto poi che Al-Sistani, si è sempre pronunciato in favore di una convivenza pacifica all’interno dell’Iraq, dicendo che tutti i gruppi etnici, i gruppi religiosi, sono parte del Paese. Questo è molto importante perché va nel senso e nella direzione proprio della costruzione di questa fraternità fra cristiani e musulmani, che dovrebbe caratterizzare il Paese. Quindi è davvero un momento importante e credo che sarà uno dei momenti certamente più significativi della visita del Papa in Iraq.
 

In questi ultimi anni, a causa delle violenze, oltre un milione di cristiani è espatriato dall’Iraq. Il viaggio del Papa porta anche la speranza di un cambiamento in questo senso?

R. – Certamente la Chiesa - i cristiani, i cattolici - in Iraq, stanno attendendo con grande desiderio il Papa. E certamente hanno bisogno di essere incoraggiati a vivere la propria vocazione cristiana all’interno di questa realtà così difficile come l’Iraq, direi che quasi è una vocazione nella vocazione cristiana, quella dei cristiani del Medio Oriente, di vivere nella loro realtà, nel loro ambiente, nei loro Paesi. E quindi certamente il Papa darà un incoraggiamento a questa Chiesa ad essere coraggiosa, capace di testimoniare, e farà anche un invito a rimanere proprio sul posto per dare una testimonianza della presenza. Abbiamo già detto tante volte che senza i cristiani il Medio Oriente non sarebbe più tale.

Il governo iracheno ha salutato questo viaggio come “un messaggio di pace”. Come si costruisce la stabilità, il dialogo, la convivenza, dopo tanti anni di devastazione e violenza?

R. – È una grande sfida questa, una grande sfida alla quale il governo naturalmente, e tutta la società, tenta di dare una risposta. Torniamo a ciò che dicevamo, ovvero verso l’unità. Bisogna mettersi insieme e collaborare. Per mettersi insieme per collaborare, per costruire questa unità, certamente c’è bisogno di perdono e di riconciliazione. Bisogna superare il passato, guardare avanti in questo senso, nuovo e positivo. Nello stesso tempo, poi, ci sono anche dei provvedimenti da prendere, per esempio, contro il settarismo, che purtroppo caratterizza ancora ampie

frange della società, contro la corruzione, le disuguaglianze e le discriminazioni, perché ognuno possa avere il suo posto e ognuno si senta cittadino del Paese, con gli stessi diritti, con gli stessi doveri e con lo stesso impegno e responsabilità di contribuire a costruirlo. Mi pare che queste dovrebbero essere le vie maestre per tentare di ricostruire il Paese.

Eminenza, quale è il suo augurio per questo viaggio?

R. – Il mio augurio è che davvero questo momento, questa presenza del Santo Padre, così attesa, così lungamente sperata e desiderata, possa costituire un momento di rinascita, di rinascita materiale, di rinascita spirituale per il popolo iracheno, perché questo possa avere anche una ripercussione in tutta la regione che ha bisogno di buoni esempi. E che questo avvenga nel segno della fraternità: “Siete tutti fratelli”, è il motto con cui si svolge questo viaggio del Papa.

02 marzo 2021, 14:30