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Assistenza a una persona malata (foto d'archivio) Assistenza a una persona malata (foto d'archivio)  (ANSA)

Conferito a monsignor Mupendawatu Mate Musivi il Premio Cartagine 2.0

Il Premio Cartagine 2.0, per la Sezione “Religione e Filosofia”, è andato quest'anno a monsignor Jean-Marie Mupendawatu Mate Musivi che è stato segretario del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari. “L'uomo sofferente è una delle vie più importanti del dialogo e dell'incontro”, ha detto nella nostra intervista il canonico vaticano

Claudia Di Lorenzi - Città del Vaticano

“Il Premio Culturale Internazionale Cartagine 2.0, 2020” per la Sezione “Religione e Filosofia”, è stato assegnato quest’anno a monsignor Jean-Marie Mupendawatu Mate Musivi, canonico vaticano, già segretario del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari. Giunto alla sua XVIII edizione, il prestigioso riconoscimento è “destinato a coloro che hanno contribuito, in Italia e all’estero, allo sviluppo e alla diffusione della cultura e del sapere” a favore “del progresso dei popoli, del benessere dell’umanità, della ricerca della verità, della libertà, della giustizia e della pace e, quindi, della fratellanza universale”.

Un riconoscimento dell'apporto delle religioni alla fratellanza

Ai nostri microfoni monsignor Mupendawatu Mate Musivi esprime i suoi sentimenti riguardo al conferimento del Premio alla sua persona, avvenuto oggi nel corso di una cerimonia presso la Sala Protomoteca del Campidoglio a Roma:

R. - Nell'attribuirmi il Premio Culturale Internazionale Cartagine 2.0, nella Sezione Religione - Filosofia, l’Accademia ha certamente voluto onorare e riconoscere il prezioso e inestimabile apporto delle diverse religioni nella costruzione della fratellanza universale e nella promozione di una cultura di pace per la giustizia e il progresso integrale dei popoli. Papa Francesco lo ribadisce nella sua ultima enciclica "Fratelli tutti" affermando che "il dialogo fra persone di religioni differenti non si fa per diplomazia, cortesia, tolleranza", giacché "l'obiettivo del dialogo è stabilire amicizia, pace, armonia e condividere valori ed esperienze morali e spirituali in uno spirito di verità e amore". In altre parole, le religioni fanno parte delle diverse ricchezze culturali chiamate oggi a costruire insieme una nuova cultura dell'incontro in cui le differenze convivono integrandosi, arricchendosi e illuminandosi a vicenda. Si tratta ancora una volta di un accorato invito del Santo Padre a volerci incontrare, a gettare ponti e a progettare qualche cosa che coinvolga tutti.

In trent'anni di vita sacerdotale e di esperienza lavorativa presso la Santa Sede, si è impegnato con dedizione e spirito di servizio al mondo della sofferenza e della salute. Cosa significa in questi ambiti promuovere la pace, la fratellanza umana, la giustizia e il progresso umano?

R. - Il Santo Papa Giovanni Paolo II, nella sua lettera apostolica Salvifici doloris, ha indicato l'uomo sofferente e malato come una delle vie più importanti del dialogo e dell'incontro, anche con i non credenti. In questa prospettiva, il Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari - presso cui ho operato al servizio della Sede Apostolica - nato per manifestare la sollecitudine della Chiesa per il mondo degli infermi e dei sofferenti, ha fatto propria la via del dialogo e dell'incontro con i rappresentati delle Chiese e comunità cristiane e ortodosse, ma anche delle altre religioni. Ad oggi gli ospedali della Chiesa sono il grande tempio dell'umanità sofferente, un tempio in cui vengono accolti, assistiti e curati uomini e donne di religioni, razze, culture, e ideologie differenti. Non sono pochi i Paesi a minoranza cristiana in cui ho potuto scoprire, durante le mie visite, numerose strutture sanitarie della Chiesa che sono un dono missionario alle popolazioni locali non cristiane, e che, nonostante la forte diminuzione della presenza religiosa missionaria, continuano ad offrire a quei Paesi, luoghi qualificati di cura e assistenza sanitaria. È capitato che in un Paese dove non esistono strutture sanitarie cattoliche, le autorità politiche ci chiedessero di inviare negli ospedali pubblici delle religiose infermiere. Questi incontri attorno alla figura del malato e dei suoi bisogni hanno fatto nascere occasioni di aiuto e scambio, sia a livello del personale sanitario, dei medicinali e delle apparecchiature mediche, che riguardo i progetti di cooperazione missionaria. Progetti che talvolta si sono tradotti in gemellaggi fra le strutture sanitarie e hanno favorito il miglioramento qualitativo della sanità di quei Paesi. Il dialogo e l'incontro nel mondo della salute fra popoli diversi e a volte antagonisti ha permesso di mettere le basi di una cultura di pace e fratellanza.

La salute è il nuovo nome della pace, sottolinea nelle sue pubblicazioni. Che legame c'è tra la difesa o la costruzione della pace e la possibilità di assicurare l'accesso universale e gratuito alle cure sanitarie di base?

R. - Molti Paesi riconoscono nelle loro costituzioni il diritto alla salute come diritto fondamentale dell'Individuo. E l'Organizzazione mondiale della sanità, nella sua Costituzione afferma che "la sanità di tutti i popoli è una condizione fondamentale della pace nel mondo e della sicurezza”. In altre parole, se la comunità internazionale e le collettività politiche nazionali non tutelano la salute come diritto sociale fondamentale, si corre il rischio di generare disparità fra i Paesi nella lotta alle malattie e nel progresso della scienza medica, e di minare la pace e la sicurezza. Un pericolo per tutti, come mostra purtroppo la pandemia da Covid-19. Di qui la necessità - per le politiche nazionali e sovranazionali - di investire in sanità e non considerare il mondo della salute come improduttivo e quindi degno di continui tagli finanziari. Urge una cooperazione tra le nazioni che guardi al bene comune e alla fratellanza universale. Il richiamo di molte Costituzioni alla garanzia di tutela gratuita degli indigenti, mi fa pensare a milioni di esseri umani ancora oggi privi dell'accesso alle cure sanitarie essenziali, una palese ingiustizia nei loro confronti e una minaccia seria alla pace e alla sicurezza nel mondo.

L'emergenza sanitaria e sociale dovuta alla diffusione del Covid-19 evidenzia l'urgenza di un cambiamento di mentalità che riconosca i limiti della scienza in favore della centralità della persona umana. Quali sono i passi da fare?

R. - La pandemia ha messo a repentaglio la nostra salute e l'economia globale e ha generato una sorta di psicosi collettiva che ci ha fatto smarrire priorità, obiettivi e capacità di giudizio. In questa generale difficoltà a comprendere ciò che sta capitando, avverto l'urgenza di una riflessione pacata che aiuti a superare la semplificazione che ha portato alla sanitarizzazione della società, all'idea di una "lezione del virus", una sorta di lettura provvidenziale e punitiva del Covid-19, e alla neutralizzazione di tutte le altre questioni. Non c'è dubbio che sta per nascere un mondo diverso da fronteggiare capitalizzando ciò che abbiamo imparato di positivo e con lo sguardo in avanti. Osservo tuttavia che, negli ultimi decenni, in particolare nei Paesi ricchi, la scelta di fare della medicina terapeutica il perno di tutto il sistema sanitario ha finito per sacrificare la medicina preventiva che è il settore in cui si combattono le epidemie e le pandemie. La difficoltà oggi è quella di riorganizzare l’intero sistema dando cittadinanza ai tre pilastri della medicina, preventiva, terapeutica e riabilitativa, senza privilegiarne nessuno. Ma è questione che richiederà anni giacché riguarda la ricollocazione delle risorse finanziarie, la riprogrammazione della formazione degli operatori sanitari, la ricerca di nuovi paradigmi per l’assistenza medico-sanitaria e, dunque, un cambiamento di mentalità e di cultura medica.

Una cultura che deve tenere sempre presente la persona...

R. - E' chiaro che in tutto ciò il malato deve rimanere al centro di una medicina umanizzata. Gli operatori sanitari devono diventare servitori della vita e contribuire a creare le condizioni per umanizzare l'ambiente ospedaliero affinché diventi una casa accogliente e fraterna per tutti. La Chiesa, per la sua lunga storia nel mondo della sofferenza e della salute, ha molto da dare, giacché la sua missione di evangelizzazione per la salvezza dell'uomo va di pari passo, come ce lo insegna Cristo, con l'assistenza dei malati. Infatti, inviando i suoi discepoli in missione, Egli dice loro: "Andate ad annunciare il Vangelo e curate gli infermi". E' quindi una missione per gli operatori del mondo della sofferenza e della salute, amministratori, medici, infermieri, farmacisti, volontari, cappellani affinché non facciano mancare ai fratelli e alle sorelle sofferenti, in particolare in questo periodo del Covid-19, il loro umano e generoso servizio di assistenza.

15 ottobre 2020, 17:08