solidarietà solidarietà 

Covid-19: le “buone pratiche” per ricostruire le comunità post-pandemia

La pandemia da Covid-19 non richiede solo risposte immediate ed urgenti in ambito sanitario, ma anche progetti a lungo termine per ricostruire il tessuto sociale e comunitario, duramente colpito dal virus

Isabella Piro – Città del Vaticano

“Ci troviamo in una fase nuova, caratterizzata da numerose difficoltà e altrettante ripercussioni, in cui siamo chiamati ad affrontare sfide più complesse, dalle quali la crisi causata dalla pandemia non è separata, ma è parte integrante”: si apre così il numero 22 del Bollettino settimanale sulle persone vulnerabili e fragili in movimento in epoca di Covid-19, a cura della Sezione per i migranti e i rifugiati del Dicastero per lo Sviluppo umano integrale. “Il coronavirus non è l'unica malattia da combattere - si legge - Piuttosto, la pandemia ha messo in luce mali sociali ulteriori”. L’uscita da una crisi è, dunque, “un momento cruciale, che definisce il futuro della società. È tempo di perseguire una vita di servizio, un dono della propria vita per l’altro, per creare una società più equa, meno individualista e più attenta all'ambiente”. Di qui, l’invito del Dicastero a soffermarsi su questa “nuova fase che volge lo sguardo alle buone pratiche degli attori cattolici per creare un futuro migliore, favorire l’integrazione nella nostra società comune e ricostruire la nostra casa comune”.

Gli esempi in Nigeria, Israele e India

Nel mondo, di “buone pratiche” messe in atto dai cattolici se ne registrano tante: in Nigeria, nelle regioni nord-orientali, ad esempio, il Jesuit Refugee Service offre programmi di formazione agricola attraverso una Scuola per la coltivazione ed una Scuola per il commercio. Qui, gli studenti apprendono le tecniche agricole moderne e sostenibili e ricevono vari semi e fertilizzanti, rispettosi dell'ambiente e utili al controllo delle malattie biologiche. In Israele, invece, il collettivo di rifugiate africane, denominato “Kuchinate”, ha realizzato mascherine e bambole di stoffa che sono state poi messe in vendita. Il ricavato rappresenta una fonte di sostentamento per le donne africane richiedenti asilo nel Paese. Il collettivo conta 200 membri attivi è stato sostenuto da diverse organizzazioni caritative cattoliche, tra cui le Suore Comboniane, la spagnola “Manos Unidas” e una parrocchia della Svizzera. E ancora: nello Stato indiano del Bihar, 84 sacerdoti dell'Arcidiocesi di Patna hanno rinunciato a parte del loro reddito mensile in favore dei poveri e dei disoccupati. In tal modo, la Chiesa cattolica è stata in grado di fornire assistenza ai bisognosi, produrre e distribuire maschere protettive e gel disinfettante, e lanciare programmi di consapevolezza sul coronavirus. Nella regione, infatti, circa il 33% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, e più di un milione di lavoratori migranti interni si sono ritrovati disoccupati a causa della pandemia.

D’Ambrosio (Gregoriana): riconnettere tessuto delle relazioni

Ma come fare affinché queste “buone pratiche” non si esauriscano con la fine della pandemia, bensì assumano un significato più ampio e globale, a lungo temine? La risposta principale è nella ricostruzione del tessuto sociale, come spiega padre Rocco D’Ambrosio, professore ordinario di Etica pubblica presso la Facoltà di Scienze Sociali della Gregoriana di Roma:

Ascolta l'intervista a padre D'Ambrosio

R. Il problema principale, in questo periodo di crisi sanitaria, sono le relazioni e le limitazioni che le relazioni hanno, a causa della mascherina, delle distanze, dei luoghi che non si possono frequentare. Quindi, la buona pratica da mettere in atto è quella di riconnettere il tessuto delle relazioni. E la comunità è un tessuto di relazioni. Tra l’altro, il virus colpisce il sistema respiratorio e quindi colpisce la nostra capacità di parlare, perché abbiamo difficoltà a farlo. Ed è proprio su questo che si dobbiamo concentrare: come possiamo ritessere le relazioni, nonostante tutte le limitazioni? Alcune volte, penso che sia un po’ superficiale pensare che per ritessere relazioni, basti andare on line, fare una videochiamata, perché questo diventa un po’ troppo comodo e, per altri aspetti, pericoloso. Sono, invece, le relazioni che sono da riavviare. Del resto anche il Papa, nell’Enciclica “Fratelli tutti sulla fraternità e l’amicizia sociale”, non fa altro che parlare della qualità delle relazioni.

D. Come rendere concreto, a partire dalle piccole cose quotidiane, l’auspicio del Pontefice alla fraternità e all’amicizia sociale?

R. Io credo che l’Enciclica sia in controtendenza, nel senso che mentre questa crisi ci porta ad isolarci, ad avere una stanchezza nelle relazioni, “Fratelli tutti” ci sprona ad aprirci, a creare fratellanza. Ci sono tre elementi che mi hanno colpito: prima di tutto, la critica costruttiva a quello che stiamo vivendo, all’individualismo, ad alcuni meccanismi economici e politici. Poi, il Papa fa una lettura delle radici antropologiche della fratellanza e ne fa, quindi, un approfondimento. Quando noi parliamo della necessità di ritessere le relazioni, diamo per scontata la domanda: “Tu cosa pensi delle relazioni? Qual è il valore che ha l’altro per te? Se sei chiuso nel tuo individualismo, è ovvio che non ti apri alle relazioni”. E il terzo passaggio è quello educativo: in questo momento, noi siamo chiamati ad una verifica a 360 gradi, nel senso che dobbiamo chiederci: “Come ho concepito finora le mie relazioni? E come posso migliorale?”. Le espressioni che il Papa usa - “Siamo tutti sulla stessa barca”, “Dobbiamo uscirne insieme”, “Siamo debitori gli uni degli altri” – indicano che, per alcuni di noi, esse non sono più verità. Quindi dobbiamo educarci, auto-formarci e questo non riguarda solo i giovani, bensì anche gli adulti e gli anziani.

D. Paura dell’altro e mancanza di integrazione sono state solo alcune tra le conseguenze sociali più forti della pandemia. Come vincerle adesso?

R. La paura si realizza quando non riusciamo ad interpretare quello che succede, l’ignoto che è davanti a noi. Non dobbiamo nascondere a noi stessi che la crisi sanitaria fa paura: il virus è imprevedibile e l’unica cosa che abbiamo capito è che la sua logica è universale. Questo crea terrore, ma esistono gli antidoti alla paura. Io, come credente, mi dico: “Che senso ha recitare il Salmo ‘Il Signore è il mio Pastore’ e poi, poco dopo, avere paura riguardo al virus?”. Le paure si vincono, quindi, ricavandosi uno spazio interiore e questo vale per tutti, non solo per i credenti. È nell’interiorità che io ricompongo il mosaico di me stesso, il mosaico delle mie relazioni con l’altro e sconfiggo le paure con dei punti fermi.

D. Il Covid-19 ha acceso i riflettori anche sulla necessità di salvaguardare il Creato, perché – come ha detto spesso il Papa – tutto è connesso. Tra le “buone pratiche”, dunque, c’è anche la tutela dell’ambiente?

R. Certamente, senza ombra di dubbio. Però questo nesso è percepito realmente? Cioè: stanno cambiando davvero i nostri modi di approcciarci al Creato? L’Enciclica di Papa Francesco “Laudato si’ sulla cura della casa comune” sta ancora lì, nel senso che l’abbiamo celebrata, ma quante prassi essa ha determinato, a livello personale e comunitario? Il “tutto è connesso” non solo tra di noi, ma anche con la natura, deve ancora diventare un linguaggio universale. 

D. Occorre anche una politica dagli ideali alti, non sottomessa agli interessi della finanza, ma al servizio del bene comune?

R. Faccio riferimento al quinto capitolo della “Fratelli tutti”, quello su “La migliore politica” perché in esso il Papa declina il bene comune. Esso è concetto così ampio che include tutto, che va dal vitto all’alloggio, fino alla libertà religiosa. Bisogna riconoscere, però, che in alcuni ambienti, anche ecclesiali, molte volte il riferimento al bene comune è un po’ retorico. Qual è, invece, la sua declinazione? Il Papa la fa iniziare dal problema del lavoro, perché il lavoro è una traduzione del bene comune. Più avanti, il Pontefice dice che il mercato e la finanza devono garantire il bene di tutti e non creare “gli scarti”; parla di “buone pratiche” che la politica deve mettere in atto. Quindi noi dobbiamo chiedere alla politica il bene comune, ma dobbiamo chiederle di declinarlo con politiche particolari in favore dei poveri, dei migranti, dell’ambiente, della solidarietà con i disoccupati. In tal modo, facciamo davvero un salto di qualità anche come annuncio evangelico riguardo alla politica.

D. Qual è la missione della Chiesa, in questo contesto? Quale ruolo ha in questo momento storico?

R. La missione della Chiesa è alta ed è urgente, perché il Papa è uno dei pochi leader al mondo che guarda un po’ più avanti della realtà contingente. Non dobbiamo lasciarlo da solo. Non a caso, il Pontefice, in “Fratelli tutti”, fa riferimento non solo alla pandemia da Covid-19, ma anche alla crisi economica del 2007, quindi la sua è una profezia maturata nel tempo che impone alle comunità di guardare molto avanti, di portare speranza. Una speranza che non è vuota, ma fondata: è la speranza della fratellanza, delle relazioni che si costruiscono. La domanda che dobbiamo porci, dunque, è la seguente: “Stiamo vivendo la nostra missione in maniera profetica, portando una parola vera, autentica, pregnante all’umanità?”. Pensiamo a quanto è forte l’espressione che il Papa usa nell’Enciclica: “Siamo fatti della stessa carne” (n. 8). È un’espressione bellissima che richiama l’incarnazione, questa concretezza di umanità che deve camminare verso traguardi migliori. Quindi, la missione della Chiesa oggi è alta, è profetica ed è urgente.

Per i precedenti numeri del Bollettino, visitare il sito 

https://migrants-refugees.va/it/blog/2020/04/21/covid-19-nessuno-va-dimenticato/

Se desiderate ricevere il bollettino direttamente al vostro indirizzo email, potete inviare una semplice richiesta a media@migrants-refugees.org

Grazie per aver letto questo articolo. Se vuoi restare aggiornato ti invitiamo a iscriverti alla newsletter cliccando qui

08 ottobre 2020, 14:19