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Pontificia Accademia per la Vita: l'aborto in casa lascia la donna sempre più sola

In una nota, la Pontificia Accademia per la Vita critica la scelta di aggiornare le "Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza" in Italia, confinando l'aborto tra le mura domestiche. Il sostegno alla vita nascente e alle famiglie - si afferma - resta il banco di prova per una società che sappia costruire con lungimiranza il proprio futuro

Gabriella Ceraso - Città del Vaticano 

"Non saranno certo queste linee guida a cambiare le posizioni che da sempre si confrontano intorno a quella che rimane una delle questioni più dolorosamente laceranti della bioetica".  Parte da questa premessa la nota con cui la Pontificia Accademia per la Vita si pronuncia sulla circolare emanata il 12 agosto 2020 dal Ministero della Salute italiano in merito all'aggiornamento delle “Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con mifepristone e prostaglandine”.

L'impegno nella prevenzione dell'aborto, totalmente disatteso

Per "aiutare a chiarire il senso e i possibili rischi di quanto è avvenuto" con la scelta di attuazione delle modifiche, la Pontificia Accademia per la Vita richiama il contesto in cui si inscrive la legge del 22 maggio 1978, la n. 194, normativa in vigore sulla interruzione volontaria della gravidanza. In particolare, il Dicastero rilegge l'articolo 1 e 2 ricordando che in essi lo Stato "riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio" e pur ammettendo in certe condizioni l’interruzione volontaria della gravidanza, nega che quest’ultima possa essere considerata "un mezzo per il controllo delle nascite". In merito inoltre al ruolo dei consultori familiari affida loro un incarico informativo ma soprattutto il compito di contribuire "a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza".

E dunque, prima di valutare le novità delle nuove linee guida, la nota evidenzia quanto sia rimasta disattesa proprio "la parte della legge 194 intorno alla quale poteva e potrebbe ancora essere cercata e alimentata un’idea di civiltà condivisa. Parliamo dell’impegno - si legge nella nota - a dare davvero alla donna (e alla coppia) tutto il sostegno possibile per prevenire l’aborto, superando quelle condizioni di disagio, anche economico, che possono rendere l’interruzione della gravidanza un evento più subìto che scelto".

Nel declino dell'azione dei consultori, dunque, il "disimpegno" che, secondo l'Accademia per la Vita, "tende in realtà a far gravare in modo sempre più pesante sulle spalle della (sola) donna l’onere di un gesto che lascia profonde tracce nella sua biografia".

La scelta abortiva, confinata sempre più nel privato

Dato questo contesto, la nota passa in rassegna le innovazioni introdotte con le linee guida, per rimarcare  quanto segnino un passo nella direzione del "confinamento nella sfera privata di un gesto di grande rilevanza emotiva, sociale e morale" allontanandolo "ulteriormente, con tutti i problemi dei quali questa decisione si carica, dalla trama delle relazioni sociali e dalla sfera della responsabilità comune, che la legge 194 chiama invece direttamente in causa".  

La prima innovazione introdotta è, infatti, - si spiega - "il superamento del vincolo al regime di ricovero ospedaliero (peraltro facilmente aggirabile e sostanzialmente già superato in molti casi) fino alla conclusione del percorso assistenziale: con la somministrazione del farmaco in day hospital, il vero e proprio momento di espulsione del feto può avvenire quando la donna è ritornata a casa". La seconda innovazione, invece, consiste "nel protrarre il termine di utilizzo del farmaco dalla 7a alla 9a settimana. L’intervento può quindi svolgersi in una fase più avanzata della gravidanza, quando incertezza e rischio possono risultare maggiori".

Sostegno alla vita nascente è banco di prova per la società

“Il passo che viene fatto - sottolinea la Pontificia Accademia per la Vita - al di là della valutazione, ovviamente fondamentale, degli aspetti di efficacia e sicurezza per la donna, sembra andare nella direzione di un più forte confinamento nella sfera privata di un gesto di grande rilevanza emotiva, sociale e morale”. “Consentire che l’aborto possa avvenire tra le mura domestiche significa allontanarlo ulteriormente, con tutti i problemi dei quali questa decisione si carica, dalla trama delle relazioni sociali e dalla sfera della responsabilità comune, che la legge 194 chiama invece direttamente in causa. Può essere facile obiettare – e ci sono fondate ragioni per farlo – che gli ospedali non sono necessariamente il luogo migliore per perseguire questo obiettivo di accompagnamento e sostegno e che comunque questa preoccupazione si applica a ciò che precede la decisione di interrompere una gravidanza. Ma proprio per questo - conclude la nota - occorre non rinunciare alla ricerca di modalità e strumenti più adeguati per un progetto condiviso: accompagnamento e sostegno alla vita nascente e concepita e alle famiglie restano il banco di prova per una società attenta e sensibile che sappia costruire con sapienza e lungimiranza il proprio futuro.

 

 

14 agosto 2020, 12:00