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Sessant’anni fa l’incontro tra san Giovanni XXIII e Jules Isaac

Dall'Osservatore Romano Abraham Skorka, rettore dell' Istituto per le relazioni ebraico-cattoliche dell'Università S. Joseph di Philadelphia, rilegge il significato di un breve ma significativo incontro del 13 giugno 1960, momento di grande trasformazione e inizio di un “cammino di amicizia” che da allora ha benedetto cattolici ed ebrei

di Abraham Skorka

Ci sono momenti nella storia che cambiano per sempre popoli e persone. Molti di questi momenti sono incontri tra persone e Dio o tra persone e il loro prossimo. L’incontro di Abramo con il Creatore, in cui udì l’ordine: «Vattene» (Genesi 12, 1), e quello di Mosè con Dio nel roveto ardente (Esodo 3) sono due esempi biblici di conversazioni che hanno portato grandi trasformazioni. Un altro punto di svolta nella storia c’è stato sessant’anni fa, il 13 giugno 1960, quando il professor Jules Isaac è stato in udienza da Papa san Giovanni XXIII.

Erano passati quindici anni dalla fine della seconda guerra mondiale; un nuovo mondo stava nascendo sulle macerie e la devastazione lasciate dalla conflagrazione. Il Papa comprese che la Chiesa cattolica doveva adattarsi alla nuova realtà se voleva dare il suo contributo ai bisogni del mondo. Così, annunciò che avrebbe convocato un grande concilio dei vescovi di tutto il mondo, il concilio Vaticano II.

Su invito del Vaticano, vescovi e teologi inviarono migliaia di proposte di temi da trattare nel concilio. Tra queste, quasi nessuna chiedeva che il concilio affrontasse la questione della Shoah e il suo nesso con secoli di insegnamento antiebraico. A fare eccezione era l’appello inviato dal rettore e dai docenti gesuiti del Pontificio Istituto Biblico di Roma.

L’evidente e diffusa incapacità di comprendere l’urgenza della questione addolorò profondamente il padre paolino Thomas F. Stransky, che faceva parte del personale del Segretariato per la promozione dell’unità dei cristiani e che alcuni decenni dopo ricordò: «Mi domandavo: quell’indifferenza era una svista collettiva involontaria? L’esperienza del genocidio degli ebrei nell’Europa cristiana, la “soluzione finale” per il popolo ebreo nel mondo, era già stata dimenticata o accantonata? I processi per crimini di Guerra di Norimberga del 1947 tanto pubblicizzati non erano altro che un pallone presto sgonfiatosi?”».

Il Professor Jules Isaac, storico ebreo, era famoso già prima della seconda guerra mondiale per i suoi libri sull’educazione secondaria in Francia. L’aver perso la moglie, la figlia e il genero ad Auschwitz e a Bergen-Belsen non fece di lui una persona amareggiata. Nel 1947 pubblicò uno studio importante, Jésus et Israël, su come l’essere ebreo di Gesù contrastava con i successivi insegnamenti antiebraici dei cristiani. Fu anche uno dei fondatori di Amitié Judéo-Chrétienne de France e tra i principali partecipanti alla famosa conferenza di Seelisberg (1947). Comprese che, sebbene l’antisemitismo nazista avesse radici pagane, secoli di «insegnamento del disprezzo» (che è il titolo del suo libro del 1962) da parte dei cristiani avevano aiutato molto i nazisti. E così divenne un grande sostenitore del dialogo tra ebrei e cristiani. Quando Giovanni XXIII, appena eletto, annunciò il grande concilio, Isaac chiese udienza. Scoprì nel nuovo Papa un interlocutore comprensivo.

Il Papa, al secolo Angelo Roncalli, quando era ambasciatore della Santa Sede in Turchia, su richiesta dell’Agenzia ebraica, aveva fornito migliaia di certificati di battesimo falsi e di visti a ebrei bulgari, romeni, slovacchi e ungheresi, salvandoli dalla Shoah e permettendo loro di fuggire dall’Europa in Palestina. Nel suo primo Venerdì santo come Papa, aveva tolto la parola perfidis dall’intercessione per gli ebrei.

Quando i due s’incontrarono, il 13 giugno 1960, Isaac presentò un dossier in cui erano riassunte le sue ricerche e chiese che, in preparazione del concilio, un sottocomitato esaminasse l’insegnamento cattolico sugli ebrei. Secondo quanto riferito da Isaac, il Papa avrebbe detto: “Ci avevo pensato all’inizio della nostra conversazione”. Si lasciarono amichevolmente e quando Isaac si domandò a voce alta se poteva portare via con sé “almeno un briciolo di speranza”, Papa Giovanni esclamò: “Molto più che una speranza, lei ha diritto di avere”.

Dopo l’interruzione estiva, il Papa incaricò il cardinale Agostino Bea di formare il sottocomitato. Tale direttiva alla fine avrebbe portato, il 28 ottobre 1965, alla promulgazione della Nostra aetate. Ricordando l’udienza con il Professor Isaac, il segretario personale di Giovanni XXIII scrisse: «Ricordo molto bene che il Papa rimase profondamente colpito da quell’incontro e ne parlò con me a lungo. È anche vero che fino ad allora Giovanni XXIII non aveva considerato di dover affrontare la questione ebraica e l’antisemitismo. Ma da quel giorno vi si dedicò completamente».

Il breve incontro tra il Papa e il professore fu quindi un momento di grande trasformazione. Fu l’inizio di un “cammino di amicizia”, come lo ha descritto Papa Francesco, che da allora ha benedetto cattolici ed ebrei.

Tale cammino non è stato privo di passi falsi e controversie. Ma poco a poco abbiamo imparato come parlare gli uni con gli altri, e in molte parti del mondo è cresciuto tra noi un dialogo profondo. Abbiamo imparato ad apprezzare le nostre differenze, a stimare i modi diversi in cui ebrei e cattolici si sono alleati con Dio, a vedere la santità nelle nostre rispettive tradizioni e a poterci dire gli uni agli altri, «sono venuto alla tua presenza, come si viene alla presenza di Dio» (Genesi 33, 10).

Mentre ricordiamo il momento di svolta nella storia rappresentato dal dialogo tra Giovanni XXIII e Jules Isaac, ringraziamo Dio e onoriamo la loro memoria approfondendo e prolungando il dialogo che hanno avviato sessant’anni fa.

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12 giugno 2020, 16:21