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La Santa Sede sull'Eritrea: su istruzione e sanità serve un dialogo rispettoso

Monsignor Ivan Jurkovič Osservatore permanente della Santa Sede presso l'ONU e altre organizzazioni internazionali a Ginevra alla 43a sessione del Consiglio per i diritti umani è intervenuto sulla situazione della Chiesa cattolica in Eritrea e sui provvedimenti di sottrazione da parte del governo della gestione di strutture sanitarie e educative

Gabriella Ceraso – Città del Vaticano

La preoccupazione per le chiusure e le requisizioni di strutture sanitarie ed educative in Eritrea e l’incoraggiamento al governo perché intraprenda la strada del “dialogo rispettoso”. Questo al centro della dichiarazione dell'arcivescovo Ivan Jurkovič, osservatore permanente della Santa Sede presso l'Onu e altre organizzazioni internazionali a Ginevra, alla 43.ma sessione del Consiglio per i diritti umani.

La Santa Sede ha rilanciato in questa sede quanto già i vescovi eritrei nel settembre del 2019 scrivevano in una Lettera inviata al ministro eritreo dell’Istruzione pubblica, in merito a provvedimenti unilaterali del govreno di Asmara, avviati da un paio di anni a cominciare dall’ordine di chiusura della scuola secondaria "Santissimo Sacramento" del Seminario della capitale. Un’istituzione storica, che nel corso di oltre un secolo ha svolto una rilevante funzione culturale e spirituale, a servizio della Chiesa e del Paese.

“La Chiesa - scrivevano in quell'occasione i presuli - rivendica per sé un insieme di diritti” tra cui “possedere proprietà mobili e immobili congrue allo svolgimento della sua multiforme missione. Poiché si tratta di diritti naturali ad essa accordati da Dio stesso, permetterne o negarne l'esercizio non spetta, per nessun titolo, alla volontà o al capriccio di chicchessia”.

La Chiesa cattolica, ribadisce dal canto suo in sede Onu monsignor Jurkovič, in accordo con la propria natura e con la propria missione universale, "svolge attività caritative e sociali per tutta la popolazione, con un'attenzione particolare ai più bisognosi, senza discriminazioni". Gli obiettivi perseguiti - fa notare - "sono umanitari e non politici, al fine di promuovere giustizia, pace, riconciliazione e dialogo".

Nelle parole dell’Osservatore permanente emerge poi l’incoraggiamento al Governo eritreo ad avviare un "dialogo costruttivo e rispettoso" con la Santa Sede, in vista della "costruzione di un futuro prospero e pacifico, in cui i diritti di libertà di religione o di credo siano rispettati" nel contesto del diritto internazionale, "per lo sviluppo integrale di tutti".

La speranza che la Chiesa cattolica in Eritrea "possa godere della libertà di servire il bene comune anche attraverso le sue istituzioni locali", espressa da monsignor Jurkovič in chiusura della sua Dichiarazione, fa risuonare le parole che il Papa l’11 gennaio scorso ha pronunciato in occasione dell’incontro con alcuni rappresentanti della Chiesa di eritrea

Auspico anche che alla Chiesa Cattolica nelle vostre Nazioni sia garantita la libertà di servire il bene comune, sia consentendo a voi studenti di compiere gli studi a Roma o altrove, sia tutelando le istituzioni educative, sanitarie ed assistenziali, nella certezza che i Pastori e i fedeli desiderano insieme a tutti gli altri contribuire al bene e alla prosperità delle vostre Nazioni.

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27 febbraio 2020, 15:13