Papa Francesco incontra in Vaticano i profughi di Lesbo

Oggi i rifugiati arrivati recentemente a Roma da Lesbo con i corridoi umanitari, incontrano il Papa. Vatican News è stata al fianco del cardinale Konrad Krajewski e della Comunità di Sant’Egidio nell’accompagnare questo gruppo di profughi a Roma, per volontà di Francesco

Giada Aquilino -  Città del Vaticano

Papa Francesco incontra oggi in Vaticano al termine delle udienze della mattina, i 33 profughi da Lesbo richiedenti asilo politico, tra cui 14 minori; tra loro anche una decina di fedeli cristiani. Inoltre il Pontefice – ha dichiarato il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni - farà posizionare una croce, nell’accesso al Palazzo Apostolico dal Cortile del Belvedere, in ricordo dei migranti e dei rifugiati. I profughi di Lesbo che incontra oggi il Papa sono giunti a Roma grazie ad un corridoio umanitario, accompagnati dal cardinale Konrad Krajewski e dalla Comunità di Sant’Egidio che avevano avuto modo di verificare la drammatica situazione dei rifugiati che vivono da mesi nell'isola greca in condizioni disumane.

I profughi nel campo di Moria

A vederlo dalle colline, il campo profughi di Moria non sembra l’hot spot più grande di Lesbo, che insieme all’agglomerato sorto accanto - solo tende, lamiere, poca acqua e quasi niente elettricità - ospita ben 14 mila migranti sui 17 mila attualmente presenti sull’isola greca. Potrebbe apparire come una sorta di villaggio tra gli ulivi. Se non fosse che, superato il filo spinato, si arriva tra i profughi e ci si rende conto come le presenze siano triplicate e le condizioni umanitarie drasticamente peggiorate rispetto al maggio 2019, quando come inviato del Papa il cardinale Konrad Krajewski venne a Lesbo per la sua prima visita. Per 33 di quei profughi, grazie al Pontefice, alla Comunità di Sant’Egidio e a un corridoio umanitario entro i confini europei, presto la vita cambierà.

Affollamento, sicurezza, servizi

Ma a Moria, ad un braccio di mare dalla Turchia, rimangono stipati afghani, siriani, iracheni e sono aumentati pure gli africani, soprattutto i somali. Parlano il farsi, l’arabo, l’inglese, il francese. Tra loro, c’è Said Mohammad, afghano di etnia hazara, storicamente perseguitata in patria. “Il problema più grande - dice a Vatican News - è l’affollamento, c’è tanta gente che vive qui a Moria. Quando ci sono così tante persone, i servizi diminuiscono, con conseguenti problemi sanitari e malattie. Soprattutto per i bambini e le donne è una grande emergenza. La sicurezza viene subito dopo. Ci sono tantissime famiglie che vivono nella boscaglia, in piccole tende: una tenda diventa la prima casa delle famiglie. Qui durante l’inverno di notte fa molto freddo, piove spessissimo e quando si trova il modo di scaldarsi c’è però bisogno di corrente. Ma l’accampamento nella boscaglia - fa notare - si sta allargando e per questo motivo purtroppo la corrente non arriva a tutti. E poi mancano i servizi, come bagni e docce”.

Sette mesi dopo

Sulle orme del Papa, che a Lesbo venne nel 2016, l’Elemosiniere apostolico è tornato a Moria a dicembre 2019, con le temperature ormai più basse, per constatare di persona la situazione. Ad affiancarlo, ancora una volta, la Comunità di Sant’Egidio. Un sorriso, una stretta di mano, un rosario di Francesco, un piccolo contributo in denaro donato soprattutto alle mamme con i bambini piccoli, incontrate anche al centro ricreativo della Ong Team Humanity, dove in questo periodo si distribuiscono giacche e cappotti. “Quando siamo stati qui a maggio - racconta il cardinale Krajewski - non c’erano tutte queste tende: ci dicono che ci sono arrivi di 2-300 persone durante la notte. Adesso serve la buona volontà di chi governa per svuotare questi che sono ‘campi di concentramento’. Cominciamo intanto col portare via da questo campo 33 persone e speriamo che tutta la Chiesa in Europa si apra in questo modo, che tutte le Conferenze episcopali invitino le persone per ospitarle nelle proprie diocesi”.

Famiglie, un gruppo di giovani, donne sole

Su desiderio di Papa Francesco, infatti, il cardinale Krajewski è venuto a Lesbo per accompagnare di persona in Italia un gruppo di 33 profughi richiedenti asilo politico, tra cui 14 minori e una decina di fedeli cristiani. L’accoglienza è a carico della Santa Sede e di Sant’Egidio, con ospitalità a Roma presso la casa famiglia della Comunità a Santa Maria in Trastevere, ma anche in appartamenti messi a disposizione da privati e case religiose, da piccole fondazioni e parrocchie. Daniela Pompei, responsabile dei servizi immigrazione e integrazione della Comunità di Sant’Egidio, spiega chi siano i 33 migranti. “Sono famiglie con minori e un gruppo di giovani afghani, anche anziani, poi una donna del Camerun e una donna del Togo. Queste persone - aggiunge - sono in attesa a Lesbo da tanti mesi, alcuni aspettano il primo colloquio alla commissione per la richiesta d’asilo e l’appuntamento per loro è previsto per il 2021: vuol dire essere fermi sull’isola anche per due anni. È importante ricominciare a vivere e farlo presto. Il percorso di integrazione comincerà subito: sono previste le iscrizioni a scuola per i minori e l’inserimento ai corsi per gli adulti, per imparare la lingua italiana”.

Kymia, simbolo di pace

Gli operatori di Sant’Egidio si dedicano intanto agli ultimi colloqui per appurare che tutti i documenti siano in regola. Chi parte dice addio a Moria, ma non agli amici che rimangono a Lesbo: con loro un intenso abbraccio, poi neppure i più piccoli hanno tentennamenti nel salire sul pullman che dal campo li trasferisce all’aeroporto di Mitilene. Quindi le procedure burocratiche con le autorità aeroportuali e la polizia e l’atteso decollo per Atene, con un volo carico di ricordi e speranze assieme. Nella capitale greca, una lunga notte trascorsa in aeroporto. Qui conosciamo Clarisse, viene dal Camerun. Da lì è fuggita per arrivare prima in Turchia e poi in Grecia. Nei suoi occhi le traversate, le minacce, la violenza subita. In braccio ha sua figlia di tre mesi, Kymia: significa pace. “Sono venuta via dal Camerun - racconta commossa - perché ero stata costretta a un matrimonio forzato. La famiglia non aveva abbastanza mezzi, visto che i miei genitori erano morti, e così mi ha costretta a sposare un signore che aveva denaro. Era molto grande di età e io non volevo! Così ho preferito venire qui perché, mi sono detta, mi sarei sentita più sicura. Sono venuta in cerca di protezione, perché ero stata minacciata di morte, ma tutti vogliono vivere: se qualcuno ti dice ‘ti taglieremo la gola’, tu scappi…”.

I corridoi umanitari

Da Atene a Roma, il trasferimento cominciato a Moria si conclude dopo diciassette ore e mezza. A Fiumicino l’accoglienza dei tanti amici di Sant’Egidio, per far sì che si respiri quella che il fondatore della Comunità, Andrea Riccardi, in conferenza stampa definisce un’aria “di casa”, un’aria “di famiglia”. Quindi un appello affinché in Europa si moltiplichino i corridoi umanitari: non traversate affidate ai trafficanti, che dalla costa turca a Lesbo possono durare tra i 25 minuti e le 4 ore, pagando dai 1.200 euro in su. Ma viaggi che hanno un solo obiettivo: restituire dignità a chi fugge da fame, guerra, violenza, povertà.

ULTIMO AGGIORNAMENTO: 19 DICEMBRE

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18 dicembre 2019, 13:45