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Entro 2050 si prevede che la produzione agricola crescerà del 70 per cento per sfamare 10 miliardi di persone Entro 2050 si prevede che la produzione agricola crescerà del 70 per cento per sfamare 10 miliardi di persone 

Arellano: mondo ha bisogno di leader politici e sociali guidati dall'etica

“Costruire il presente e preparare il futuro con una leadership etica”. Seminario oggi a Roma, organizzato dalla Fondazione Joseph Ratzinger Benedetto XVI e la Missione permanente di osservazione della Santa Sede presso la Fao, l’Ifad e il Pam, le tre agenzie delle Nazioni Unite dedicate ai settori dell’agricoltura e dell’alimentazione.

Roberta Gisotti – Città del Vaticano

Sono tanti i dilemmi che investono il settore agricolo e alimentare e poche le certezze su come evitare rischi catastrofici per l’ambiente, paventati dalla comunità scientifica, che mettono a repentaglio la salute umana e compromettono un futuro di prosperità e pace per l’intera umanità. In questo scenario occorre riflettere e agire secondo principi etici che possano dare risposte in grado di dominare gli eventi e non subirli.

Sviluppo sostenibile ha bisogno di un sistema alimentare equo

Questa la premessa non dichiarata ma sottesa che ha collegato gli interventi dei relatori nel Seminario, ospitato stamane nel Palazzo della Fao, incentrato sull’idea di uno sviluppo sostenibile a partire da un sistema equo produttivo e distributivo delle risorse alimentari. L’incontro introdotto da padre Federico Lombardi, presidente della Fondazione Ratzinger, e da Maria Helena Semedo, vice direttore generale della Fao, ha visto gli interventi di Stefano Zamagni, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, di  Pietro Sebastiani, Ambasciatore d'Italia presso la Santa Sede, di  Vincenzo Buonomo, rettore della Pontificia Università Lateranense, e di mons. Fernando Chica Arellano, osservatore permanente della Santa Sede presso la Fao.

Zamagni: no ad una cultura di accettazione acritica

Tra i pericoli in agguato nel nostro tempo, ha ammonito il prof. Zamagni nella sua relazione guida, è proprio quella sorta di “accettazione acritica di quanto sta accadendo”. “Pochi dati sono sufficienti – ha detto – per darci la misura sulla posta in gioco”: la popolazione mondiale passerà dagli attuali 7 miliardi e 200 milioni a quasi 10 miliardi entro il 2050, per cui, secondo la Banca Mondiale, la produzione agricola dovrà crescere del 70 per cento, con un aumento del 30 per cento delle terre coltivate.

Gestire aumento di produzione agricola e consumi carne

A questo deve aggiungersi – ha ricordato Zamagni - l’aumento del consumo di carne, determinato dalla crescita dei redditi. Ad oggi, il consumo medio di carne è in Nord America di 83 Kg annui a persona, in Unione Europea di 62 Kg, in Asia di 28 Kg e in Africa di 11 Kg. La Fao ha previsto che, al 2050, i consumi di carne aumenteranno del 76 per cento a livello globale, in seguito agli aumenti prevedibili dei redditi in Asia e Africa. Ciò avrà un impatto enorme sul consumo di acqua, se per produrre un Kg di cereali occorre un metro cubo di acqua e per un Kg di carne ce ne vogliono 15. Se dunque non interveniamo in qualche modo – ha ammonito Zamagni “deforestazione ed esaurimento delle riserve di acqua dolce sarebbero le immediate e tragiche conseguenze”. Altri studi documentano che se l’umanità rinunciasse all’allevamento del bestiame da macello, l’uso dei terreni agricoli si ridurrebbe di oltre il 75 per cento, perché gran parte delle coltivazioni sono destinate al foraggio per il bestiame, generando il 60 per cento circa delle emissioni di gas serra. Un aiuto potrebbe arrivare, secondo Zamagni, oltre che da corretti stili alimentari anche dalle nuove biotecnologie applicate agli alimenti, per la produzione diretta di carne in laboratorio; anche se queste partiche sperimentali – sappiamo - suscitano ancora molte resistenze e dubbi.

Ridurre sprechi e perdite alimentari

Altro tema urgente sono gli sprechi e le perdite alimentari, per cui un terzo della produzione mondiale di cibo si perde o si spreca lungo la filiera alimentare, il 32 per cento nella fase di produzione, il 22 per cento nelle fasi successive alla raccolta, il 13 per cento nella fase della distribuzione, il 22 per cento nella fase del consumo. Il 56 per cento di questi sprechi avviene nei Paesi sviluppati, il restante 44 per cento nei Paesi emergenti e in vi di sviluppo.

Pochissime multinazionali dominano il mercato

Ci sono poi gli aspetti finanziari ed economici del mercato alimentare da valutare, che indirizzano le politiche agricole e condizionano la volatilità dei prezzi delle derrate alimentari. Tra gli aspetti più inquietanti, il prof. Zamagni, ha indicato la progressiva concentrazione nelle mani di un ristretto gruppo di multinazionali che detiene il controllo delle sementi e dell’agricoltura mondiale. Nel 1981 operavano in questo settore oltre 7 mila imprese mentre oggi 4 gruppi (Bayer-Monsanto, Dow-Dupont, Chem China-Syngenta, Basf) controllano quasi il 90 per cento dell’intero mercato. Vi sono poi 10 aziende di trasformazione che controllano il 70 per cento del mercato del cibo. Mentre si decanta la libera concorrenza in economia si tollerano processi di concentrazione d’impresa e del capitale mai vista in precedenza. Questione pure importante è il fenomeni del ‘land grabbing’, l’accaparramento di terre, operato nei Paesi in via di sviluppo da parte di soggetti terzi, che operano speculazioni ai danni delle popolazioni locali.

Arellano: manca un’etica solida nelle relazioni internazionali

A tale proposito, mons. Fernando Chica Arellano, ha evidenziato come gli attori internazionali troppo spesso celino la mancanza di un’etica adeguatamente solida, atta conferire loro “un lucido dominio di sé nonché della propria missione”. Da qui il richiamo alla responsabilità dei leader politici e sociali, “chiamati a valutare l’impatto morale delle azioni di cui si fanno promotori”, consapevoli che “ogni iniziativa di ampio raggio s’intenda portare avanti, oltre che incidere sulla vita concreta di milioni di persone, contribuisca non poco a diffondere una determinata mentalità”.

Leader umili, prudenti, empatici, aperti, coerenti

Ma quali sono i connotati di un leader corredato eticamente? Secondo mons. Arellano sono anzitutto l’umiltà e la coscienza dei propri limiti; la prudenza, cioè la capacità di discernimento, di anticipazione delle conseguenze; l’empatia ai problemi e alle sofferenze altrui; l’apertura alla novità, saper leggere i segni dei tempi; la coerenza.

Il futuro di ognuno dipende dagli altri

“Da questo impariamo - ha concluso mons. Arellano - che il leader non può che essere uno che agisce e non solo che parla. E nell’odierno mondo globalizzato, l’azione diventa cooperazione, nella solidale consapevolezza che il futuro di uno dipende dagli altri”. La leadership, “non è quindi questione di abilità nell’ars oratoria, né di ostentazione della cultura, ma di testimonianza. Ben se ne rendono conto e lo richiedono in modo ancor più diretto, i giovani, che vivono in una fase della vita in cui i grandi sogni e gli ideali non devono lasciare spazio alla rassegnazione di fronte ad una realtà che si presenta come deludente e al di sotto delle loro aspettative”.

13 novembre 2019, 13:17