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Il Papa con i laici presenti al Sinodo Il Papa con i laici presenti al Sinodo  (Vatican Media)

Sinodo. Múnera Correa (Colombia): più spazio ai laici

Mons. Francisco Javier Múnera Correa, vescovo di San Vicente del Caguán in Colombia, racconta a Radio Vaticana Italia la sua prima esperienza come padre sinodale, la deforestazione che affligge la propria diocesi e le speranze per Chiese locali più missionarie e sinodali

Fabio Colagrande - Città del Vaticano

Mons. Francisco Javier Múnera Correa, Missionario della Consolata, è vescovo di San Vicente del Caguán, in Colombia. È una regione ecclesiastica situata nel dipartimento di Caquetá, nel cuore dell’Amazzonia colombiana, elevata in maggio da vicariato apostolico a diocesi. In passato è stata una delle roccaforti della guerriglia delle Farc e ancora oggi è una terra che porta le ferite della guerra ma anche della deforestazione incontrollata. Il vescovo ci racconta la sua prima esperienza come padre sinodale all’assemblea speciale per l’Amazzonia.

L'intervista a mons. Francisco Javier Múnera Correa

R. - Sono molto felice di condividere questa esperienza sinodale e sperimentare la vicinanza del Santo Padre, la condivisione con tanti altri fratelli, vescovi, religiosi, sacerdoti, laici, che provengono da tutte le regioni di questa grande regione panamazzonica. Vedere questo cammino di sinodalità mi colpisce positivamente e mi aiuta nel mio ministero.

Quali sono gli obiettivi di questa Assemblea?

R. - Credo che gli obbiettivi di questo Sinodo siano sostanzialmente due. Mettere in risalto l’importanza di questa realtà ecclesiale per tutta la Chiesa e, allo stesso tempo, del ‘bioma’ rappresentato dall’Amazzonia per tutta l’umanità. Non c’era altro luogo più adatto che la Sede di Pietro a Roma, per dare un risalto planetario a questi temi per tutta la Chiesa universale.

Nella sua diocesi amazzonica ci sono casi di deforestazione?

R. - Sfortunatamente, nei territori compresi nella mia diocesi, ci sono territori dove quella che noi chiamiamo la ‘tala’, cioè la deforestazione, la distruzione della ‘foresta primaria’, è stata portata avanti quasi come una politica governativa. Molti contadini hanno abbandonato le regioni andine dove non avevano terre a sufficienza o sono stati costretti a lasciarle dalla guerriglia. Così, anche spinti dalle politiche del Governo, sono arrivati nelle nostre terre amazzoniche e hanno avuto un atteggiamento ‘colonialista’ nei nostri confronti. Così oggi parchi nazionali e riserve naturali della mia diocesi sono utilizzati per l’agricoltura ma per lo più per l’allevamento del bestiame.

C’è una reazione a questa situazione?

R. - Dopo decenni di disboscamento ora è difficile diffondere una mentalità nuova, spiegare alla gente che bisogna riparare a questi danni, ripiantando gli alberi. Ormai il danno è stato fatto e ci vorranno molte generazioni per recuperare quelli che erano dei boschi ‘nativi’. E il danno è più grande di quanto si pensi perché l’Amazzonia è una realtà ‘sistemica’ per cui l’impoverimento della foresta ha impoverito anche il suolo. Quindi molte aree disboscate non sono adatte ora neanche a essere coltivate per l’allevamento. Dovremmo riscoprire il senso della ‘chakra’ indigena o contadina secondo cui ogni aspetto della natura è collegato.

Qual è il compito della Chiesa di fronte a questa realtà?

R. - Il ruolo della Chiesa rispetto a queste situazioni problematiche parte sempre dall’evangelizzazione, per costruire la pace fra gli uomini e l’armonia con il Creato. Oggi, grazie al richiamo che ci ha dato il Papa con la Laudato si’, cominciamo a renderci conto che quest’armonia con la nostra Casa Comune è stata a lungo trascurata. Bisogna invece che oggi sia parte integrante della nostra evangelizzazione, della nostra catechesi. Serve una presa di coscienza che tocchi veramente il cuore delle persone. Serve una teologia morale che consideri i peccati contro la vita e la dignità delle persone, ma anche contro nostra Sorella Terra e tutto il Creato che abbiamo così trascurato.

Cosa si aspetta dal Sinodo?

R. - Come vescovi dobbiamo tornare nelle nostre Chiese amazzoniche da questo Sinodo con l’impegno di aiutarle a diventare più missionarie. Ci sono sempre di più nelle nostre piccole e grandi città delle realtà sociali periferiche che non sono state evangelizzate. Poi serve una conversione ecologica: la presa di coscienza del bisogno di curare la Casa comune, come responsabilità verso Dio e l’umanità. Infine, serve che anche le nostre Chiese siamo più sinodali e che cioè siano coinvolti maggiormente tutti i laici nell’assumere la responsabilità della propria vocazione battesimale e matrimoniale. Le famiglie sono infatti un’altra realtà molto bisognosa di evangelizzazione.
 

13 ottobre 2019, 12:29